Image

Newsletter n. 44, luglio-agosto 2011 - L'Editoriale di Stefano Mollica

di Stefano Mollica, presidente di AISLo

EDITORIALE di Stefano Mollica, presidente di AISLo

 

"Perchè lo sviluppo è una sfida"

Lo sviluppo, nel suo essere economia, richiede innovazione e competenze vere.

La sfida è il tornare ad essere competitivi in un mondo più avanzato, colto e complesso. Ne parlano tutti, il paese non è competitivo, le nostre imprese fanno fatica. Noi tutti facciamo fatica. Ne parlano tutti ma nessuno ci dice né che significa né che fare.

Che significa competitività?

Una sfida mortale e continua. Dirsi chi sono e dove voglio andare, dirsi che cosa so fare e come. Dirsi con chi voglio confrontarmi, chi voglio imitare, come posso arrivarci. Decidere cosa mi serve per realizzare e cogliere l’obbiettivo, che qualità voglio per me e per gli altri. Con chi conviene confrontarsi, con chi è difficile confrontarsi, con chi posso allearmi, con chi posso vincere.

 

La competitività non è un modello di fattori e di dimensioni predefiniti e chiusi, che definiscono un fenomeno attraverso le sue determinanti oggettive. Questo può servire per studi comparativi fra situazioni astrattamente o concretamente comparabili, dal punto di vista del fenomeno osservato. Ma il punto di vista dinamico, vero, è la posizione del concorrente, dalla cui prospettiva si opera, si cambia e si decide.

 

La competitività è definita dalla posizione che si vuole tenere o raggiungere nel proprio sistema di riferimento (in ogni settore, mercato, sport, ricerca, innovazione,ortofrtutta, nucleare, pubblica amministrazione, ecc.) e dalla potenzialità di acquisirla (cioè di vincere) valutando le proprie risorse ed energie, e definendo gli obiettivi, i percorsi e i mezzi con cui vincere la partita.

 

Ma anche una sfida civile per una cultura di confronto corretto e severo, che usa informazioni e conoscenza per prevalere, ma anche per collaborare, per scambiare, per stare insieme, per vincere insieme, per utilizzare risorse comuni e anzitutto la risorsa della propria storia e dei saperi antichi delle proprie genti.

Siamo indietro, in difficoltà. Dobbiamo lavorare e contrastare il declino, la disoccupazione, la mancanza di qualità, l’ignoranza che produce poco e male. Chi ci aiuta e ci spiega il da farsi?

 

Sviluppo, sostenibilità, competitività.

Mio figlio è un uomo intelligente, consapevole e molto civile. Cura la grafica della rivista on-line che noi pubblichiamo. Una rivista che si occupa di sviluppo sostenibile e di territori. L’altro giorno gli chiedo di darmi un parere su cose che stiamo facendo. Mi risponde  …”ma io non so nulla, papà, non vi capisco, non so nulla di quello che fate, fate cose incomprensibili”……….  Sta facendo un ottimo lavoro, in stage, gratis. Si rifiuta di compromettersi con gente che non sa dove sta andando e –purtroppo- dove sta portando il mondo. Non sa nemmeno se riesce a pagare dei rimborsi spese, altro che retribuzioni. Un mondo tenuto in piedi dal lavoro volontario e gratuito. Cosa gli dico io, di che sviluppo gli parlo se non c’è lavoro, non c’è nulla alla vista, non c’è energia, non c’è mondo domani. Non c’è progetto. Che gli dico io? Posso raccontare, ma che invento, che propongo…….

Con una finanza che non produce ma distrugge. Con reti sempre più specializzate ed esclusive. 

Con che faccia scrivo di sviluppo, mentre il mondo brucia?

Combatteremo per piccole bande i grandi conglomerati della terra. Lo sviluppo nel suo essere cultura, professioni, conoscenze richiede vere politiche per la competitività. Ma chi ci dirà che fare, dopo aver inteso bene cosa si intende oggi per competitività?

 

 

La competitività delle imprese si è misurata a lungo in termini di capacità di produrre al minor costo marginale e di posizionamento sui principali mercati di sbocco (di norma locali, che permettevano rendite di posizione). Fino agli anni ’70 questa era la situazione dell’economia italiana  e occidentale. Prevaleva la logica della produzione di massa e  delle economie di scala. Successivamente (inizia durante gli anni 70-80) la differenziazione di mercati/prodotti impone la logica del mercato (copertura, posizionamento,  marketing) come fattore decisivo dello sviluppo dell’impresa. Immediatamente dopo, si impone il servizio (prestato direttamente o incorporato nel prodotto) . Qualità, flessibilità, economia di scopo diventano fattori importanti nella valutazione della economicità e competitività di impresa. Negli anni 90, nuove tecnologie dell’informazione, diffusione dei mezzi di comunicazione e liberalizzazioni dei mercati e dei traffici aprono alla globalizzazione dei mercati dei prodotti e dei capitali. La competitività diviene anch’essa globale.

 

La globalizzazione comporta di sicuro standardizzazione e fortissima competizione di costo, per questo aspetto richiede grandi dimensioni. Ma anche apertura di opportunità per tutti, e per questo aspetto consente, anzi impone, di valorizzare le capacità locali e le piccole dimensioni.  Infatti, l’informazione è accessibile, l’economia si caratterizza come “economia dell’accesso”: in rete si trovano in tempo reale sbocchi di mercato, innovazioni possibili, scambio di conoscenze e di valori. Le nuove tecnologie modificano la struttura dei sistemi produttivi, nel senso che l’informazione e la conoscenza da strumento di produzione divengono oggetto di servizio-prodotto, aprono ampi settori di nuova economia  e producono di per sé valore aggiunto.

 

Nella seconda metà degli anni ’90, si riconoscono nella realtà e si aprono al dibattito (per lo meno quello italiano) alcune questioni : i) la competitività è sempre meno della singola azienda, ma dei sistemi di impresa-territorio che consentono “economie esterne” al perimetro dell’impresa (servizi pubblici, regole, cooperazione fra imprese, filiere produttive, ecc.); ii) i sistemi produttivi locali (distretti e non) sono la parte prevalente del sistema produttivo italiano e hanno successo: prodotti e produzioni creativi, grande flessibilità produttiva, buona capacità competitiva; iii) il paese ha settori arretrati, infrastrutture deboli, territori in profondo squilibrio e distanza (vedi nord-sud ma non solo), le differenze costituiscono il senso e il segno della struttura economica del paese;  iv) una spinta allo sviluppo, per contrastare un declino che per un paese  come il nostro sarebbe inevitabile in un mondo globalizzato e standardizzato, è possibile  puntando sul “locale”, promuovendo concertazione fra attori economici e sociali che progettino e realizzino investimenti e progetti integrati, per fare economia della produzione e del valore locale (nasce lo “sviluppo locale”, si inventa addirittura il neo-logismo “glocale”).

 

Al volgere del secolo si comprende, si descrive, si agisce un nuovo paradigma economico-competitivo: l’economia della conoscenza, che poggia (o sostiene la) sulla società della conoscenza. La conoscenza come fattore strutturale del produrre, dell’innovare, del cambiare, dell’innovare, del competere. La conoscenza significa persone, scuole, ricerca, capitale umano, capitale sociale, scambio, internazionalizzazione, ecc.  La competitività sia locale sia globale poggia sulla conoscenza, sulle capacità del fare, sulle distintività, sulla unicità del prodotto e del servizio, sulla creatività. Le professionalità e le competenze acquisite sul lavoro ma anche nel vivere, le conoscenze e i saperi radicati nei territori, le reti lunghe delle competenze e delle specialità che parlano e si diffondono per mezzo delle nuove tecnologie, il saper fare che si trasferisce, tutto ciò è fattore di competitività e di successo sui mercati e nel mondo.

 

Oggi si descrive cosi il cosiddetto “Nuovo Modello Competitivo” [1], cioè “competenze, qualità, innovazione” e più in particolare “qualità del capitale umano, investimenti, innovazione e internazionalizzazione”. Dalla logica del prezzo e delle rendite di posizionamento su mercati prossimi e chiusi, alla logica della massima valorizzazione degli assets immateriali: la risorsa-territorio (che è inclusione, socialità, conoscenza, saperi antichi, virtù moderne, identità distintiva e unicità potenziale di prodotto), la co-operazione fra soggetti economici e istituzionali (banche-imprese, filiere clienti-fornitori, reti di impresa, Pubbliche Amministrazioni, ecc.), le competenze e le alte professionalità (giovani ad alta scolarità, valorizzazione del capitale umano e sociale, istituzioni della conoscenza, ecc.).

 

 

Perché è anche una avventura

 

Bisogna re-inventarsi che fare. Senza timori di rompere alcun tabù culturale o politico. Certo nessun nihilismo è giustificato, meno che mai quello dei giovani. Può essere una avventura bellissima. Serve lavorare sulle conoscenze, sui saperi antichi che diventano nuove competenze, sulle competenze radicate sui territori e nelle reti lunghe delle specializzazioni “uniche”. Serve fondare l’economia sulla conoscenza, la conoscenza sulla storia, la competenza sulla capacità di innovazione. Il tutto con investimenti ardui su tecnologie, nuovi prodotti, servizi ad altissimo valore aggiunto.

L’avventura –magnifica- è quella di viaggiare dal passato al futuro portandosi dietro tutto, senza lasciare nulla, valorizzando l’esclusiva eleganza della propria storia, anche quella pezzente di emigranti che hanno fatto il nostro paese. Che saremmo mai senza le loro rimesse, in denaro e in stabile sicurezza del domani!

 

Le competenze sono una questione centrale del nuovo modello competitivo. Per alzare il valore aggiunto nella manifattura e nei servizi, per trasferire l’innovazione che si muove sempre attraverso le persone e le relazioni, per costruire reti di interessi e organizzative che richiedono altissime competenze di management e professionali. Quindi la priorità è una politica sulle competenze e sul capitale sociale del territorio. Esistono e sono utilizzabili concetti e metodi per analizzare e descrivere le competenze degli individui nelle aziende. Non sono ancora disponibili concetti e metodi appropriati per analizzare e descrivere le competenze di un intero territorio, di una filiera, di un settore. Ma dobbiamo elaborarli, se vogliamo fare politiche per la competitività.

 

L’altra grande questione della “nuova” competitività è la relazione fra innovazione e il territorio. L’apprezzamento della capacità e del potenziale innovativo di un territorio e delle organizzazioni che vi operano rappresenta una base essenziale per orientare le politiche di sostegno all’innovazione promosse dai governi nazionali, regionali e locali. Capacità e potenziale innovativo di un territorio dipendono dai molti fattori che definiscono il posizionamento competitivo, ma in larga misura dal potenziale di competenze delle imprese, degli imprenditori, dei lavoratori. Per questo è utile focalizzare e mettere in opera misure e politiche basate su una valutazione attenta dei sistemi produttivi locali e della loro vitalità e capacità di innovazione. Sempre più la competitività si basa sulla capacità di sostenere insiemi di competenze che fanno parte della vocazione di un territorio e che sono in grado di sostenersi e fertilizzarsi reciprocamente.



[1]  Vedi, “Rapporto 2010, Impresa e competitività”,Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, Osservatorio Regionale Banche - Imprese di Economia e Finanza, Istituto Guglielmo Tagliacarne

stampaStampa
Copyright © 2008 AISLO - CF: 95047970637