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Ai beni culturali occorrono le competenze del manager
di Salvatore Italia – Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Da anni Salvatore Settis conduce una battaglia rigorosa per la difesa del patrimonio culturale del nostro Paese, con argomentazioni condivisibili. I recenti interventi sull'ulteriore riforma del ministero per i Beni e le attività culturali e, in particolare, sulla designazione di Mario Resca, da parte del ministro Bondi, alla guida della nuova Direzione generale per la valorizzazione meritano, tuttavia, qualche riflessione da parte di chi, come il sottoscritto, dalla nascita del primo ministero di Spadolini e per oltre un trentennio, ha ricoperto ruoli di vertice in quella amministrazione.
I soprintendenti e i funzionari tecnici del ministero (in particolare gli archeologi e gli storici dell'arte) si sono formati su basi di insegnamento universitario legate indissolubilmente alla normativa (peraltro, di eccezionale contenuto) introdotta in Italia dalle leggi del 1939.
Si tratta di un complesso di leggi mirate esclusivamente alla tutela fisica delle cose di valore storico-artistico e paesaggistico (non appariva il termine "beni culturali", adottato, e per la prima volta in ambito internazionale, a partire dal 1954). Non veniva menzionato in alcun modo il termine " valorizzazione", proprio perché il fine primario era quello della conservazione fisica.
Un radicale mutamento si è verificato alla fine degli anni Novanta, anche come conseguenza di un lungo dibattito dottrinale che aveva evidenziato l'importanza della fruizione pubblica del bene culturale, giudicata un formidabile elemento di attrazione turistica per un Paese con un territorio disseminato capillarmente di tesori d'arte. Il patrimonio culturale veniva in tal modo considerato da un'angolazione del tutto nuova con l'introduzione di una valutazione di natura economica del bene culturale, nel senso di una sua capacità di provocare benefici di vario genere alla comunità nazionale.
Questa nuova concezione, questo nuovo approccio hanno trovato collocazione nelle riforme del ministero, opportunamente configurato nel 1998 come " ministero per i Beni e le attività culturali", e in una normativa ( prima il Testo unico del 1999 e, poi, il Codice del 2004) che ha soppresso le leggi del 1939, tenendo anche conto della profonda riforma del 2002 del TitoloV della Costituzione. A fronte di questo stravolgimento epocale, negli ultimi anni il ministero ha visto diminuire in modo consistente le risorse economiche e di personale, senza possibilità di introdurre nei propri ruoli nuove figure professionali da reperire proprio per il settore della valorizzazione (colonna portante del Codice vigente, accanto alla tutela), che richiede nuove competenze anche per le interrelazioni con le politiche delle regioni e degli enti locali, nonché con gli apporti del mondo privato, previsti dal Codice dei beni culturali in base al principio di "sussidiarietà orizzontale".
In questo scenario non ritengo affatto scandaloso avvalersi di soggetti esterni di comprovata capacità professionale. Ciò è avvenuto praticamente in tutte le amministrazioni statali (per esempio,nel ministero dell'Economia) dove, accanto a direttori generali interni, ormai da anni prestano servizio figure provenienti dalle professioni private, in grado di dare elevati contributi alla corretta azione amministrativa. Si tratta di prassi consolidate in altri Paesi: in Francia, proprio nel ministero della Cultura e della comunicazione qualche direttore generale viene scelto tra i magistrati del Consiglio di Stato. Settis esprime preoccupazione per le decisioni che un manager esterno potrebbe assumere in settori delicati come i parchi archeologici o i prestiti di opere d'arte all'estero.
Nella realtà dei fatti il manager apprezzato è colui che sa organizzare con criteri di efficacia ed economicità le risorse strumentali e personali di cui dispone, guidando al meglio i professionisti della cui collaborazione si avvale. Nelle direzioni generali del ministero operano dirigenti tecnici di primissimo livello; si tratta di saperli coinvolgere nelle strategie, esaltando le loro qualità.
A mio avviso, proprio un manager esterno è in grado di apportare dinamiche nuove ed esperienze finora sconosciute al settore dei beni culturali, in particolare sul versante della valorizzazione del patrimonio culturale e anche (perché no?) su possibili implicazioni di carattere economico realizzabili tanto in ambito interno quanto su scala internazionale.
Riterrebbe negativa e controproducente, ad esempio, il professor Settis una programmazione di prestiti a Paesi in grado di assicurare soddisfacenti ritorni economici di quelle opere d'arte cosiddette minori (parliamo di qualche milione di pezzi), da decenni depositati nei magazzini dei musei statali, mai viste da nessuno (se non qualche studioso debitamente autorizzato), in molti casi in situazioni di carenza tali da subirne spesso un deterioramento? Ecco, penso che in casi del genere proprio una figura esternapossa avere una visione strategica che manca ai nostri soprintendenti, valorizzando al meglio anche quei servizi aggiuntivi e quei servizi di accoglienza che sono così funzionali nella maggior parte dei musei del mondo (e Settis lo sa bene) mentre in Italia, nonostante siano trascorsi quasi 15 anni dalla "legge Ronchey" che li introdusse, si sono rivelati un quasi totale fallimento. Quanto a paventate iniziative o rischi (mi riferisco in particolare alla politica dei prestiti di opere d'arte) derivanti da una pretesa imperizia di un manager che ha espresso, peraltro in modo assai brillante, la sua professionalità in altri campi, vorrei sottolineare come in situazioni del genere ci sia in ogni caso la preliminare assistenza tecnico-scientifica garantita dai comitati tecnici di settore o dallo stesso Consiglio superiore dei beni culturali di cui Settis è illustre presidente.Infine, una curiosità: visto che anche un ex ministro come Antonio Paolucci (attualmente direttore dei prestigiosi Musei vaticani) non sarebbe sfuggito a qualche critica nel caso di affidamento della nuova Direzione generale, sarebbe assai utile per tutti coloro che si interessano al mondo dei beni culturali se Settis delineasse con precisione il profilo dell'ideale direttore generale capace di assicurare la grande rinascita dei musei italiani.
* Già Capo dipartimento Ministro Beni culturali
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