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Che la UE varchi il Mediterraneo
Corriere della Sera
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Il secondo vertice biennale dei capi di Stato e di governo dell'Unione del Mediterraneo, previsto in Spagna la settimana scorsa, non ha più avuto luogo. Rimandato a fine novembre già prima del grave incidente a largo di Gaza e con il rischio, considerando le deludenti riunioni ministeriali che l'hanno preceduto, di essere annullato. Nel 2005, il ministro degli Esteri spagnolo Moratinos, al summit per il decennale del Processo di Barcellona, pianse per il suo fallimento. Stavolta non potrà più farlo: la sala è vuota. L'ambizioso progetto di Sarkozy per stimolare la cooperazione regionale nasceva già con delle debolezze. Adesso che è in profonda crisi siamo nuovamente in una vera impasse. E non possiamo certo rallegrarcene.
Sicuramente, in un momento in cui la nostra Unione lotta per la sopravvivenza dell'euro, tale crisi potrebbe apparire un problema minore. Tutt'altro: lo sviluppo, la modernizzazione e l'integrazione del Sud del Mediterraneo non è un passatempo post coloniale, ma una necessità essenziale per la regione, l'Europa e l'Italia.
In primis, a causa dei pericoli insiti nel persistente divario economico tra le due rive. In termini reali, il pil pro capite della zona è sceso fino al 58% rispetto a quello del boom petrolifero degli anni Ottanta. A parità di potere d'acquisto, il gap con l'Europa è di 1 a 4 per l'Algeria e la Tunisia, di 1 a 6 per l'Egitto e la Giordania e di 1 a 8 per il Marocco e la Siria. Ridurlo significa bloccare le bombe a orologeria dell'immigrazione clandestina, della crescita dell'Islam fondamentalista e dell'instabilità di una regione a un'ora di volo dalle nostre città. Ancora, per le rilevanti opportunità che lo sviluppo del Mediterraneo ci può offrire. Nel 2050 il numero di abitanti dell'Unione europea resterà invariato a 500 milioni mentre quello del Sud del Mediterraneo crescerà del 50% fino a 320 milioni di consumatori. È una regione che cresce a tassi medi del 4-5%. Vi sono sostanziali opportunità di sviluppo per chi saprà trarne vantaggio. L'ha capito la Cina, che nel Mediterraneo investe massicciamente. Noi continuiamo a non farlo, sebbene il Mediterraneo sia un'occasione unica per rafforzare la competitività delle nostre imprese rispetto alla concorrenza americana e asiatica. Facendo leva sulla complementarietà di risorse del Sud mano d'opera, energia, materie prime e del Nord competenze imprenditoriali e tecniche l'Europa può incrementare la propria crescita di un preziosissimo punto supplementare l'anno.
Perché allora ancora tante esitazioni? Perché non siamo capaci di realizzare a Sud quel che ha fatto fare la Germania all'Ue negli anni Novanta, consentendo un decollo economico spettacolare dell'Est europeo e incassandone enormi benefici? Non inganniamoci, spesso invocata, la crisi tra Israele e la Palestina è uno specchietto per le allodole. I problemi sono altrove. Si chiamano mancanza di fiducia reciproca, visioni burocratiche o velleitarie, sterili ricerche di leadership da parte dei maggiori Paesi europei, noti limiti di parte del personale politico coinvolto e insufficiente o inadeguata integrazione del modo economico. La politica europea di vicinato, nonostante i propri successi, non può risolvere tutto. In un momento in cui lo stallo istituzionale è al suo apice e i fondi pubblici sono prosciugati dalla crisi, vi è una sola via d'uscita possibile: coinvolgere le imprese.
Occorre, dunque, creare le condizioni per motivare il capitale privato delle due rive ad assumere la sfida del Mediterraneo, iniziando a investire insieme al Sud. Per conseguire un tale risultato, non serve proporre alle aziende di sostenere idee astratte partorite altrove. Bisogna, al contrario, chiedere alle imprese di farsi promotrici di progetti che rispondano alle loro esigenze vitali in termini di competitività, facendo poi in modo che le istituzioni internazionali e i governi sostengano tali progetti con indispensabili riforme di governance e un migliore utilizzo dei contributi finanziari esistenti. Altrimenti non saranno conseguiti accettabili livelli di sicurezza e di redditività, indispensabili a innescare il circolo virtuoso degli investimenti privati in un'area ancora non facile.
Il presidente Barroso mi ha chiesto di facilitare questo tentativo in stretta collaborazione con il Commissario alle politiche di vicinato. Lavoreremo insieme a oltre duecento grandi aziende dei Paesi dell'area appartenenti alla rete del Mediterranean Business Council per identificare e sviluppare una serie organica di progetti strutturanti e rapidamente realizzabili. Tenteremo di identificare nuove fonti di finanziamento, iniziative per valorizzare il capitale umano, rafforzare l'occupazione e le interconnessioni logistiche. Il successo è pero lungi dall'essere assicurato. Al contrario è molto probabile che ostacoli sostanziali emergano a causa di cinici e mal compresi interessi nazionali.
"Varcare le Alpi o sprofondare nel Mediterraneo" scrisse trent'anni fa Ugo La Malfa. Oggi invece è la sfida è: "Far varcare il Mediterraneo all'Europa o sprofondare con esso". Come avvenne all'epoca, sarebbe auspicabile che il governo italiano contribuisca a realizzare la prima delle due ipotesi, altrimenti si corre il rischio di una nuova e irreversibile frattura Nord-Sud.
Il presidente del Mediterranean Business Council (CCE-Ecomed).
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