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Dal Mediterraneo spinta alla crescita

di Franco Vergnano - Il Sole 24 Ore
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Marcegaglia: "Via dazi e protezionismi". Nei porti dell'area fanno scalo duemila navi al giorno

Ogni giorno duemila navi fanno scalo nei porti del Mediterraneo. Come dire 750mila tonnellate di merci l'anno. Da gennaio, inoltre, una decina di paesi della sponda sud dell'area hanno abbattuto i dazi negli scambi commerciali, pur non essendoci ancora una zona di completo libero scambio. E i risultati si sono subito visti: nei primi tre mesi dell'anno il nostro l'export è cresciuto del 23,2 per cento. I dazi pesano quindi sul livello dell'interscambio, specialmente per un'Italia che, superando Francia e Germania, è diventata il primo partner commerciale del Mediterraneo, da sempre «Mare nostrum».

Ecco perché la mancata creazione di un'area di libero scambio nel 2010, come stabilito dal Processo di Barcellona, impone la riprogrammazione di un'agenda comune che scandisca tempi e modalità ( anche per il 2030, ma con certezze) come ha spiegato ieri mattina a Milano Bruno Ermolli, presidente di Promos, aprendo il secondo «Forum economico e finanziario per il Mediterraneo».

Per Ermolli la mancata creazione di un'area di libero scambio è un'occasione perduta per tutti: «Agli oltre 26 negoziati che uniscono a livello globale i paesi dei cinque continenti, all'appello manca appunto lo spazio economico Euromed».
Ma il Mediterraneo non va visto solo come un'area commerciale, ha avvisato Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico: «Dobbiamo impegnarci anche a rafforzare la filiera produttiva a rete tra i vari paesi in modo da integrare i sistemi produttivi sia investendo in corridoi logistici sia in piattaforme produttive». Quest'anno il target delle nostre esportazioni è fissato a 22 miliardi di euro nel comparto industriale (rappresenta il 95% di tutto il nostro export verso l'area), comunque una cifra record.

E le aspettative sono elevate. In un paio d'anni la meta possibile è quella di piazzare beni per 30 miliardi, grazie a un'ottimale combinazione tra vendite e investimenti. Questi ultimi vanno visti nei due sensi: il made in Italy può esportare l'esperienza dei distretti produttivi (nell'abbigliamento e nella pelletteria o in alcune lavorazioni meccaniche) mentre gli imprenditori esteri possono far tesoro delle nostre tecnologie avanzate, ma adattabili all'attuale livello di sviluppo dei diversi paesi.

Il tutto tenendo presente, come ha sottolineato lo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi («Gli imprenditori in Italia sono il nostro petrolio », chiudendo i lavori che la sponda sud del Mediterraneo ha subito meno di altri la crisi al punto che continua a crescere con tassi del 4-6%, cioè di poco inferiori a quelli delle altre nazioni emergenti.

La dimostrazione che stiamo parlando di un'area chiave è venuta dalla cifre fornite dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: «Le aziende italiane partecipanti a questo summit – ha detto – sono raddoppiate rispetto allo scorso anno, arrivando a superare le 200 imprese», con una presenza complessiva di almeno 500 imprenditori.
L'obiettivo è quello di creare un mercato unico con questi paesi, senza dazi e protezionismi: «Lavoriamo – ha aggiunto Emma Marcegaglia – in questa direzione. I primi giorni di novembre terremo una missione molto importante nell'area. Chiedo la disponibilità a venire al presidente del Consiglio Berlusconi».

Il progressivo processo di integrazione euro-mediterranea costituisce dunque per il made in Italy un'opportunità e una sfida: «Voglio ricordare –ha sottolineato Emma Marcegaglia – che la sponda sud del Mediterraneo esprime una ricchezza pari a quella del Brasile e superiore all'India. Il Mediterraneo attira più investimenti diretti esteri del Mercosur e gioca un ruolo chiave nell'energia».

Ecco qualche cifra. Nei porti mediterranei passa un terzo del commercio mondiale: «Circa il 30% del petrolio mondiale, due terzi del fabbisogno energetico Ue transitano per questo mare. Le potenzialità di sviluppo sono dunque evidenti e il nostro paese, insieme all'Europa, non può trascurarle».

Sempre a proposito di numeri il presidente della Simest, Giancarlo Lanna, ha ricordato: «Siamo presenti nell'area con 119 progetti di partecipazione approvati per un investimento di oltre tre miliardi di euro. A questi si aggiungono 46 piani di investimento in joint venture per un impegno di oltre 38 miliardi di euro nell'elettromeccanica, nel tessile-abbigliamento, nell'edilizia, nella gomma-plastica e nell'agroalimentare. Sono inoltre state approvate 517 operazioni di finanziamento alle imprese per 4,6 miliardi di euro, di cui 260 di "credit export" per 4,2 miliardi di euro».
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