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L'instabilità causata dalla recessione può essere utile al Paese. Perchè stimola l'innovazione.
Parla il Grande Vecchio del venture capitalism italiano.
COLLOQUIO CON ELSERINO PIOL
Meno male che c'è la recessione. Con il suo bel carico di paure, crac e licenziamenti, la crisi può essere, per l'Italia, un'eccellente medicina. Paradossale? Mica tanto. Infatti esiste da sempre un rapporto diretto tra instabilità e tendenza all'innovazione. Più la situazione è incerta, maggiore è la propensione a rischiare, a cercare scenari nuovi. E l'Italia, che da troppi anni non guarda al futuro, ora sarà costretta a farci i conti. Buttati giù dalla sedia, magari iniziamo a correre anche noi.
La provocazione è di uno che l'innovazione la studia da mezzo secolo: Elserino Piol, 77 anni, Grande Vecchio del venture capitalism italiano. Una vita all'Olivetti, poi a Omnitel, e infine a far da levatrice alla new economy nostrana: Tiscali, Vitaminic, Mr Price, e più di recente il sito Yoox, che vende moda on line. Uno che si è sempre divertito a capire i meccanismi attraverso cui si può creare ricchezza nella società digitale. Ora Piol ha affidato le sue riflessioni a un libro che è quasi un manuale per spiegare a tutti - politici, industriali, manager - quello che serve per non lasciare che il nostro Paese diventi un museo a cielo aperto, un ricettacolo di bellezze turistiche tagliato fuori dal mondo che produce. Il volume si chiama appunto 'Per non perdere il futuro' ed esce in questi giorni da Guerini&Associati.
Quello dell'Italia tagliata fuori dall'innovazione ormai è quasi un luogo comune, un mantra che ripetono tutti...
"Il luogo comune è dire che 'i treni sono tutti passati'. Non è vero, la società digitale fa passare sempre nuovi treni. Alzarsi per provare a prenderli è più utile che lamentarsi perché alcuni sono passati".
Con la crisi che c'è, però, le industrie tagliano proprio la ricerca e lo sviluppo.
"Con la crisi che c'è, invece, possono saltare fuori ottime idee. L'instabilità è un booster per l'innovazione. In questi giorni sono contattato da fior di cervelli fatti fuori dalle aziende, che pensano di mettersi in proprio con idee innovative".
Non è che l'Italia diventa la California dall'oggi al domani.
"Certo che no. Anzi, ci vorrà un sacco di tempo per uscire dall'attuale condizione di arretratezza. Però possiamo iniziare a muoverci. Ad esempio, cambiando approccio culturale, in un Paese tradizionalmente poco propenso al cambiamento".
Facile a dirsi.
"Guardi, l'errore più grave è pensare al futuro del nostro Paese puntando solo al bello, alla storia, ai musei. Fare questa scelta significa condannarci a essere sempre più periferici nel mondo. Invece abbiamo le chance per essere protagonisti nella produzione di beni immateriali. Purché..."
Purché?
"Purché cambi l'approccio. In Italia non abbiamo mai avuto un approccio sistemico all'innovazione: quel poco che si è fatto ha privilegiato singoli progetti, piccoli segmenti. Invece l'innovazione è una battaglia da affrontare con una strategia che comprenda la politica, l'industria, le università e ovviamente il venture capitalism".
Qualche esempio di proposta concreta?
"L'innovazione tecnologica deve essere concentrata in un unico luogo del Paese. Pensi agli Stati Uniti, con la Silicon Valley. Invece da noi quel che c'è è sparpagliato, e non fa sistema. Quindi chi vuole partecipare all'innovazione deve accettare la mobilità, il 'go West' all'americana. Lo stesso vale per la ricerca nelle università: non serve che tutte ne facciano un po', serve che poche ne facciano tanta, e le altre pensino solo alla formazione. E poi ci sono gli imprenditori, che in Italia sono ancora sotto choc per la bolla del 2000".
La bolla del 2000?
"Certo. All'estero lo sboom della prima net economy è stato metabolizzato in cinque o sei anni, da noi no. Probabilmente perché qui ci sono stati casi di aziende hi tech - come Freedomland o Finmatica - che non hanno avuto comportamenti molto etici. Così in tanti si sono chiusi nell'armadio e non ne sono ancora usciti. Anche se le eccezioni non mancano".
Tipo?
"Potrei citarle Yoox, ma sono in conflitto d'interessi perché partecipo al suo capitale. Le faccio allora l'esempio di Funambol, un'azienda di software per telefonini creata da un italiano, Fabrizio Capobianco, con una sede a Pavia e una nella Silicon Valley. Ma ce ne sono tante altre. Non è che agli italiani manchino le idee".
E invece, che cosa manca?
"Ripeto: le nostre sono iniziative troppo isolate, non fanno sistema, non hanno dietro un paese e una politica che ci credono. Ecco perché la crisi può essere benvenuta. Può aiutarci a cambiare la zucca".