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Dopo lo sviluppo senza fratture rischio di fratture senza sviluppo
di Aldo Bonomi - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Nel mezzo della Città Adriatica stanno le Marche. Regione operosa. Con il maggior numero di addetti alla manifattura in rapporto alla popolazione attiva. Terra dello «sviluppo senza fratture», come diceva Giorgio Fuà. Frutto del sincretismo operoso del metalmezzadro, figura idealtipica che teneva assieme industria e contado, con in più il turismo della costa. Oggi, nella crisi, c'è il rischio che lo sviluppo senza fratture si tramuti nelle fratture senza sviluppo.
Parlando con i marchigiani la sensazione è che, parafrasando il sommo poeta di Recanati, è come se si fosse in un momento di quiete «in mezzo» alla tempesta, tra gli effetti della crisi già sul terreno e quelli che potrebbero aggiungersi a breve. Una sfida, per chi, tra tante trasformazioni della base produttiva dei distretti, sembrava avere individuato la quadratura del cerchio con il passaggio dall'impresa a matrice metalmezzadra alla moderna impresa creativa-comunicativa, in un mix che teneva assieme creatività artigiana, design industriale e moderna propensione commerciale negli outlet della moda. Il tutto unito da una modernizzazione delle reti infrastrutturali, dalla qualificazione dell'offerta turistica e messa in rete delle università, da una tenuta sostanziale del tessuto sociale sotto il profilo dell'integrazione degli stranieri e delle politiche di welfare locale, favorita anche da una sostanziale stabilità politico- amministrativa.
Ebbene oggi, in questa interzona di transizione, che sembra precedere una recrudescenza della tempesta nel prossimo autunno, quando gli ammortizzatori sociali andranno a probabile esaurimento e il tessuto delle imprese locali non avrà toccato con mano la ripresa, c'è il rischio di compromettere radicalmente l'apparente linearità del processo di sviluppo.
Stesso problema che abbiamo colto in Emilia-Romagna: crisi del modello produttivo e profonda ristrutturazione delle filiere. La crisi sta rendendo evidenti i limiti della proliferazione continuata di micro e piccole imprese. Basti pensare ai 400 subfornitori che la crisi della Antonio Merloni sta trascinando con sé. Quattrocento imprese artigiane monocommittenti che non controllano altro che la propria professionalità. Non essendo proprietarie né delle attrezzature (fornite dalla Merloni), né del capannone nel quale operano (il più delle volte vincolato ad un mutuo). E non si tratta di un dato eccezionale, se si considera che la Confartigianato locale stima che oltre il 60% degli associati della filiera meccanica operi in regime di monocommittenza. Certo un duro colpo per il mito della metalmezzadria che si piega ma non si spezza. Verrebbe da chiedersi se si tratta di "proletaroidi" più che di imprenditori.
Difficile oggi immaginare realisticamente una nuova stagione di rifioritura di imprese che nascono da processi di esternalizzazione, per questo diventa fondamentale salvaguardare dal punto di vista finanziario il segmento più sano, quello che offre migliori prospettive di sviluppo. Ed è proprio quello che cerca di fare un'altra«multinazionale tascabile », la Guzzini. Che sta, con coraggio, sostenendo la parte strategica del parco fornitori e del parco clienti in attesa della ripresa. O quanto si sta impegnando a fare un'avanguardia del calzaturiero come Nero Giardini, che cresce a due cifre nonostante la crisi. Perché è ormai a tutti evidente che non tutto è salvabile, che occorre selezionare chi può farcela, salvaguardare quelle imprese dalle quali è ragionevolmente possibile aspettarsi un solido rilancio dopo la crisi.
Già, ma chi possiede una tale autorevolezza o gode di cotanta fiducia di questi tempi? Non mi pare che sia il caso delle banche, né delle associazioni di categoria o della politica. Ognuno di questi, da solo, non basta. Ancora una volta sarà la forza della dialettica del collettivo a governare le ricadute della crisi: banche, imprese, associazioni delle imprese e del lavoro, autonomie funzionali ed enti locali, sono chiamati a trovare nuovi equilibri sul territorio.
Anche in questo microcosmo da capitalismo dolce, che ha sempre privilegiato la coesione al conflitto, e che ha saputo mobilitarsi immediatamente per arginare la crisi istituendo un "Fondo Regionale di Solidarietà", covano diverse dinamiche centrifughe. Basti considerare che se è vero che la Merloni ha lo stesso impatto simbolico della Fiat a Torino è anche vero che si tratta di due simboli molto diversi: la prima è sempre stata simbolo di coesione sociale, la seconda è sempre stata simbolo del conflitto sociale.
Questa peculiarità marchigiana ha ovviamente i suoi lati positivi, quello dello sviluppo senza fratture, ma ne ha anche di nagativi, in particolare la scarsa propensione ad affrontare le crisi e i cambiamenti quando l'elastico dell'adattamento non può più essere ulteriormente teso. E non è cosa da poco in una regione che porta la pluralità nel suo nome, che vede l'area pesarese sempre più orbitante sull'area romagnola, l'area ascolana guardare sempre più a sud e la mancanza di una città-regione con funzioni di nodo strategico.
Ritorna il nodo del capitalismo delle reti. La vicenda della difficile interconnessione tra porto di Ancona, aeroporto di Falconara e Interporto di Jesi è lì a dimostrarlo. Così come la messa in rete del pur eccellente tessuto universitario è ancora sulla carta, mentre il progetto infrastrutturale del Quadrilatero langue pur esso nelle secche della crisi finanziaria e delle opposizioni territoriali.
C'è chi afferma che si costruiscono le strade quando c'è il serio rischio che poi non ci saranno più le imprese pronte ad utilizzarle. I rischi insomma sono quelli di una varietà territoriale che si trasforma in frammentazione, facendone venir meno i vantaggi storici. Anche quanto accade in questa terra del capitalismo dolce torna a ricordarci che di fronte alla crisi non basta trincerarsi dietro i fondamenti identitari.
Dietro il mito del metalmezzadro e della capacità di accompagnamento dell'ente locale, come nel Nord est dietro la comunità operosa contro il mondo, in Emilia–Romagna dietro l'illusione della programmazione regionale e del policentrismo. In tutti questi casi il ritorno ai fondamenti è fisiologico e antropologicamente razionale, tuttavia la crisi mi pare ci inviti piuttosto ruvidamente a prendere atto anche di alcuni limiti delle nostre eredità.
Siamo in un punto di discontinuità. Il metalmezzadro, e la sua operosità imprenditoriale che ha tenuto insieme città e campagna in un mix virtuoso, non basta più per attraversare il flusso della crisi globale che impatta sul territorio marchigiano.
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