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E' il tempo della vera politica

di Riccardo Sorrentino - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.

È una questione politica, non tecnica. Per amore della realtà, l'economista Mario Deaglio, docente all'Università di Torino, non ha paura di far spazio a considerazioni che sembrerebbero estranee al corpus della sua disciplina. E nel dibattito sulla scelta tra stimolo e austerità apre giustamente la porta ad argomenti che non riguardano solo l'efficienza delle decisioni.

«È pericoloso - spiega Deaglio - dividere così brutalmente il campo tra fautori della restrizione e fautori delle politiche di stimolo. Il nostro paese, peraltro, non può permettersi di scegliere perché abbiamo un debito pubblico troppo alto: siamo più o meno costretti dalle circostanze a muoverci come ci stiamo muovendo. In Europa invece la scelta era possibile» e ha prevalso il partito del rigore.

È una decisione che ha un presupposto preciso e importante. «Tutto questo - aggiunge Deaglio - fa ricadere la crisi più sul lavoro che sul capitale, se vogliamo usare vecchie categorie: c'è la fiducia, da parte dei politici che il lavoro "sopporti". Se traduciamo in italiano il solito, ossessivo richiamo a fare le riforme, sostanzialmente esse riducono le prerogative favorevoli ai lavoratori».

Deaglio non vuole giudicare se questi diritti siano o no eccessivi o se sia invece più giusto difenderli. «Il mio interrogativo principale non è se questa manovra sia economicamente sostenibile: lo è. Ma lo sarà politicamente e socialmente? Ho qualche dubbio». Il panorama europeo alimenta le perplessità dell'economista: i governi, ricorda, sono spesso incapaci di azioni incisive, le loro maggioranze tendono a sfaldarsi di fronte alle decisioni difficili, a volte sono spazzati via come è capitato ai laburisti (o anche ai liberaldemocratici giapponesi).

«Il malcontento popolare comincia a farsi sentire», aggiunge Deaglio, riferendo sondaggi, anche italiani, che danno sempre più consenso alle forze politiche estreme, di destra e di sinistra. E ancora: Olanda e Belgio sono senza governo mentre in Francia e Germania i governi sono stati puniti dal voto locale. «Se la gente percepisce (le riforme, ndr) come "macelleria sociale", per usare un linguaggio colorito per una realtà magari non così forte, come facciamo a fargli cambiare opinione e dirgli: la ricetta è questa? Le scelte saranno allora dettate dalla politica, la politica vera».

Discutere di riforme strutturali come se si trattasse soltanto di valutarne gli effetti è allora fuorviante, retorico. «Bando alle ipocrisie: dietro il termine riforme strutturali - spiega l'economista - c'è un' altra cosa: vogliamo spostare, togliere una quota di spesa pubblica che andava a vantaggio di alcune categorie sociali e quindi di peggiorare certe condizioni. C'è molta gente che ci perde» e quindi blocca queste riforme.

Questo avviene a prescindere dalla validità dei provvedimenti. Per Deaglio aumentare l'età pensionabile è sacrosanto, ma tocca i più anziani, mentre i tagli alla sanità toccano altre persone. «Nessuna riforma è indolore», commenta.
Non ha neanche effetti immediati. Se la politica economica agisce entro pochi mesi, quella fiscale - dopo l'approvazione - dopo un anno/un anno e mezzo, le grandi riforme hanno tempi molto lunghi. Non sono alternative alle politiche di stimolo. «Questo è un punto molto importante. Molte volte, nelle ricette che si sentono nei grandi vertici sembra quasi che la riforma strutturale sia qualche cosa che si fa con una legge di pochi articoli, entra in funzione il giorno dopo e sono tutti contenti. Non può essere così».

Il discorso non esclude che si possa più parlare di riforme. Deaglio ha le idee chiare, a proposito: qualche ritocco pensionistico («siamo su posizioni assurdamente diverse rispetto al resto dell'Europa») è necessario, così come la lotta all'evasione: «Questa è la vera riforma di struttura: io cercherei di fare questo con molta maggiore incisività, invece che tagliare gli ambulatori. Nella manovra qualcosa c'è, ma c'è il pericolo che rimanga qualcosa di estemporaneo e che dietro non ci sia un vera volontà politica».

Alla lotta all'evasione può essere affiancata quella alla corruzione, ma occorre anche un'istruzione diversa: «In Italia manca totalmente o quasi l'istruzione degli adulti, diffusa in quasi tutti i paesi europei dove si seguono i corsi più vari. Da noi il problema si riduce a un confronto tra la corporazione degli insegnanti e i ministri dell'Economia e dell'Istruzione e basta». Senza contare che nel nostro paese «una buona parte della formazione del capitale umano si fa direttamente sul posto di lavoro, dove s'imparano cose che non vengono mai brevettate». È un vero spreco di ricchezza, come quello che colpisce l'"economia civile", le relazioni tra persone, i distretti industriali.

Non guasterebbe neanche un po' di concorrenza in più. Per esempio «per i liberi professionisti, che sono quasi quanto gli operai in Italia: tutte le volte che si prova a introdurre norme per aprire un po' questi settori s'incontra un'opposizione bipartisan fortissima».
Si crea così una situazione rischiosa. «Se questo paese non agisce anche lì, e se la prende solo con Cipputi, su cui devono ricadere tutte le riforme di struttura, povero Cipputi! E alla fine, il paese non si risana e Cipputi si può anche arrabbiare, due cose che non ci piacciono».

Occorrebbe dunque riflettere bene su cosa fare, dar vita a una politica alta, vera. L'Italia è in grado di creare qualcosa del genere? «In questo momento direi assolutamente no. La politica si gioca su un orizzonte che quando va bene è di sei mesi, non è attenta a come è fatta la società, si limita a guardare i sondaggi d'opinione. Occorrerebbe un cambiamento d'atteggiamento». Non impossibile, peraltro.

«Negli anni 50 si era molto coscienti di vivere dei boom di tipo storico, c'era tutto un lavorio intellettuale. Tutte le parti politiche avevano riviste, intellettuali di riferimento, centri che lavoravano su leggi destinate a cambiare per un quarto di secolo questo o quell'aspetto del paese». Tutto questo è quasi scomparso, e quel poco che si produce, conclude Deaglio, non è ascoltato dai politici. «È da qui che occorre ripartire: se non riprendiamo in mano i discorsi di lungo periodo, saremo sempre una navicella sbattuta qua e là che non sa andare avanti».
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