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Emilia-Romagna verso nuovi modelli di coesione sociale

di Aldo Bonomi, Il Sole 24 Ore

Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Appena attraversato il Po, verso l'Emilia, Bologna, la Romagna, cambia il linguaggio. Colpisce il costante ricorso a una narrazione collettiva degli eventi. Un ricondurre al «noi» piuttosto che all'«io». Le istanze, le paure, le capacità di reazione di fronte alla crisi. Ma l'uso del noi non tragga in inganno. Il territorio emiliano-romagnolo attraversa una fase delicata di riedificazione della propria identità territoriale. Muta la composizione sociale. Sempre più vecchi e sempre più immigrati. 

La crescente polarizzazione dei redditi ha messo in crisi quella visione del noi che coniugava crescita economica e coesione sociale. Il welfare locale e regionale,anche causa il patto di stabilità, eroga sempre meno, a fronte di un aumento dei bisogni. La governance territoriale è indebolita dalla crisi delle rappresentanze e dalla politica. Passioni e interessi che facevano dire «noi» non si incontrano più. La città-regione Bologna, in crisi identitaria, ne è il luogo emblematico. È in fibrillazione il modello Nec (Nord, Est, Centro) raccontato da Giorgio Fua. 

L'Emilia è più Veneto che Romagna. Prettamente manifatturiera, con sistemi produttivi all'interno di filiere globali, fortemente internazionalizzate e compromesse nella globalizzazione, è esposta al rischio che il sistema produttivo possa subire danni irreversibili. Si temono i rallentamenti di imprese driver che presidiano nodi fondamentali della ragnatela produttiva ( 25% rispetto al 2008,che diventa-40%per i piccoli in filiera).

In Romagna la crisi morde meno. Anche qui meccanica, nautica, mobile imbottito e calzaturiero stanno soffrendo. Fa da contrappeso il settore agroalimentare che, come a Parma, è volano anticiclico per antonomasia. Un settore edilizio che tiene, grazie a concessioni pregresse, e un settore turistico che pare non stia risentendo, per presenze e prenotazioni, della contrazione dei redditi delle famiglie. O forse, piccolo segno di sobrietà, torna la pensione romagnola dopo le fe-rie a Ibiza, Formentera e Sharm el Sheik finanziate dalle banche con il credito al consumo. L'Appennino emiliano-romagnolo è segnato dal suo rapporto con ciò che sta a valle. Se si percepisce come un parco di una metropoli dolce che va da Piacenza a Rimini, valorizza turismo e produzioni tipiche.
Altrimenti è preda della risalita a salmone delle imprese e degli immigrati alla ricerca di case a basso costo.

Emblematica la valle del pollo. Quella che si snoda lungo la E45, eterna incompiuta verso Roma, con Galeata con il 17,8% di immigrati e Bagno di Romagna con le sue terme. In questa fibrillazione territoriale Bologna ha perso il trattino. La sua capacità di mettersi in mezzo tra capitale e lavoro con i suoi tavoli di concertazione che davano la linea regionale. Di mettersi in mezzo tra Emiliae Romagna con i suoi servizi per le imprese per l'agroalimentare, il turismo, il welfare. Ha perso nel nuovo secolo il trattino tra l'Emilia- Romagna e il mondo. Più le reti si facevano lunghe più la città capoluogo implodeva in una mediazione del " sindacalismo istituzionale" di una soggettività sempre più debole di policentrismi territoriali, di interessi e di passioni collettive. Si è ritrovata così ad osservare il suo ombelico. Le migliaia di studenti, in subaffitto da rendita, e la crisi delle forme di convivenza. Con le soggettività economiche del capitalismo delle reti: autostrade, ferrovie, banche, università, multiutility, fiere, aeroporti che, senza trattino, senza città-regione, sono in preda ad un risiko locale che non traina il territorio nell'uscita dalla crisi, ed è sempre più insofferente a sedersi ai tavoli della mediazione politica.

Nella regione dove nel periodo 2007 l'export è cresciuto del 33% contro il 20% della Lombardia e l'11% del Veneto la crisi non è ritenuta alle spalle. Anche se nel 2008 il tessuto produttivo continua a esportare più della Lombardia e del Veneto. Più che nell'economico, la paura sta nel sociale.La figura sociale più citata è quella dell'operaio industriale, vittima del ricorso alla cassa integrazione e i lavoratori con contratti a termine. Qui, come altrove, i primi a saltare senza ammortizzatori sociali. E si cita il caso emblematico di quell'impresa di Modena dove su dieci licenziati uno era modenese e gli altri nove tutti immigrati.

Ha ragione Guido Caselli, dell'ufficio studi dell'Unioncamere regionale: nel nuovo secolo lo sviluppo delle imprese ha viaggiato a 100 Km/h, quello dei cittadini a 22 Km/h. Una velocità quasi 5 volte inferiore. In questo fuorigiri si è logorato il circolo virtuoso che lega le imprese al territorio, alla comunità locale che a ben vedere è il vero tondino di ferro del modello Nec.

Lo aveva intuito il presidente della Regione Errani che ha dedicato l'anno 2008 a un percorso territoriale provincia per provincia,invitando tutti a ragionare su ciò che resta della comunità di un tempo e a ricostruire forme comunitarie adeguate ai tempi della globalizzazione. Ci marcia la Lega. Esperta di sindacalismo territoriale, delle pedemontane venete e lombarde, oltrepassa il Po fabbrichetta per fabbrichetta, capannone per capannone, sino nel cuore dei mitici distretti ove non tiene più la comunità economica locale.

È sempre sbagliato fare paralleli tra crisi, mutamento del ciclo produttivo, composizione sociale e risultati elettorali. Ma non vi è dubbio che sul territorio si avverte la stanchezza di quel modello che alcuni hanno definito impietosamente "doroteismo socialdemocratico". Che ha trasformato in una ritualità stanca i fondamentali: associazionismo,cooperazione, forze sociali e istituzioni. A questi punti fermi si torna nella crisi e non mancano segnali che vanno oltre i simulacri. Dalla corporazione che tiene e va da Ravenna in Africa con reti lunghe produttive, alle rappresentanze che superando gli orticelli corporativi hanno fatto di Unindustria e Api a Bologna un'unica organizzazione. Per poi siglare con Cna il patto di filiera. Utilissimo per evitare quei danni irreversibili del sistema produttivo dentro la crisi.

Il primo è stato siglato a Bologna da un azienda capofila della Packaging Valley,l'Ima.L'impresa capofila si impegna a programmare con le imprese di primo indotto le commesse. Queste fanno altrettanto con il secondo cerchio sino all'artigianato e tutte le piccole microimprese possono così accedere ai finanziamenti delle due banche sottoscrittrici del patto. L'intera filiera garantisce per tutti. Un buon esempio di strategia per attraversare la crisi ove ha senso e significato dire «noi».

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