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Fenomeni urbani
di Aher Colombo - Il Corriere della Sera (Edizione Bologna)
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Una realtà fatta di associazionismo, di attività di cooperazione « dal basso», di comunità consolidate, di famiglie ricostituite e il cui lavoro accresce la prosperità del territorio in cui queste si sono insediate. Seconde generazioni che accolgono la sfida della società circostante organizzandosi dal basso, istituzioni locali attente ad ascoltare e intercettare i bisogni dei nuovi cittadini. L'immagine dell'«immigrato di paese» che ci offre l'inchiesta pubblicata nei giorni scorsi da questo giornale non ci rimanda solo a una realtà parzialmente diversa da quella dell'immigrazione urbana, ma sembra alludere a un diverso tipo di integrazione tra stranieri e società circostante, fatto di minore distanza e separazione.
L'immigrazione in Italia non è mai stata un fenomeno urbano. Essa ha sempre interessato i piccoli comuni in misura pari, se non superiore, alle grandi città. Se la presenza straniera nella provincia suscita ancora stupore oggi, questo dipende, almeno in parte, da una sorta di vizio prospettico con cui l'abbiamo guardata. Abbiamo pensato a lungo, infatti, all'immigrazione come a un fenomeno spiegabile soprattutto sulla base di fattori di fuga dai paesi di origine.
Abbiamo pensato che arrivassero da noi giovani disperati in cerca di un modo per sbarcare il lunario, poveri provenienti dalle zone più depresse del mondo, attratti esclusivamente dalla trama di quelle opportunità, a volte legittime altre meno, tipicamente più diffuse nelle città. In realtà l'immigrazione italiana è sempre stata meno questo di quanto non fosse un'immigrazione da lavoro e da insediamento, e più recentemente sempre più un'immigrazione familiare.
E quest'immigrazione avrà sempre più logiche d'azione simili a quelle della società che la circonda, compresi i comportamenti di consumo e abitativi. Quello che sorprende, nell'immigrazione «da paese», è quindi, paradossalmente, la sua normalità. Finché l'immagine degli stranieri è legata alla città, e alla sua vera o presunta offerta di modi di arrangiarsi, essi ci allarmano ma ci appaiono in un certo senso anche rassicuranti, con la loro aura di presenza precaria e transitoria. È quando li associamo alla festa di paese, all'incontro sullo stradone di una frazione, che diventiamo consapevoli dell'ineluttabilità e del carattere ormai strutturale del cambiamento che in questi anni è avvenuto sotto i nostri occhi.
È bene mettere in giusta prospettiva questa situazione, ed è bene evitare la retorica strapaesana. Questa normalità non è affatto prerogativa del «paese». Dovunque le relazioni diventino più dense e dovunque si debba interagire strade, scuole, autobus, riunioni condominiali si costruiscono le condizioni dei possibili conflitti o della possibile integrazione. E questo sta avvenendo tanto nei piccoli borghi quanto nelle città, e a questo, sempre più, la società deve essere preparata.
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