Image

Il futuro? La casbah globale

di Alfredo Sessa - Il Sole 24 Ore
La ricetta per evitare i ghetti: edifici polifunzionali in poco spazio.

L'anno della svolta è il 2007. A partire da quella data, per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione mondiale vive infatti in città. Sono almeno 10 le megalopoli, tutte capitali di paesi emergenti, che nello spazio di vent'anni vedranno i propriabitanti crescere a ritmi impressionanti, in alcuni casi a raddoppiare.

Giakarta , la capitale indonesiana, che oggi fa da sfondo a vita, gioie e dolori di 22 milioni di abitanti, ma che nel 2030 sarà la più grande megalopoli mondiale con più di 37 milioni di anime, ha già dato un nome al proprio destino di regina delle nuove globalopoli. Forse perché chiamando per nome le cose si esorcizza anche la paura, e ci si prepara ad affrontare le sfide del futuro.

La sconfinata area metropolitana che si sta disegnando nel più popoloso stato musulmano del mondo si chiamerà Jabotabek , acronimo formato con le iniziali delle principali giurisdizioni dell'area.
Jabotabek è un contenitore ancora tutto da riempire. Meno di un quarto degli abitanti di Giakarta può contare, per esempio, su adeguati rifornimenti di acqua. Ma anche tutto il resto è da inventare e da costruire: la capitale dell'Indonesia non può fare a meno di un nuovo sistema di trasporti per fronteggiare le distanze. Il suo dovrà inoltre essere un modello di città in grado di sostenere i frequenti allagamenti e i cedimenti del terreno.

L'Indonesia stilerà presto con la Cina un piano per la cooperazione nello sviluppo di infrastrutture.
I dettagli saranno discussi durante la visita del primo ministro cinese Wen Jiabao a Giakarta prevista nei prossimi giorni. Secondo il ministro indonesiano dell'Economia, Hatta Radjasa, la Cina investirà 15 miliardi di dollari in ambito Asean, ma il focus dei finanziamenti cinesi sarà rivolto proprio al settore dei trasporti in Indonesia.
I capitali cinesi potranno avere un ruolo non trascurabile nel determinare il futuro delle nuove megalopoli, tutte situate nelle aree emergenti del pianeta.

Ma ancora tutto da decidere è il modo in cui le città respireranno, si muoveranno, riuscirannoa rimanere coese e a rafforzare il loro ruolo di teatro dell'umanità, anziché di moltiplicatrici di ghetti e squilibri sociali e ambientali.
La spinta può arrivare da molte direzioni. Anche dalla stessa popolazione dei paesi emergenti. Spiega infatti Marco Felici, direttore tecnico e responsabile della progettazione di Atepi, società romana di architettura e ingegneria: «Povertà non significa assenza di valori e di cultura.

Le popolazioni povere hanno il sentimento di volere qualcosa di fatto bene. In Pakistan, per esempio, abbiamo lavorato a un progetto di riqualificazione urbana nei pressi di Lahore . Il committente era l'equivalente del nostro Olivetti, un mecenate, il titolare di un'azienda chimica locale,e il nostro progetto è stato chiesto per acclamazione dalla base, dai dipendenti stessi ».

Anche Luanda , capitale dell'Angola, è nell'elenco delle città che si avviano a raddoppiare il numero di abitanti. Qui Atepi ha proposto i suoi progetti di riformulazione urbana, e può offrire una testimonianza diretta di come il discorso delle nuove megalopoli stia muovendo i primi passi. In Angola c'è il programma statale di costruire un milione di case, c'è l'appoggio della pubblica amministrazione e l'intervento di una delle più grandi banche locali, che ha deciso di investire nell'immobiliare ed è a caccia di progetti di immediata realizzazione.

«Per Luanda - dice Felici - abbiamo fatto un progetto che prevede una struttura lineare forte, un asse stradale che attraversa la città con trasporti pubblici. Si tratta di perimetrare lungo questo asse delle aree dove trasferire le persone che hanno perso casa a causa degli interventi di riqualificazione. Lo scopo è portare i servizi lungo tutto l'asse di intervento.

Ma abbiamo incontrato difficoltà, perché a Luanda lo scenario è molto fluido, in pochi mesi cambiano proprietà e situazioni. Vanno meglio invece i progetti di città satellite, perché più sotto il controllo dell'imprenditoria privata ». Il criterio seguito è quello della città "tridimensionale", che cerca di usare gli spazi inutilizzati e di costruire strutture più complesse, polifunzionali, in poco spazio. Una sorta di "nanomegalopoli" che miniaturizza soluzioni e funzioni. «Per le città dei paesi emergenti - spiega Felici la tridimensionalità è una soluzione ottimale perché abbrevia i percorsi della vita quotidiana: è necessario che ogni struttura abbia più di una funzione. Il modello è la casba araba, dove c'è già una polifunzionalità dell'edificato: a volte la copertura di una casa è infatti strada, è percorso per gli altri».

La stella polare è il tentativo di evitare i ghetti. A volte sono le stesse autorità locali, quando chiedono di demolire vecchi insediamenti e di costruire case per ricchi, a creare il pericolo. Curitiba , in Brasile, ha ridotto il tasso di criminalità grazie a una rete di trasporti efficiente che ha aiutato a ottenere una situazione metropolitana omogenea. In Nigeria
Lagos , altra città candidata al raddoppio della popolazione, ha ridotto sensibilmente i tempi di percorrenza degli abitanti delle periferie grazie a corsie preferenziali per i bus.

«Posso citare - ha dichiarato recentemente il governatore di Lagos, Babatunde Fashola - il caso di una donna che grazie a questo può alzarsi più tardi per andare al lavoro, fare colazione con il resto della famiglia, vedere i suoi bambini, ridurre lo stress. Se si moltiplica questo caso per i milioni di persone interessate, si può capire l'impatto ottenuto attraverso l'introduzione di nuove politiche urbane».
stampaStampa
Copyright © 2008 AISLO - CF: 95047970637