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Imprese del Sud, innovazione al palo

di Carmine Fotina - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Non di soli fondi pubblici può vivere il Sud. Eppure, in una fase cruciale per il ripensamento delle politiche per il Mezzogiorno, le imprese meridionali si rivelano ancora impreparate al cambio di marcia, ripiegate su un modello competitivo vecchio stile. È la conclusione alla quale arriva una ricerca che Srm (Studi e ricerche per il Mezzogiorno) e Obi (Osservatorio banche-imprese) presenteranno oggi nel corso di un convegno organizzato a Roma insieme alla Conferenza Stato-Regioni con il patrocinio del Ministero per gli Affari regionali.

Il rapporto analizza il grado di competitività delle Regioni ex Obiettivo 1 (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) nell'industria in senso stretto, nelle costruzioni, nell'information technology e nei servizi turistici. Emerge, al netto di un piccolo gruppo di imprese particolarmente dinamiche, un sistema produttivo ancora chiuso dentro vecchi schemi, «che non adotta chiare strategie di sviluppo organizzativo e di potenziamento del capitale umano – spiegano gli autori dell'indagine – che non investe e non fa innovazione» e attraverso l'export genera un fatturato compreso nella modesta forchetta del 20-32 per cento. Le imprese meridionali perdono ulteriormente terreno rispetto a quelle settentrionali e soprattutto nei confronti delle economie emergenti con le quali si sfidano sullo stesso terreno: settori a medio-basso contenuto tecnologico come il tessile-abbigliamento, il calzaturiero, la meccanica di base, l'agroalimentare.

Ancorate a un modello di gestione "padronale", negli ultimi due anni solo in minima parte sono riuscite a innovare prodotto, processi, funzioni aziendali, strategie di internazionalizzazione. In un tessuto fatto prevalentemente di piccole imprese (tra l'88 e il 98% nel caso di Campania, Calabria e Basilicata), l'organizzazione aziendale non si dimostra al passo con i tempi. In Basilicata solo il 3,2% delle imprese ha un'area finanza, in Calabria appena il 2,2% un'area It. Le figure del management intermedio sono rarissime: nelle imprese edili campane i dirigenti sono presenti nel 7,7% dei casi; nel campione delle imprese pugliesi dei settori Ict e turismo non c'è traccia di "quadri". Una carenza di capacità gestionale che si riflette nei livelli medi di istruzione del personale: il manifatturiero pugliese ha, nel 54% dei casi, addetti con il solo diploma di scuola media inferiore; quota che sale al 68% nell'edilizia in Basilicata.In un anno, inoltre, è quasi crollata la propensione all'investimento, complice ovviamente anche la crisi: 9% delle imprese calabresi dell'Ict, 14% delle aziende pugliesi delle costruzioni, 25% per il turismo in Sicilia.

Si investe meno e lo si fa quasi esclusivamente con l'autofinanziamento aziendale, con tutti i limiti che questo comporta in una fase di recessione che prosciuga ulteriormente il cash flow d'impresa.Bassa anche la propensione all'innovazione (sotto il 10%nel 2008, con eccezioni virtuose nella Etna valley siciliana), effettuata per altro con un modello arretrato ed autoreferenziale, penalizzato da scarse connessioni con università, entri di ricerca ed altre imprese.
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