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Italia laboratorio dei distretti UE
di Paolo Bricco, Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Innovazione. Al via domani a Bruxelles la prima riunione del Gruppo europeo per ridefinire la politica di sviluppo
Nel nostro Paese 16 delle 30 aree chiave in Europa - La Lombardia è leader.
L'Italia dei distretti,sottoposta alla pressione della crisi, conferma la sua centralità nel contesto continentale. E, nella sua versione più moderna e tecnologicamente avanzata, appare in linea con le indicazioni di politica industriale della Ue. Domani e martedì 21 aprile, si terranno a Bruxelles le prime riunioni del Gruppo europeo per la politica dei cluster, il think tank formato da 20 persone (unico italiano Andrea Moltrasio) che elaborerà idee e proposte da sottoporre alla Commissione in tema di politiche per l'industria e l'innovazione.
Analizzando i dati della Commissione, calibrati sulla dimensione regionale, si scopre che nel nostro Paese i cluster (come sono definiti i sistemi produttivi a elevata specializzazione tecnologica e notevole radicamento territoriale), mantengono una buona posizione per la loro capacità di creare occupazione, alimentare l'export e sviluppare innovazione.
«Sulle 30 aree che compongono le sei specializzazioni produttive considerate da Bruxelles – osserva il vicepresidente della Fondazione Edison Marco Fortis, uno dei più ascoltati consiglieri del ministro dell'Economia Giulio Tremonti – ben 16 sono italiane. Questo dimostra che il nostro Paese possiede un mix produttivo interessante: non concentrato solo sulla meccanica, come la Germania, e non esclusivamente focalizzato sui beni tradizionali, come la Spagna».
Nell'analisi di Bruxelles, che assegna un perimetro ampio ai cluster dando loro una caratura regionale, nell'automotive la prevalenza tedesca è significativa, grazie a Stoccarda (oltre 136mila addetti), all'Alta Baviera (82mila) e alla Bassa Sassonia (80mila addetti). Torino, dove dalla fine degli anni 90 l'indotto Fiat si è emancipato dalla dipendenza dal Lingotto, si infila in questo pacchetto di mischia, che in Europa rappresenta davvero il meglio della cultura industriale delle quattro ruote, e con 86mila addetti si colloca al secondo posto della classifica degli occupati.
Resta un elemento di minorità: per Bruxelles, i tre poli tedeschi hanno una capacità di export molto robusta e un'alta propensione innovativa, mentre Torino ha un export debole e una innovazione soltanto di medio livello. Eccellente il posizionamento del tessile. Uno dei comparti più colpiti dalla crisi, ma che manifesta ancora una buona vitalità. La Lombardia, che per esempio conta su Como e sulla Bergamasca, ha 92mila addetti; il Piemonte, con Biella, 36mila; il Veneto 32mila e la Toscana, dove c'è fra l'altro Prato, 30mila.
Dunque, il nostro Paese presidia quattro dei primi cinque cluster,con l'eccezione di Barcellona, al secondo posto con i suoi 52mila occupati. Tutti e cinque i sistemi territoriali detengono una media forza innovativa, ma soltanto quelli italiani hanno una capacità di esportare molto forte, mentre i catalani si devono accontentare di un export debole. Altrettanto centrale il segmento delle calzature.
Fra i cinque maggiori sistemi distrettuali, il primo posto spetta alla spagnola Valencia, che dà lavoro a 36mila occupati. Gli altri, però, sono tutti italiani: le Marche (30mila addetti), la Toscana (12mila), il Veneto (10mila) e la Lombardia (10mila). Tutte aree connotate da una grande abilità nel muoversi sui mercati esteri, grazie al design e alla qualità e non con la compressione dei prezzi.Più sfumata la questione dei mobili, uno degli anelli di congiunzione tra la propensione italiana all'artigianato e le forme classiche dell'industrializzazione. In Lombardia, in particolare in Brianza, operano 25mila addetti, maggior polo produttivo europeo. Nella meccanica, la leadership italiana è evidente: 166mila occupati in Lombardia, a fronte dei 118mila di Arnsberg, vicino a Dortmund, e ai 91mila di Düsseldorf. In Veneto, ce ne sono altri 70mila.
La multispecializzazione italiana, fondata soprattutto sulle piccole e medie imprese, appare coerente con le politiche comunitarie, che ritengono centrali i cluster tanto da organizzare un think tank al servizio della Commissione (si veda l'intervista a Moltrasio, qui sotto).
«La ricerca e sviluppo al 3% del Pil europeo, come indicato dalla strategia di Lisbona – spiega Joan Trullén, dal 2004 al 2008 segretario generale dell'Industria nel Governo spagnolo guidato da José Zapatero – è perseguibile solo spingendo le piccole e medie imprese a fare innovazione. In raccordo fra di loro e in collaborazione con i centri di ricerca e le università pubbliche ».
Una politica spinta molto da Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione con competenza sull'industria.Trullén, che dopo l'esperienza nell'Esecutivo spagnolo è tornato alla ricerca economica come direttore dell'Institut d'Estudis Regionals Metropolitans di Barcellona, sottolinea la centralità del modello distrettuale marshalliano, tipico dei Paesi mediterranei, e della sua evoluzione costituita dai cluster, più presenti nel nord Europa. «Per la diffusione dell'innovazione fra le Pmi – rileva Trullén – le piattaforme rappresentate dai distretti e dai cluster sono fondamentali. Da sola una piccola impresa può fare poco. Con le altre, moltissimo».
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