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L'Europa perduta dei governi meridionali

di Ivano Russi, La Repubblica

Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


È passata abbastanza sottotraccia, sui media, la discussione tenutasi mercoledì scorso, nella sede dell' Unione industriali, sul documento Check up Mezzogiorno redatto da Confindustria e centro studi dell' Ipi. Al netto della giusta denuncia sul progressivo assottigliamento tra il 2001 e il 2008 dei trasferimenti nazionali verso il Sud - in questo caso trattasi di fatti e dati, non di opinioni - si è iniziato tuttavia anche a indagare un po' più in profondità il tema della qualità dell' azione di governo delle classi dirigenti meridionali degli ultimi dieci anni. Ed elementi molto interessanti di riflessione cominciano a venir fuori.

Quando ormai sei mesi fa le fondazioni Italianieuropei Napoli e Mezzogiorno Europa deliberarono, su forte impulso dei presidenti D'Alema e Geremicca, di avviare un lavoro di monitoraggio sulle politiche pubbliche nel Mezzogiorno, si decise di provare a isolare e approfondire alcune aree tematiche e settori di intervento non troppo inflazionati, e posti poi al centro della discussione di mercoledì.

Occorreva, e occorre ancora, un' analisi rigorosae non auto assolutoria, soprattutto per ridare legittimità politicoculturale e autorevolezza alla questione Mezzogiorno oggi. cominciare dal grande tema della qualità della spesa dei fondi europei che, chiudendosi il ciclo 2000-2006 con il cofinanziamento di 245 mila progetti di importo medio pari a 220 mila euro, lascia ovviamente molto a desiderare in termini di strategia, lungimiranza, utilità e sovraregionalità degli interventi prodotti.

Tra l' altro, come segnalato dall' ultimo Rapporto Eurispes, le regioni meridionali, già in regime di proroga, rischiano di perdere al 30 giugno circa nove miliardi di euro per progetti mai presentati a Bruxelles, e ciò rende ovviamente più difficile anche qualsiasi azione rivendicativa sulla redistribuzione delle risorse lungo le direttrici politiche Europa-Sud, e Nord-Sud.

Uguali limiti si sono registrati sul tema, in parte attinente, della più complessiva qualità delle strutture amministrative locali. Dieci, quindici anni avrebbero potuto rappresentare un tempo oggettivamente sufficiente per modernizzare gli apparati burocratici regionali e delle grandi città del Sud. Ovviamente inserendo strutturalmente ove possibile giovani laureati, competenze, saperi, professionalità, in grado di aiutare i livelli istituzionali locali a misurarsi con le complesse sfide del governo di oggi: internazionalizzazione, cooperazione internazionale, strumenti di finanza locale, progettazione comunitaria, innovazione tecnologica, attrazione di capitali. Lasciando troppi di questi ambiti di intervento, invece, in gestione più o meno esterna a vecchi carrozzoni locali para pubblici, società controllate, agenzie, o a consulenze estemporanee, si sono sostanzialmente aggravati i costi per la collettività, con scadenti risultati,e senza nessun accrescimento reale di competenze dentro le amministrazioni.

Anche sulla formazione professionale nel Mezzogiorno, probabilmente, occorrerebbe tentare strade nuove. Nel corso degli ultimi dieci anni, come dichiarato da D' Alema, «si è alimentato un mercato delle preferenze piuttosto che un mercato del lavoro», e le nuove risorse europee andrebbero utilizzate, sul modello di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, con il principio della "dote alla persona". Consentendo cioè al lavoratore espulso di rivolgersi liberamente, per il proprio percorso di riqualificazione e reinserimento occupazionale, a soggetti pubblici o privati, enti di formazione o agenzie per il lavoro, e vincolando rigidamente l' assegnazione-erogazione del voucher formativo alla reale ricollocazione del lavoratore stesso.

E, infine, non essere riusciti a creare un meccanismo virtuoso di circolazione delle informazioni e affiancamento per le imprese e gli altri attori economici, sociali o culturali, sulle opportunità europee, rappresenta forse uno dei limiti più gravi del sistema di governance pubblica locale. Abbandonando qualunque cultura competitiva e incentrata sul merito della progettazione, ci si è adagiati su una visione "bancomat" dei soli fondi strutturali. In questo modo i Programmi a Sportello Bruxelles, i Progetti legati alla rete Meda, i Twinning, i Programmi Quadro per la Ricerca e l' Innovazione, i fondi per la Politica di Vicinato, il Fondo Ue per contrastare gli effetti distorti della globalizzazione, l' Erasmus per i giovani imprenditori e tante altre opportunità sono rimaste ampiamente, nel Mezzogiorno, chances sconosciute, solo in minima parte utilizzate, e mai in una logica di sistema.

Su questo fronte la proposta lanciata dal presidente D' Alema di costruire, a Napoli, un vero e proprio "sportello culturale" che abbia la missione di sensibilizzare sulle politiche Ue gli attori potenzialmente destinatari di azioni e misure comunitarie, coinvolgendo le fondazioni e Confindustria, rappresenta un' idea utile da mettere in sinergia con altre iniziative analoghe già esistenti. Insomma, c' è un impegno serioa rifondare un meridionalismo nuovo, concreto e competente, riformista, europeo e incentrato su specifiche politiche pubbliche innovative e sulla credibilità di chi le propone. Su questi, e tanti altri temi, sarà utile continuare a concentrare gli sforzi di studio e di ricerca dei prossimi mesi.
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