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La "città italiana" è il segreto del successo del Made in Italy all'Expo di Shanghai

di Stefano Biolchini - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Per il pubblico cinese si tratta senza dubbio del più bel padiglione dell'Expo di Shanghai. Un successo notevole per l'ideatore del progetto l'architetto Uberto Siola. A lui abbiamo chiesto di spiegare il grande interesse del pubblico cinese che «si deve a più di un motivo.

Il primo è certo l'interesse per la cultura italiana. Il secondo è un ritorno di attenzione da parte del pensiero moderno alla città. Il terzo è l'intuizione che, affidando a un artista come Peter Greenaway e a una struttura come la ChangePerformingArts il compito di veicolare un messaggio teorico importante, si potesse ottenere il massimo successo. Non va poi sottovalutato che il lavoro fatto ha voluto con forza dimostrare la continuità tra il messaggio di eleganza, classicità e compostezza del Made In Italy e le qualità estetiche della città italiana. Messaggio questo accolto dall'ICE che dell'installazione è il committente».

Quale è la filosofia che sta dietro la vostra struttura?
«Il riferimento alla città, nel tema della Expo "Better city, better life", ripropone dopo molti anni l'accostamento fra la qualità della vita e la condizione urbana: contro una tendenza che negli ultimi anni, per una malintesa sensibilità ambientalistica e naturalistica, ha portato a distinguere e quasi contrapporre i termini dell'ambiente naturale con quelli dell'ambiente costruito. Il conflitto fra "natura naturans e natura naturata" è scoppiato in tutta evidenza portando a guasti difficilmente riparabili, se si pensa che certamente ha contribuito alla rinuncia e quindi, fra l'altro, alla mancanza di qualsiasi forma di politica della città e per la città. Oggi la città ritorna, nello slogan di Shanghai, uno dei centri dell'attenzione del pensiero moderno, sia per le sue implicazioni sulla qualità del vivere quotidiano, sia per la riscoperta di una delle grandi questioni del pensiero moderno, quale appunto è la città in termini generali».

Come è stata la collaborazione con Peter Greenaway?
«C'è innanzitutto da dire che il regista britannico ha un grandissimo interesse per l'arte in genere e per l'architettura in particolare. Greenaway è un intellettuale a tutto tondo ed è stato quindi interessante scoprire nelle sue opere e nei suoi scritti possibili "condivisioni" al di là dei diversi campi disciplinari – architettura e cinema – nei quali ci muoviamo e dai quali proveniamo».


Quali sono gli sviluppi possibili del progetto e quali i risvolti in Italia del vostro studio esportato in terra di Cina?
«Non si tratta, per noi, di un progetto concluso: innanzitutto il nostro "cinema architettonico" dovrà farsi portatore, in ogni sede che vorrà accoglierlo, di un ragionamento sulla città d'oggi. Intendo proporre e realizzare occasioni di dibattito nelle Facoltà di Architettura italiane, con conferenze e video, perché credo che la filosofia che sta dietro al progetto abbia un importantissima valenza didattica. In più il progetto è portatore di una posizione "forte" e, con questo, speriamo in Italia di dare un contributo alle tante discussioni che ormai fanno parte del nostro tempo e che riguardano la trasformazione delle nostre città».

Lei, di formazione razionalista, a quali scuole e spunti precisi ha fatto riferimento in questo caso?
«Il riferimento è alla Scuola italiana e, in particolare, al contributo del grande maestro Aldo Rossi cui si deve il grande merito di aver fissato i termini fondamentali di un razionalismo che ha la sua specificità nel non rifiutare la storia ma, al contrario, nel farne un materiale fondamentale per costruire la città dell'oggi.
Aldo Rossi amava ricordare la pittura del Canaletto dove la Venezia rappresentata è più un'invenzione che una rappresentazione, è più quello che avrebbe potuto essere che quello che veramente era, è più la composizione di parti e segni prodotti altrove e lì ricomposti che un'invenzione legata al momento ed alla sua situazione. Così Rossi pensava ad una costruzione della città che è stata definita "analoga", fatta di cose che non ci sono così come le vediamo, ma esistono nella realtà di situazioni urbane reali e immaginate».

Vi aspettavate un simile interesse dal pubblico cinese?
«Affidare le nostre posizioni teoriche alla genialità di Greenaway ci lasciava tranquilli. Ma ho l'impressione che chi sta "vincendo" in queste ore a Shanghai è l'Italia, la sua cultura, la sua eleganza, le sue città. In una fase storica in cui sembra riemergere un tentativo neanche strisciante di riproporre culture internazionali e globalizzanti, con città che si somigliano tutte senza esprimere alcuna individualità e specificità, il modello storicista offerto dalla cultura italiana sembra rappresentare un'alternativa vincente. Se siamo quindi riusciti ad interpretare questa nazione è un merito che siamo felici di prenderci».

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