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La questione giovanile è priorità
di Roberto Messina - Italia Oggi
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Per il futuro occorre generare un'innovazione a tutto campo.
«Esaminando gli studi e le statistiche relative alla disoccupazione giovanile, l'articolo 1 della Costituzione italiana rischia di diventare anacronistico e infondato. Tutt'al più, utopistico. L'Italia è una repubblica democratica... ma che sia ancora fondata sul lavoro, sul valore prioritario, il diritto inalienabile e ineludibile del lavoro, è oggi del tutto discutibile».
Il segretario generale della Cisal, Francesco Cavallaro, ironizza, ma mette decisamente in guardia su disoccupazione, precariato e salari inadeguati: seri fattori di disagio con cui devono confrontarsi i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro nel nostro paese. Per di più, senza che azioni e indirizzi delle classi dirigenti lascino intravedere una qualche inversione di tendenza.
«La questione giovanile», spiega Cavallaro, «raramente viene posta in agenda e sotto la lente d'ingrandimento della politica. Le iniziative sono ancora fortemente legate alle contingenze, alle emergenze: non proprio costruite su prospettive di lungo termine. Peraltro, si stenta a considerare le politiche giovanili vere priorità dell'economia, indugiando su aspetti afferenti altre aree, pure importanti: del tipo sociologico, psicologico, formativo. Mentre il confronto riguarda problematiche che investono varie sfere della vita pubblica del paese e hanno pesanti e concrete ricadute sui destini sociali delle famiglie.
C'è poi un altro, gravissimo e peculiare problema in cui purtroppo l'Italia sembra essersi irrimediabilmente cacciata: l'immobilismo sociale, la resistenza al ricambio generazionale, l'egoismo delle caste, l'esclusione dei giovani dalle realtà e dagli incarichi che contano».Da una recente indagine promossa dal Forum nazionale dei giovani e dal Cnel, in collaborazione con Unicredit, sul ricambio generazionale in politica, nel mondo delle libere professioni e nelle università (raccolta nel volume, a cura di Marta Simoni: URG! Urge ricambio generazionale, Rubbettino) emerge infatti un quadro allarmante.
Le conseguenze della «gerontocrazia» italiana si fanno sentire a vari livelli, col risultato generale che la proverbiale carica di innovazione delle giovani generazioni risulterebbe addirittura neutralizzata, e la complementare e non sibillina idea che, alla lunga, ciò potrebbe alimentare un vero conflitto fra generazioni. «Lo spaccato della gioventù italiana», si legge nel volume, «è permeato da una forte insicurezza individuale e sociale: i giovani, seppur capaci e meritevoli, a fatica riescono ad affermarsi ed emanciparsi dalla propria famiglia prima dei quarant'anni. Né sono nelle condizioni di poter incidere sulle scelte politiche, economiche e sociali della nazione, essendo esclusi da tutti i cosiddetti circuiti del potere».Stando ai dati Istat, negli ultimi anni il passaggio al lavoro dipendente è diventato realtà solo per un giovane collaboratore su cinque (22,6%).
Il problema di un'assenza di ricambio generazionale investe comunque tutti i settori della vita sociale del paese, compreso quello della politica. In parlamento, dal 1992 a oggi, i deputati under35 non hanno mai raggiunto la soglia del 10%, fatta eccezione per la XII Legislatura (12,4%), quella, non a caso, del dopo-Tangentopoli, con i partiti che hanno provato a rispondere alla domanda di cambiamento proveniente dalla società. Timore svanito già nella XIII Legislatura (1996-2001) con i deputati giovani-adulti tornati all'8,2%. Anche nei territori le cose non vanno granché. Negli ultimi 15 anni la presenza dei consiglieri assessori e presidenti «young» nelle regioni è scesa dal 5,2% al 3,9%. Comuni e province, pur in presenza di percentuali più elevate, rivelano analoga tendenza.«I cinquantenni/sessantenni», si legge nel rapporto, «escludono i giovani non solo dal sistema politico, ma anche dal mondo accademico: un sistema di cooptazione non sempre meritocratico, concorsi poco trasparenti e precariato tendono ad essere la triste regola nel mondo dell'Accademia». I dati del ministero dell'istruzione rivelano i numeri dell'anomalia italiana: età media dei docenti universitari 51 anni (considerando solo gli ordinari, i docenti all'apice della carriera, l'età media raggiunge i 59).
La metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni. Otto docenti su 100 hanno oltre 70 anni. I giovani sono insomma pochissimi: il 7,6%. La stessa marginalità si rivela nel mondo delle professioni prese in considerazione dallo studio: giornalismo, medicina, avvocatura e notariato. L'età media dei giornalisti professionisti è per esempio di ben 54 anni; quella dei pubblicisti, di 52. Anche l'età media dei praticanti, 36 anni, è certo elevata rispetto a quella che dovrebbe avere chi si affaccia al mondo del lavoro. Neppure i dati sull'età dei medici iscritti all'Albo professionale sono confortanti: nel 2007 i camici bianchi con non più di 35 anni sono poco meno del 12%. Tra i notai «blindare» ai giovani è poi una prassi: numero chiuso, pensione a 75 anni e selettività dei concorsi sono fattori che ostacolano. Con l'83,8% di professionisti over 40, si confermano categoria chiusa.
«Di fronte a questi inequivocabili e sconfortanti dati», dichiara Cavallaro, «la strada da percorrere sembra effettivamente quella suggerita dal libro: meritocrazia e libertà di competere. I giovani sono in nuce un potenziale di sviluppo, una porzione di futuro. Favorire la loro crescita, dare loro le giuste possibilità, vuol dire aprire al domani. Viceversa, ignorare le loro esigenze, le aspettative, il desiderio di innovazione e cambiamento potrebbe significare la definitiva condanna dell'Italia a una staticità che, prima o poi, produrrà conflitto e perdita di coesione oltre che di competitività. Il nostro sindacato non può restare insensibile a una questione tanto rilevante, e a breve presenterà alcune iniziative per far nuova luce sull'argomento e identificare correttivi e soluzioni di legge».
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