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La Terza Italia delle reti locali

di Carlo Trigilia, Il Sole 24 Ore
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Nella grave situazione economica globale si profila un paradosso: la forza dell'arretratezza (solo apparente) dell'economia italiana. Ma il risultato che più colpisce è il ritorno della Terza Italia, quelle regioni del Centro-Nord-Est dove più si concentrano sistemi locali di piccole e medie imprese: il baricentro del modello italiano.

Nelle difficoltà si vedono sempre meglio le strutture portanti di un sistema. Lo stiamo verificando anche di fronte alle reazioni emergenti nel nostro Paese alla grave situazione economica globale. Si profila un paradosso: la forza dell'arretratezza italiana (o di quella che appariva tale al paradigma di lettura dominante dell'economia). Sia chiaro: sarebbe sbagliata una lettura acritica delle virtù del modello italiano nella crisi, così come lo è stata quella dei cantori del declino e del ritardo che hanno dominato la scena negli anni passati. Sappiamo bene che il modello ha tanti problemi da non sottovalutare. E sarebbe inoltre un errore grave dare per scontata una buona tenuta della nostra economia a fronte di una delle crisi più forti e dirompenti- la prima dell'era della globalizzazione - i cui esiti sono ancora poco prevedibili. Ma intanto qualche valutazione si può cominciare a fare.

Se proviamo a prendere una fotografia dell'impatto della crisi a livello territoriale, ne ricaviamo una mappa che piacerebbe a Fernand Braudel e agli storici sociali della "lunga durata". Si intravedono Tre Italie nella crisi.

La prima è quella del Nord-Ovest, il vecchio "triangolo industriale". L'area che nonostante le grandi trasformazioni degli ultimi vent'anni resta quella a maggior presenza di grandi e medie imprese, in cui più forte è la separazione dell'economia dalla società: dalla famiglia, dalle reti sociali, dalle comunità locali. Qui la crisi è più visibile, se si considera per esempio la crescita della cassa integrazione e la sua diffusione rispetto agli addetti, o se si guarda al numero d'imprese sul totale che prevedono più forti difficoltà e calo del fatturato (indagine Unioncamere).

C'è poi il Mezzogiorno, che nel complesso appare meno colpito, con la vistosa eccezione di quella "linea adriatica" delle piccole imprese che negli anni passati aveva fatto sperare. Naturalmente, questo dato fa subito pensare al Sud della redistribuzione, al peso diretto e indiretto della spesa pubblica che protegge dalla crisi, e alla minor presenza delle attività esposte al mercato. Che quando ci sono soffrono di più per la maggior fragilità del contesto esterno, come nel caso dell'Abruzzo (già prima della sciagura che l'ha colpito), del Molise, di parti della Basilicata e della Puglia. Accanto a questi fattori va però considerato un Mezzogiorno diverso che si intravede negli ultimi anni. Un Sud più tirrenico, legato alla plurispecializzazione locale in attività di mercato meno sfidate dalla globalizzazione: agricoltura di qualità, agroindustria, turismo, manifattura diversa dal made in Italy.

Ma il risultato che più colpisce, se guardiamo alla nostra mappa, riguarda il ritorno della Terza Italia (su cui aveva attirato l'attenzione più di trent'anni fa il sociologo economico Arnaldo Bagnasco). Si tratta di quelle regioni del Centro- Nord-Est dove più si concentrano sistemi locali di piccole e medie imprese e distretti industriali del made in Italy: il vero baricentro del modello italiano.

Non tutti questi sistemi territoriali si difendono bene, e tutti avvertono i morsi della crisi, dato il forte peso delle esportazioni nelle loro attività. Tuttavia, colpisce la relativa miglior tenuta complessiva di quest'area rispetto ad altre zone del Paese. Per spiegarla dobbiamo far riferimento al paradosso dell'arretratezza di cui si diceva. Le componenti sono ben note: la dimensione ridotta delle imprese, il più forte rapporto con la famiglia, l'intreccio più stretto tra reti sociali e reti produttive, il basso indebitamento delle imprese e il ruolo delle banche locali, delle organizzazioni di categoria, dei governi locali; ma anche la forte presenza del risparmio delle famiglie (i depositi per abitante sono tra i più alti).

Insomma, si tratta di un sistema in cui l'economia è meno separata: è più immersa nella società locale. Così come il processo produttivo di beni di qualità avviene in modo diffuso - con la partecipazione di attori diversi e di rilevanti economie esterne alle imprese anche gli effetti della crisi tendono ad essere più diffusi e più ammortizzati dalla società locale, in un quadro nel complesso più solidaristico (come mostrano anche i dati Istat sulle disuguaglianze di reddito tra le famiglie, meno marcate nelle aree in questione). E questo vale anche per le nuove medie imprese internazionalizzate, di cui tanto si parla negli ultimi anni: il loro successo, così come la loro resistenza alla crisi non sono comprensibili se non si tiene conto del peculiare polmone territoriale con cui respirano.

Forza dell'arretratezza dunque? Ripeto: non esageriamo. Ma forse gli effetti di "redistribuzione della crisi" di cui ha parlato Giuseppe De Rita dovrebbero indurre qualche autocritica tra gli economisti, la maggioranza dei quali considera una distorsione il modello italiano proprio perché l'economia appare poco separata dalle reti sociali, le imprese sono piccole e sottocapitalizzate, la finanza poco " moderna".

Evidentemente, le reti sociali non hanno necessariamente effetti collusivi e distorsivi, ma possono costituire - a determinate condizioni - " esternalità positive".

Il guaio è che la cultura economica dominante ha profondamente influenzato la politica e le stesse leadership nazionali del mondo delle imprese e del lavoro. E così quando si decide di politiche per la crisi si parla solo di aziende singole (credito, incentivi, sgravi) e di ammortizzatori sociali per i lavoratori, mentre la dimensione delle reti e dei territori resta fuori dall'agenda, affidata al volontarismo dei soggetti locali. Col rischio che essi stessi finiscano per non percepire anche come forza quello chei più definiscono come debolezza. Ma come insegnano gli storici, le lunghe durate pesano, e non farci bene i conti può essere dannoso. Forse la crisi può aiutare a cambiare occhiali.
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