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Le città del Nord saranno più gradi
di Gianni Trovati - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Demografia. Così l'Italia del 2020
L'emigrazione, interna e internazionale, torna ad allargare con decisione la forbice tra Sud e Nord del Paese, e il fenomeno investe soprattutto le città maggiori. Che continuano a occupare la prima linea dello sviluppo, ma in prospettiva vedono aumentare il rischio di non farcela: a Mezzogiorno a causa della dinamica demografica in negativo, che può far ristagnare un quadro economico, infrastrutturale e sociale già in difficoltà, mentre i poli urbani del Nord le risorse destinate ai servizi faranno fatica a tenere il passo di una popolazione in crescita.
Lo scenario è tratteggiato dal rapporto «Ripartire dalle città » realizzato dalla fondazione ricerche dell'Associazione nazionale dei Comuni, che ha messo in fila i numeri della situazione economica e sociale delle 11 città principali per indovinarne le prospettive. Il futuro, come accennato, parla soprattutto di una divisione crescente fra Nord e Sud. Nel 2020, secondo le proiezioni fondate sulle rilevazioni Istat, la popolazione delle 11 città crescerà del 3,7% rispetto a oggi, sfiorando i 9 milioni di abitanti, ma la demografia correrà soprattutto a Bologna (+7,3%), Milano (+6,3%) e Firenze (+5%), mentre si volgerà in negativo a Palermo (-1,2%), Napoli (-2,6%) e Bari (-2,8%). Uniche eccezioni a questo confine così netto sono Roma, che appare destinata a crescere del 6% nei prossimi 12 anni, e Genova, dove la prospettiva è quella di una riduzione degli abitanti nell'ordine del 3,6%.
Questi numeri, sottolinea il Rapporto, sono il frutto di due dinamiche convergenti: la ripresa dell'emigrazione interna, dopo che fra 1998 e 2005 tutti gli indicatori prospettavano una riduzione delle distanze fra Nord e Sud, e il concentrarsi dell'emigrazione dall'estero verso i territori più promettenti dal punto di vista occupazionale. In entrambi i casi il fenomeno è più spiccato fra i soggetti con titolo di studio più elevato, e questo fattore aumenta le preoccupazioni sul potenziale di sviluppo del Mezzogiorno.
L'analisi di queste tendenze è cruciale perché nelle 11 città maggiori si realizza il 21,2% del Pil nazionale, e negli ultimi 10 anni il peso di queste metropoli è aumentato di quasi il 7%. In termini di valore aggiunto, infatti, le dinamiche delle città hanno seguito (e in parte determinato) quelle nazionali, ma con performance mediamente migliori (la crescita media annua fra 1998 e 2008 è stimata al 4,5%, contro il 3,6% realizzato a livello nazionale). Ma la relativa convergenza dei dati economici fra Nord e Sud che ha caratterizzato gli ultimi 10 anni sembra tramontare, e rischia di accentuare i problemi di sviluppo che in tempi di crisi percorrono tutto il Paese. Una prima soluzione, sulla falsariga di quel che accade a livello nazionale, per gli amministratori locali è la spinta alle infrastrutture locali, che escono malconce dal confronto europeo. Proprio sulla base dei risultati del Rapporto, infatti, i Comuni hanno rilanciato la richiesta al Governo di escludere dal Patto di stabilità interno gli investimenti, lamentando di avere in cassa 63 miliardi di euro bloccati dai vincoli di finanza pubblica (si veda anche Il Sole 24 Ore del 28 novembre). Ma sul tema il confronto con il Governo è solo all'inizio.
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