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La gestione territoriale del percorso formativo
Giuseppe Zaccaria* - Il Messaggero Veneto
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
C'è ancora molto scarto tra il federalismo delle parole e il centralismo dei fatti.
E’ un segnale importante per l’intera università italiana, quello giunto da Trento, dove la Provincia autonoma ha raggiunto un accordo con lo Stato per la delega in materia di gestione finanziaria dell’ateneo, in attuazione di quanto previsto dall’intesa intervenuta nel novembre scorso nell’ambito dell’ultima legge finanziaria. Dieci anni dopo un analogo provvedimento avvenuto per la scuola, il Trentino arriva così a farsi carico dell’intero percorso formativo, con il risultato di poterlo gestire in stretto raccordo con le caratteristiche del territorio, anziché rimanere inchiodato a normative indifferenziate, valide in tutta Italia.
La Provincia potrà così utilizzare con maggior efficacia ed efficienza il budget di spesa di 73 milioni di euro l’anno, fin qui manovrato da Roma; con indubbi benefici destinati a potenziare il già elevato livello scientifico e didattico dell’Università di Trento. Si tratta di una soluzione indiscutibilmente coraggiosa e innovativa, che potremmo definire di autonomia rinforzata e che può far testo anche altrove, a cominciare dal Veneto: è auspicabile che nella prossima legislatura regionale, che si aprirà dopo il voto di fine marzo, quale che sia il suo esito, maggioranza e opposizione trovino la strada per un fronte comune volto a studiare la possibilità di un’analoga strategia per gli atenei veneti, includendo la formazione universitaria tra le materie di cui chiedere la gestione nella trattativa sull’attuazione del federalismo.
Assieme a quelle di Venezia e Verona, l’università di Padova sta già studiando forme di collaborazione e di integrazione a diversi livelli. Un’innovazione normativa che vedesse la Regione assumere in materia un ruolo analogo a quello della Provincia di Trento offrirebbe un fondamentale supporto per qualificare sempre più il livello della ricerca e della didattica, essenziale anche per il territorio nella competizione internazionale in atto.
Certo, proprio il caso trentino segnala quanto forti siano le resistenze, e quanto scarto ci sia ancora tra il federalismo delle parole e il centralismo dei fatti. Lo rivela la reazione negativa dei sindacati nazionali, peraltro sconfessati e contestati dalle loro stesse rappresentanze provinciali: è la conferma di una mentalità diffusa non solo a livello politico-partitico, e in base alla quale solo lo Stato sarebbe in grado di esercitare funzioni importanti.
La smentita a questa convinzione sta nei fatti, talmente vistosamente negativi che di questi il sindacato dovrebbe preoccuparsi: a partire dalla deleteria e campanilistica proliferazione degli atenei (ben 95 in Italia, di fatto uno per provincia) e dei corsi di laurea (5.500, di cui qualche decina con un solo studente), che finisce per drenare risorse importanti, penalizzando le università più qualificate, tra cui indiscutibilmente rientrano quelle del Nordest.
Trento, in particolare, vanta già risultati di qualità grazie proprio alla flessibilità garantita dal regime di autonomia statutaria della Provincia: a esempio, può assumere docenti stranieri fino al 50 per cento, e riesce ad attrarre finanziamenti attraverso bandi competitivi; non a caso Microsoft ha investito proprio in questo ateneo, dando vita al Centre for Computational and Systems Biology. Con la delega totale in materia di università ottenuta nella trattativa con Roma potrà sicuramente puntare su un ulteriore salto di qualità. Ed è questa una “best practice” che molti dovrebbero sforzarsi di importare in casa propria, considerando che l’industria della materia grigia è la più strategica di tutte, perché assicura larghe e fruttuose ricadute al territorio. Per quanto ci riguarda, e penso di interpretare il pensiero anche degli altri colleghi rettori, siamo pronti a fare la nostra parte: non per avere semplicemente più risorse, ma per gestirle con più responsabilità e con più aderenza alle esigenze del sistema universitario, veneto e no.
* Rettore Università degli Studi di Padova
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