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La ripresa? Partire dalle città

di Carlo Carboni - Il Sole 24 Ore

Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Proprio in questi anni, tra il 2007 e il 2010, la popolazione urbana supererà nel mondo quella rurale. Mentre nel 1900 solo 150 milioni di persone vivevano nelle grandi città, nel 2050, la popolazione urbana rappresenterà i due terzi di quella mondiale. Oggi un quinto del Pil mondiale è generato dalle dieci metropoli economicamente più rilevanti. Milano e Roma producono circa il 13% del Pil nazionale e gli undici sistemi locali del lavoro più popolosi un terzo del Pil italiano (Anci 2008).

Nelle principali città del mondo sono fortemente cresciuti nuovi ceti professionali a vocazione creativa e innovativa.

Con la globalizzazione, anche la competizione tra città si è complicata per attrarre centri direzionali transnazionali e, soprattutto, capitali umani e finanziari. Tutto ciò ha reso le principali città mondiali veri e propri nodi visibili delle reti che ormai avvalgono il mondo. Tuttavia, le principali città italiane, sul piano della trasformazione imprenditiva e delle comunità professionali, hanno faticato a tal punto che il loro andamento non brillante a partire dal 2002 - 2003 spiega gran parte del declinio relativo del Paese, cioè della "perdita di terreno" rispetto ai principali partner europei.

Il Pil londinese dal 2001 al 2007 si è sviluppato con un tasso quasi quadruplo di quello di Milano, che pure è decima la mondo in quanto incidenza percentuale di professioni creative sulla sua popolazione totale (circa 1 su 4). Dunque le città, che dovrebbero essere la "tigre nel motore" del Paese, hanno in parte deluso. Roma si è sviluppata a tassi significativi fino al 2002, poi si è allineata alla crescita mediocre del Paese. Il capitalismo relazionale, di cui si parla come una delle cause della crisi finanziaria attuale, è in effetti delizia e croce del profilo imprenditivo-professionale delle nostre città: ne è delizia poichè è normale che un lavoro sempre più terziarizzato e mentale si concretizzi in maggiore relazionalità e comunicazione; ma ne è la croce perchè il capitalismo relazionale tende a degenerare nel crony capitalism e nel rischio dell'arbitrarietà e delle baronie, pubblice e private.

I "pochissimi" al vertice hanno prevalso sui migliori, imponendo comportamenti routinari e rendite di posizione clientelari nelle nostre principali città e i processi di liberalizzazione delle professioni e dei servizi sono stati apertamente osteggiati a danno di comportamenti virtuosi.

Non solo non va la "città imprenditiva", spesso soffocata dal mercato politico e dal capitalismo relazionale dei nepotismi e dei comportamenti autoreferenziali e cetuali. Ma, nelle nostre grandi città, declina anche la qualità della vita (si veda Il Sole 24 ore del 29 dicembre scorso). Disagio sociale e disoccupazione, servizi e ambiente, sicurezza e degrado sono alcuni dei temi che affliggono la solitudine consumista dei cittadini, ora frustrata dalla grave crisi finanziaria. A Palermo, Napoli e Bari la disoccupazione è doppia di quella media nazionale e intanto i fallimenti di piccole società incalzano spinti dalla crisi.

A Milano, Torino e Firenze, per ogni dieci residenti c'è poco più di uno straniero (Istat 2008). Per metà dei giorni dell'anno a Torino vengono superati i limiti previsti per il Pm 10 (Istat 2007). Tra il 1996 e il 2006, nonostante il calo riscontrato per furti e scippi in tutte le nostre principali città, a Torino i borseggi sono aumentati del 220%, a Napoli le rapine del 123% e a Bologna gli omicidi volontari del 120% (a Bari del 106%). Forse, per ripensare il nostro percorso nazionale, mentre navighiamo a vista in una crisi finanziaria ormai trasformata in aperta recessione, dovremmo prendere più sul serio che il 55% della popolazione del nostro Paese vive in aree urbane (una delle percentuali più alte al mondo).

Le nostre grandi città disperse - cresciute in coalescenza con comuni contigui - dovrebbero costituire piattaforme per impostare una "riscossa", far emergere nuovi talenti e forze in grado di vincere il conformismo che ci preclude una cultura d'innovazione, di cui ha scritto Innocenzo Cipolletta sul Sole di ieri. Non è sufficiente che la riforma federalista preveda la creazione delle aree metropolitane e che quindi "domani si vedrà". Ci vuole molto di più per rilanciare il nostro tessuto urbano. La porta girevole per capire come innovare è l'emergere delle città disperse (o diffuse) che ha cambiato il nostro paesaggio economico e territoriale: richiede servizi e infrastrutture, ma soprattutto una coalescenza istituzionale che sostituisca le tradizionali entità amministrative provinciali. Del resto, l'abolizione delle Province consentirebbe utili risparmi da impiegare per "aprire" un'agenda governativa di urban policies con nuovi strumenti operativi e concettuali.



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