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INTERVISTA Stefano Rolando*
Siamo entrati nella terza fase della comunicazione pubblica. Dopo una lunga storia autoritaria e propagandistica, la Pubblica amministrazione ha rotto il silenzio con i cittadini negli anni 80 con una prima apertura informativa sulle competenze essenziali. A questa stagione di «libertà anagrafica» ne è seguita un'altra, che investe tutti gli anni 90, segnata dalle normative che hanno legittimato la comunicazione pubblica. Nella terza stagione, quella dei nostri anni, la comunicazione diventa dialogo, pubblica utilità, diventa democrazia partecipativa. Per Stefano Rolando, segretario generale della Fondazione Università Iulm nonché tra gli ideatori del programma di Com-Pa 2008, oggi c'è una maggiore maturità del cittadino e più consapevolezza del sistema di impresa che premono sull'amministrazione per ricevere informazioni.
Possiamo quindi dire che l'epoca del segreto tra PA e cittadini è un lontano ricordo?
Sì. Oggi c'è un dibattito partecipato. Ci si confronta sui grandi cambiamenti generali: la globalizzazione, i processi migratori, la questione ambientale, la difficile crescita economica, l'allargamento comunitario.
Cosa ha segnato questo passaggio?
La consapevolezza che siamo passati dalla comunicazione della pubblica amministrazione alla comunicazione di pubblica utilità. Un'epoca in cui la comunicazione della PA non è più solo di servizio rispetto alla legge ma è funzione strategica per stimolare la partecipazione. È una stagione di nuovi diritti e nuovi rischi. Non basta più dichiarare un'anagrafe pubblica o tentare di spiegare norme e servizi. Bisogna accompagnare la società in una gestione più interattiva di quei diritti e di quei rischi.
Anche il cittadino deve, però, fare la sua parte.
Sì, perché oggi non è più solo lo Stato che si addossa la parola pubblico per trasferire la comunicazione ai cittadini ma questa parola appartiene anche a soggetti privati, i cui diritti di cittadinanza li rendono attori pubblici.
Ci sono ostacoli al decollo del nuovo modello comunicativo?
Innanzitutto il rapporto conflittuale tra PA e politica. Alcuni politici credono di essere gli unici a dover parlare con i cittadini. Un altro problema riguarda l'accesso alla professione di comunicatore pubblico. Questo profilo deve essere più legittimato e la formazione più adeguata. Il cittadino deve avere certezza che questa area non venga occupata da fiduciari ma da persone che svolgono questa professione con un'etica di servizio pubblico. Infine, le risorse. La comunicazione pubblica è un'area da 100mila posti di lavoro con una cronica carenza di risorse. Per questo va razionalizzata con flessibilità e valutazione dell'operato.
Quali saranno i temi chiave del Compa?
La PA che vince la sindrome del freno e sceglie la comunicazione per i processi di sviluppo. L'idea di pubblico che non è più una prerogativa dall'alto ma un dialogo tra istanze diverse. La comunicazione al servizio dei processi competitivi sia piccoli che globali.
Può fare un esempio di comunicazione pubblica perfetta?
Quando i cittadini hanno la possibilità di accedere a un bisogno informativo preciso e puntuale avendo una risposta efficiente. L'informazione in occasione delle Olimpiadi di Torino del 2007 è stato un esempio di buona pratica di comunicazione.
E uno in cui la comunicazione pubblica ha fallito?
Quella relativa all'introduzione dell'euro. Si è minimizzato il rischio facendo credere che fosse solo un problema di cambio. Ciò non ha permesso ai cittadini di essere soggetti di controllo sull'incremento dei prezzi, cosa che è invece è avvenuta con successo in Paesi come la Germania. Da noi ha prevalso l'intenzione di non spaventare ma non si è riusciti a trovare una tensione critica.
* Direttore Scientifico della Scuola di Comunicazione IULM