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L'economia italiana nella globalizzazione
di Francesco Fracasso - Il Denaro
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Da almeno vent'anni il nostro Paese ha tassi di sviluppo del tutto irrisori
Il processo di globalizzazione è un fenomeno ormai consolidato e da tempo ci si interroga sulle conseguenze che ha determinato e su quelle che si stanno verificando(crescita economica dei Paesi, povertà, e così via).
Di certo attraversiamo ancora un periodo di transizione. Ed il profondo cambiamento che stiamo sperimentando non solo dovrebbe essere in grado di creare uno sviluppo generalizzato di tutti i Paesi ma contribuire ad introdurre anche una sufficiente spinta democratica alla governance mondiale.
A fronte di quanti si affannano a sostenere che la globalizzazione è in fondo un fatto pernicioso, basterà rilevare solamente questi due fatti: milioni e milioni di cinesi ed indiani sono usciti dalla povertà ed il grande mercato nel quale oggi tutti operiamo. Ormai Paesi come Cina, India, Brasile contano moltissimo. Essi sono arrivati a produrre più del 50 per cento del Pil mondiale e,secondo alcune stime del Fondo monetario internazionale, tra vent'anni arriveranno ai due terzi. E se Paesi come Gran Bretagna, Italia, Francia, insomma tutti quelli che avevano una particolare rilevanza fino a qualche anno fa, sono in crisi e la loro crescita è precaria, l'origine di questa "situazione" è ascrivibile, a parte le conseguenze della gravissima crisi finanziario-economica di questi anni, all'incapacità di crescere. E questo in quanto continuano ad operare come se nulla fosse accaduto. E' questa la ragione essenziale che spiega perché i Paesi poveri stanno crescendo in fretta e diminuiscono le disuguaglianze tra i Paesi più poveri ed i più ricchi del mondo.
E la recessione ha finito per esaltare questa realtà: di qui, ad esempio, il deficit commerciale degli Stati Uniti ed il surplus cinese. Sulla crescita molto lenta dell'Europa pesa parecchio la disoccupazione e questa, a sua volta, discende dall'attuale incapacità di far fronte -in piena era di globalizzazione- al mercato con un drastico rinnovamento delle produzioni e dei servizi.
Per quanto riguarda il nostro Paese, da una recente indagine Mediobanca-Unioncamere sulle medie imprese manifatturiere risulta manifesto che per crescere è necessario entrare in mare aperto e cercare mercati più estesi, proponendo prodotti nuovi(dove la ricerca abbia un peso determinante).
Un libro, appena pubblicato, illustrando la caduta del distretto tessile di Prato in questa nostra epoca contrassegnata dalla globalizzazione(Edoardo Nesi, "Storia della mia gente", Bompiani, Milano, pagg.256, 14 euro),fornisce uno spaccato molto significativo della realtà del nostro Paese. Edoardo Nesi, già imprenditore fino al 2004, illustra lo sviluppo locale italiano dal dopoguerra fino a qualche anno fa quando con l'apparire sul proscenio della competitività dei paesi cosiddetti emergenti, i mercati si sono riempiti di prodotti con prezzi straordinariamente più bassi di quelli italiani: una delle prime conseguenze della globalizzazione. Di fronte alla presenza di mercati aperti è accaduto che tutto quel tessuto di piccole imprese di cui è sostanziato il miracolo economico dell'Italia a partire dal dopoguerra si è andato rapidamente disfacendo.
Al di là delle consuete ed abbondanti chiacchiere politichesi, il terremoto della globalizzazione e della crisi sta finalmente –anche se troppo lentamente- trasformando una certa parte del Paese che ha capito la necessità di avviare una nuova fase di sviluppo senza per questo lasciar cadere nel vuoto tradizioni storiche e rapporti stretti con il territorio. Di qui l'urgenza di rafforzare ogni aspetto del "fare" per dare spazio a nuovi prodotti ed a prezzi competitivi, contrastando così la concorrenza degli altri.
Allo stato, in Italia si intersecano due grossi handicap: il primo deriva dal fatto che la nostra economia –come si è appena detto- non è sinora stata in grado,se non in misura molto contenuta,di affrontare le sfide derivanti dalla globalizzazione e quindi quello di non essere ancora capace di agganciare la ripresa dopo la crisi di questi anni. L'amara realtà è che da almeno venti anni il nostro Paese ristagna pericolosamente ed i tassi di sviluppo sono del tutto irrisori. Fino a quando l'Italia non produrrà un consistente e diffuso salto di qualità fatto di innovazione, specializzazione ed efficienza, continueremo a girare a vuoto.
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