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L'impero delle emozioni

di Mariagrazia Meda - L'Espresso
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Bisogna ridisegnare le regole della geopolitica. Basata non più sui confini nazionali, ma sulle passioni. Parla il celebre studioso; colloquio con Dominique Moise.

Per dirla con una frase: il mondo a venire, anzi il mondo presente è e sarà sempre di più il teatro di uno "scontro delle emozioni" e non delle civiltà, come invece sosteneva Samuel Huntington. E l'umanità dovrà fare i conti non solo con le frontiere geografiche e le identità culturali, come è successo finora, ma anche e soprattutto con il peso di sentimenti: la paura, l'umiliazione, la speranza. Saranno insomma le emozioni e non la fredda ragione geopolitica a governare il nostro pianeta, in una specie di revival romantico della politica e della cultura mondiale.

Questa tesi provocatoria la sostiene Dominique Moisi, uno dei massimi esperti di geopolitica, cofondatore dell'Ifri e visiting professor ad Harvard. Nel saggio 'La géopolitique de l'émotion' (pubblicato in Francia da Flammarion, in uscita in Italia per Garzanti) Moisi propone una nuova e inedita griglia di lettura dell'universo in cui viviamo, partendo da una parola chiave, la fiducia: "La sua assenza provoca la paura", dice a 'L'Espresso', "e questo è evidente. Ma quando la fiducia è tradita, dai leader incapaci o corrotti, da una società che non sa gestirsi, allora subentra un terribile senso di umiliazione". Ecco quindi tracciata una nuova carta mondiale delle emozioni. L'Occidente sfiduciato è stretto dalla paura, il mondo arabo sprofonda nell'umiliazione. E la fiducia "che è il presupposto della speranza", la troviamo nell'Asia.

Moisi non è ingenuo e ammette che il suo è solo uno schema, che come tutti gli schemi non tiene conto delle molte eccezioni. Ma, e qui sta la portata innovativa del suo pensiero: trattandosi di emozioni, lo schema geopolitico appena delineato può cambiare alla stessa vertiginosa velocità con la quale cambiano i nostri sentimenti quotidiani e familiari. La speranza con rapidità si tramuta in umiliazione, ma anche la paura in speranza: come dimostra l'esempio dell'America di Obama. La vera sfida è capire la velocità del cambiamento di questi invisibili confini tra le emozioni che dominano le varie parti del mondo.

Professor Moisi. Lei dice che come il Ventesimo è stato il secolo delle ideologie, cosi il nostro sarà quello delle emozioni. Una tesi ardita...

Non pretendo certo di scoprire una cosa ovvia: che le emozioni sono importanti. Sostengo invece che oggi lo sono molto più che nel passato grazie ai media che ne amplificano la portata, e grazie al fatto che tutti i mutamenti sono più veloci e meno legati alla materia. Internet, la tv, le reti, propagano le emozioni, da un capo del globo all'altro. Basti pensare a quello che è successo l'11 settembre 2001 o poco fa a Mumbai, o poche settimane fa a Washington, quando si è insediato Obama. Il mio libro è quindi un trattato sulla globalizzazione nella sua dimensione emozionale.

E cosa dice esattamente?

Parla di tre principi. Provo a elencarli, partendo da una premessa: la globalizzazione è interdipendenza e trasparenza. Come dice Thomas Friedman viviamo in un 'mondo piatto', tutto tende ad avvicinarci gli uni agli altri: dal commercio, alla rivoluzione delle comunicazioni. La risposta a questa unificazione che ci fa paura sta nell'accentuazione dell'identità di ciascuno di noi. E cercare un'identità, in un mondo così incerto, significa dare importanza alle emozioni. È grazie alle emozioni che siamo diversi gli uni dagli altri, visto che per il resto ci assomigliamo tutti sempre di più: mangiamo gli stessi cibi, vestiamo allo stesso modo, anche se non tutti abbiamo le stesse disponibilità economiche.

Lei traccia frontiere nuove, invisibili, e dice che, come in passato si parlava di equilibrio delle potenze, oggi si può parlare di equilibrio delle emozioni.

Infatti, un popolo si definisce attraverso le emozioni che lo animano. E a partire da questa intuizione, possiamo disegnare una mappa delle emozioni del mondo. Schematizzando, ho definito tre aree : la speranza in Asia, l'umiliazione nei Paesi arabi, la paura in Occidente.

La strage di Mumbay, il crac delle finanze, la crisi mediorientale, lo spettro della disoccupazione globale: gli eventi negativi si susseguono. Si ha l'impressione che è sempre più difficile essere razionali.

La crisi attuale rafforza il contenuto della mia teoria. Ma attenzione, la fotografia, l'istantanea delle emozioni cambia da settimana in settimana. In altre parole: il mio approccio analitico è valido, ma dovrei spesso correggere la fotografia.

Perché?

Perché le frontiere delle emozioni sono porose e cambiano velocemente. Un'emozione è dominante in un preciso momento. Per esempio: la paura in Occidente e la speranza in 'Cindia' sono sentimenti che possono mutare repentinamente. Ho cominciato a scrivere il mio libro mesi fa. Rispetto ad allora, oggi c'è più speranza grazie a Obama. Ma c'è anche più paura a causa della crisi economica. Rimane stabile il territorio dell'umiliazione.

Pur nella loro fragilità queste frontiere emozionali sono importanti quanto le frontiere fisiche o topografiche?

Le emozioni, come il colesterolo, sono di due tipi: buone e cattive. Il nostro ruolo è di rafforzare le prime e contenere le seconde. È importante capire che le frontiere emozionali non sono un'idea geografica, ma temporale.

Un esempio ?

Gli Usa: soffocati dalla paura hanno eletto l'uomo che incarna la speranza. Sono passati da uno stato emozionale a un altro. Ci riusciranno? Nello schema attuale ci sono due movimenti quasi tettonici: da una lato le ondate di speranza a partire da Obama, e dall'altro le ondate di paura generate dalla crisi economica che potrebbero sommergere l'Asia, la Cina, l'India.

Nella sua mappa delle emozioni la paura sembra dominare i paesi demograficamente vecchi.

È evidente. L'invecchiamento della popolazione è un fattore che genera un ripiegamento su di sé, la perdita di fiducia. Nutriamo l'idea che la nostra storia è dietro di noi, e questo è grave.

Lei scrive che l'Europa perde fiducia nei valori di democrazia e progresso, come ridarle fiducia?

I pilastri della fiducia in Europa sono i nuovi europei, i migranti, perché sono giovani e hanno fame: di successo, di rivincita, di affermazione.

In questa Europa allargata e multietnica abbiamo sentimenti, cultura, identità comuni?

Qui sta il mio disaccordo con Huntington: non accetto le sue tesi sullo scontro di civiltà. Huntington confonde cultura e cultura politica. Minimizza la dimensione di cultura politica: per lui Asia e Islam sono uniti da una medesima repulsione nei confronti dell'Occidente.

E invece?

In Asia come nel mondo islamico ci sono minoranze importanti che vogliono la democrazia. Ecco perché ciò che ci unisce in Europa con i nuovi migranti è un medesimo ideale democratico. Ecco perché per fare un esempio concreto dovremmo superare la paura e fare un atto di intelligenza aprendoci alla Turchia. Nel mondo così com'è, l'apertura all'Altro è indispensabile. E l'Altro vicino a noi è la popolazione turca, per ragioni demografiche, economiche, diplomatiche, strategiche e culturali. Abbiamo l'opportunità di mostrare che ci può essere un Islam europeo.

La paura generata dalla crisi economica e dalla minaccia terrorista non diventa pretesto per limitare libertà e diritti?

La crisi può sfociare nel meglio come nel peggio. Potremmo immaginare un mondo di giovani che fino a ieri volevano diventare ricchi a Wall Street e che oggi, visto che non c'è più lavoro nella finanza, si convertano a servire il bene pubblico. Mi piace sperare che la tentazione delle élite sarà di servire lo Stato e di trasformarlo dall'interno per migliorarlo.

Quanto vale la libertà a stomaco vuoto?

Ho paura che non valga molto. In fondo la libertà è un valore supremo per quelli che mangiano e suppone un certo livello di benessere. Le emozioni dipendono anche dall'economia.


Dominique Moisi è nato nel 1946. E' francese. E'assistente di Raymond Aron, ha insegnato all'Ena e all'Ecole des Estudes en Sciences Sociales. Professore ad Harvard, collaboratore del Financial time e della rivista Foreign Affairs,ha di recente pubblicato il libro "La Gèopolitique de l'èmoction" in polemica con Samuel Huntington, lo studiosi americano recentemente scomparso e teorico dello scontro delle civiltà.

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