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L'utopia industriale di Pozzuoli

di Paolo Frascani, La Repubblica

Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Uno spazio disegnato da Luigi Cosenza come proposta di rottura degli schemi urbanistici del tempo oltre che pensato come laboratorio per riconvertire il sottoproletariato napoletano alle regole dell´organizzazione e del merito dell´impresa moderna. Compito difficile del cui valore simbolico Ottiero Ottieri seppe cogliere il segno, nel suo indimenticabile "Donnarumma all´assalto", e che, fatta salva qualche eccezione, passò quasi inosservato all´attenzione degli intellettuali, dei politici e dei sindacalisti del tempo.

Visto dalla lontana Ivrea l´esperimento di Pozzuoli costituiva, invece, uno dei modi in cui all´epoca si poteva declinare concretamente l´utopia di uno sviluppo industriale rispettoso degli assetti e delle radici culturali del territorio, concepito appunto, da Olivetti, come Comunità, cellula politica e fondamento di una democrazia a ordinamento federale.

Un percorso che la classe dirigente postbellica non volle intraprendere: piuttosto che dar credito all´utopia dell´industria dal volto umano scelse di incassare i vantaggi politici offerti, in termini di occupazione e di benessere, da una macroindustrializzazione senz´anima e bollò di utopismo il progetto dell´imprenditore.

Oggi, mentre ci interroghiamo sul destino della nostra democrazia, sul significato del federalismo, sull´efficacia degli strumenti per promuovere lo sviluppo, ha di nuovo senso tornare a parlare del progetto di Adriano Olivetti. L´occasione è offerta dall´incontro che si terrà stamane presso la facoltà di Scienze Politiche de "L´Orientale", (Palazzo Dumesnil, ore 10) per presentare il libro di Sergio Ristuccia, "Costruire le istituzioni della democrazia" (Mursia, 2009).

Studioso dei processi istituzionali e protagonista egli stesso della stagione culturale fiorita intorno all´esperienza di Comunità, Ristuccia offre una sistematica ricostruzione del pensiero politico dell´industriale di Ivrea e si propone, soprattutto, di dimostrarne la validità ai fini della riflessione sulle trasformazioni in atto nel sistema politico italiano. Egli non ha difficoltà a dimostrare che questioni individuate come strategiche per l´Italia che usciva dal conflitto, come la qualità e la formazione della classe dirigente, il bilanciamento del sistemi dei poteri tra centro e periferia e il ruolo e l´identità culturale e politica dei territori, risultano ancora aperte.

Altresì si presenta in larga parte inevasa la questione che l´imprenditore piemontese si riprometteva di affrontare: il coinvolgimento del Mezzogiorno nel processo di modernizzazione tecnologica e, in senso lato, culturale. Le competenze che ne accompagnarono la realizzazione non erano di casa nel mondo intellettuale della Napoli del tempo. Se si esclude l´apporto decisivo dell´architetto Cosenza, la psicologia di fabbrica, la sociologia industriale, il management e la cultura dell´organizzazione con i loro linguaggi e le proprie pratiche non riuscirono a farsi strada e ad attecchire, con l´intero complesso delle scienze sociali, nella città di Donnarumma.

Oggi che si lamenta la scomparsa delle vocazioni intellettuali di gramsciana memoria e si parla "di nuovo blocco storico tra popolo e intellettuali", cerchiamo di ricordarcene. Nella visione di Olivetti questi ultimi avevano poco in comune con le sempre verdi élites intellettuali della nostra città e con i volenterosi epigoni di una sinistra di lotta e di governo. Erano, piuttosto, dei "tecnici", selezionati sulla base del rigore etico e delle competenze reali, abilitati a contare nella fabbrica come nella polis/comunità per quello che sapevano concretamente fare. Alieni nella Napoli di allora, in cerca di se stessa, come quella di oggi.
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