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"IL MEDITERRANEO", scriveva Fernand Braudel, "è molte cose al tempo stesso. Non una civiltà, ma più civiltà ammassate l'una sull'altra. Da millenni tutto è confluito verso questo mare, scompigliando e arricchendo la sua storia".
Una storia che la modernità ha reso ancora più complessa e di difficile lettura. E così talvolta è accaduto, e continua ad accadere spesso, che in tanta recente letteratura sul Mediterraneo, l'accuratezza critica e l'analisi storico-politica siano state sopraffatte dalla tentazione, sempre in agguato, di ricorrere alle semplificazioni preconcette.
Oppure le analisi si sono fatte incantare, cullare e trascinare dalle suggestioni dei miti da lunghissimo tempo depositati nei fondali della memoria più profonda dei popoli rivieraschi. Storie e miti rassicuranti, talvolta somiglianti e quindi da esaltare. Oppure storie laceranti e miti differenti, se non addirittura conflittuali, da esorcizzare subito, per riprendere l'effimera ricerca di un'impossibile, ma consolatoria, storia condivisa. Laddove sarebbe metodologicamente più utile e, forse, politicamente più corretto ricorrere alla storia, o meglio alle storie dei Paesi mediterranei, per conoscere, per capire, per dialogare. E, soprattutto, per imparare a condividere una "visione differenziata" non solo del passato, ma anche del presente, con le sue difficili questioni ancora aperte.
MEDITERRANEO, UN MARE DI NUOVE OPPORTUNITÀ i tratta di un esercizio molto importante, anche perché l'impegno di trasformare il Mediterraneo in un grande spazio di pace e di prosperità assunto, sia pur con modalità e sensibilità diverse, dai vari Paesi rivieraschi rappresenta per tutti, e in particolare per l'Italia, una sfida certo difficile, ma comunque da non perdere. «La regione del Mediterraneo - è giustamente scritto nel Rapporto 2020.
Le scelte di politica estera (prodotto dall'Unità di Analisi del M. A. E.) - potrebbe assumere nel prossimo decennio per il sistema internazionale e per l'Europa in particolare una rilevanza analoga a quella che l'Europa centro-orientale ha avuto negli Anni Novanta. Questa nuova centralità è anche un'opportunità per la politica estera dell'Italia».
Questa nuova centralità è ribadita con forza dalla dichiarazione congiunta dei Capi di Stato e di governo europei approvata il 13 luglio 2008 al vertice di Parigi, ove ha finalmente visto la luce l'Unione per il Mediterraneo fortemente voluta dal presidente francese Sarkozy, cui si deve l'idea originaria del "progetto" in seguito perfezionato grazie anche al costruttivo contributo della diplomazia italiana.
L'approfondita analisi dello scenario politico in cui si è faticosamente snodato il percorso costitutivo dell'UpM; la puntuale ricostruzione delle reazioni, non tutte dello stesso segno, dei Paesi europei, nonché delle reazioni, venate da una certa iniziale diffidenza dei Paesi della Sponda Sud, sono al centro della prima parte della ricerca che, con rigore metodologico e spirito critico, offre un esaustivo quadro d'insieme particolarmente utile come efficace strumento di studio e di lavoro per esperti e addetti ai lavori.
Nella seconda parte della ricerca, attraverso l'indagine diretta eseguita su un rappresentativo campione comprendente enti, istituzioni, imprese e organizzazioni non governative tradizionalmente presenti nel Mediterraneo, vengono registrate non solo le principali iniziative di cooperazione in corso, ma anche e soprattutto (e questo è veramente l'aspetto originale finora poco esplorato) vengono registrate le "attese" del sistema Italia con riferimento alle prospettive e ai benefici, che una piena realizzazione dell'UpM potrebbe produrre nel comparto economico e commerciale.
Purtroppo, come viene documentato in questa ricerca che, per completezza d'informazione, ha altresì monitorato luci e ombre del primo anno di attività dell'UpM, non pochi ostacoli si frappongono a tale piena realizzazione, che richiederebbe, come prerequisiti essenziali, pace e stabilità in tutta la vasta area interessata. Per quanto ben tracciato sulla carta, il percorso di decollo dell'UpM è stato ed è ancora condizionato da una serie di insidiosi fattori "ambientali" esterni, ma non estranei. Primi fra tutti i pesanti effetti della recessione economico-finanziaria globale e l'irrisolta questione di Gaza, pericolosamente intrecciata con i rapporti israelo-palestinesi, che provoca inevitabili negative ripercussioni su tutti i fronti di crisi del Medio Oriente. In questo scenario sarebbe opportuno che l'Ue intensificasse i suoi sforzi per rilanciare in tutte le sedi e ai vari livelli politici il processo di pace in Medio Oriente. Una pace duratura, giusta e condivisa.
Presidiata non dalla forza di pochi, ma dal consenso di molti. Sarebbe altresì altamente auspicabile che, nonostante le difficoltà e gli ostacoli cui si è dianzi accennato, tutti gli attori statuali interessati utilizzassero le opportunità che l'UpM, in maniera sia pur limitata, è in grado di offrire comunque. Si pensi, ad esempio, alla possibilità di realizzare "progetti a geometria variabile", introducendo così una sorta di "cooperazione rafforzata" nel Mediterraneo. In questa prospettiva si aprono nuovi spazi di azione privilegiata per l'Italia che, con il suo peculiare modello di diplomazia dell'amicizia, da tempo concepito, ha sperimentato, nel corso degli anni, un originale sistema di relazioni mediterranee fondato sulla pace e sulla cooperazione.
Questo testo è la prefazione della ricerca "L'Italia e l'Unione per il Mediterraneo", realizzata dalla Fondazione Mezzogiorno Europa in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri, che viene presentata oggi alle 17 nella Sala Cenzato dell'Unione industriali in Piazza dei Martiri 58.
Introduce Matteo Pizzigallo dell'Università Federico II, intervengono Vincenzo Scotti, sottosegretario agli Affari esteri, Pasquale Ferrara, capo dell'unità di Analisi e programmazione della Farnesina, Gianni Pittella, primo vice presidente del Parlamento europeo con delega al Mediterraneo, Umberto Ranieri, dell'Università La Sapienza, Cosimo Risi, consigliere diplomatico della Regione Campania, Paolo Scudieri, vice presidente dell'Unione industriali per l'Internazionalizzazione.
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