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Meridione: si riapre il dibattito
di Nando Mora - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Positivo effetto del recente volume di Viesti "Mezzogiorno a tradimento"
E' positivo il dibattito sul Mezzogiorno rilanciato dal libro di Giancarlo Viesti "Mezzogiorno a tradimento". Ed è positivo per il Mezzogiorno e per il "sistema paese" che si discuta fino in fondo sul "che fare". Punto di partenza le non politiche del Governo e la strategia, finalità e modelli operativi per i fondi UE 2007-2013.
Occorre avviare una nuova stagione dei Fondi UE. L'obiettivo irrinunciabile è la definizione di un modello istituzionale gestionale che liquidi il passato. Il cambiamento è imposto dai fatti. Nel Sud, in generale, e nello specifico della Campania ancora di più. Altro che sviluppo. Fiumi di risorse, posti di lavoro zero. La "crisi globale" .
L'allargamento dell'Europa ed il ruolo nuovo che il Sud deve assolvere in rapporto all'Italia, all'Europa e, soprattutto, al Mediterraneo, impongono una svolta netta, una scelta di qualità nella azione generale del, nel e per il Mezzogiorno. La regionalizzazione, l'Europa, il bacino mediterraneo reclamano dal Sud un approccio culturale, progettuale, operativo profondamente diverso. I fondi UE 2007-2013, sono l'ultimo treno e per il Sud è una battaglia imperdibile. Le riflessioni autocritiche anche più dure delle legittime critiche alla gestione del POR 2000-2006, convalidano e rafforzano l'esigenza di un radicale mutamento di rotta. Anche del Governo che non può "scippare" i fondi FAS e tagliare gli impegni sulle infrastrutture. E' soprattutto il Mezzogiorno, che, con uno scatto forte delle Istituzioni e del sistema delle Autonomie, deve rilanciare e vincere la grande sfida della modernità, della innovazione, dello sviluppo.
La "ripartenza" dovrà fondarsi su un trinomio: strategicità e qualità degli obiettivi, condivisione ed innesco processi propulsivi; trasparenza ed efficienza. La Campania dovrà essere protagonista di questo processo ed operare dentro questo quadro qualificando un modo più complessivo di orientamento anche delle politiche nazionali ed europee. Occorre avere assoluta consapevolezza che con la programmazione 2007-2013 il Sud, e dunque, le Regioni meridionali giocano le ultime carte. Il Sud è una questione ancora maledettamente attuale come sempre i fatti dimostrano. Solo due esempi. La cancellazione del Mezzogiorno dalla agenda culturale e politica del paese. Secondo. Ancora ieri, con un emendamento proposto in Finanziaria da un parlamentare toscano del Pd, Michele Ventura, sono stati "scippati" 350 milioni destinati al credito di imposta per le imprese meridionali.
Si può, anzi, si deve cambiare marcia. Da Roma alle regioni meridionali. Come? Con programmi selettivi e definendo "chi decide cosa, dove, come fare". Tre nodi. In estrema sintesi. Primo. Grandi reti di infrastrutture e trasporto, comunicazione, energia, ricerca e innovazione; società della informazione. Dotare il Sud al 10% nazionale, di una adeguata rete di intermodalità, connettendo sistema aereo, portuale e intermodalità terrestre e le regioni tra Tirreno – Adriatico – Ionio, l'Europa ed il Mediterraneo. Puntare al risanamento, alla riqualificazione con moderna dignità urbanistica delle aree di crisi delle grandi e medie città meridionali.
Secondo. Sviluppo delle aree sottosviluppate e soggette allo spopolamento (piccoli Comuni, montagna, ruralità) per un sistema equilibrato tra aree urbane e rurali. E' un punto fondamentale per lo sviluppo meridionale. Per il Sud è un problema stringente. Non "piazze" e "fontane", ma sviluppo reale. I costi connessi alla emarginazione dei piccoli Comuni sono rilevanti a partire dai dissesti idrogeologici, alla mancata manutenzione del territorio sia per effetto del degrado ambientale, dello spopolamento, della carenza di risorse, progettualità, interventi, dalla perdita di identità culturale al logoramento del patrimonio locale. S tratta, invece, del tessuto connettivo del "sistema paese" che non può essere cancellato né dall'Italia né dall'Europa.
Terzo. Il più importante. Tra i molti e abusati "ismo", come "federalismo", c'è un "ismo" che non vuole assolutamente morire: il centralismo. Resiste anche quando sembra liquidato dalla cultura, dalla storia e dalle innovazioni politico – istituzionali decisive per tenere insieme globalizzazione, stati, regioni, territori. Un virus malefico che colpisce tutti ed in tutte le direzioni. Destra, sinistra, Nord, Sud … Tutti avvinti, dal governo nazionale alle Regioni, dal fascino discreto quanto irresistibile, del centralismo. Nessuno molla l'osso. Il centralismo è potere. Non solo di decidere che è legittimo e sarebbe comprensibile si fermasse qui. Il problema è quando diventa devianza, cioè il potere come centro di spesa, spesso di elargizione di "missioni" come di consulenze.
C'è obbligo di guardare in avanti. Il futuro delle "governance" territoriali è a senso unico. Decide e deve decidere il territorio con le sue istituzioni.Se il "sistema", le regioni non hanno sempre funzionato bene, si intervenga per modificare o cambiare la macchina. C'è bisogno di condivisone, assunzione collettiva di responsabilità, rigore, trasparenza. C'è bisogno, certo, di coordinamento tra governo e regioni per correlare strategie e programmi nazionali. C'è bisogno per integrare i piani di sviluppo interregionali, regionali e fondi UE, della cabina di regia. C'è bisogno di questo e ancora di più: non soltanto la necessaria compartecipazione finanziaria dello Stato ma che i fondi UE siano aggiuntivi e non sostitutivi – come è stato – delle politiche e delle risorse nazionali in rapporto al Mezzogiorno. Nessun "localismo" possibile ma anche nessun centralismo. C'è bisogno assoluto che a decidere il proprio futuro sia il Mezzogiorno, con le sue Regioni ed il suo sistema delle Autonomie.
E' un punto fermo. Ci sono stati errori seri ed anche guasti gravi, conseguenza del centralismo regionale, nella gestione degli strumenti della programmazione territoriale.Di certo, urge una riflessione seria.Ma è innegabile per tutti, prendere atto che il capitale sociale cioè professionale, progettuale e perché no? politico – istituzionale del Mezzogiorno, è cresciuto. Non c'era, ora c'è. Le distorsioni non possono cancellare un dato oggettivo. Finalmente nel Sud ci sono tanti Sindaci che pensano, progettano, "portatori sani" di concrete politiche di sviluppo. Gli Enti Locali, soprattutto i piccoli, sono stati con tutti i limiti, i veri, "nuovi soggetti" di quel poco di sviluppo meridionale possibile. Governati, orientati e diretti in modo organico, i risultati non sarebbero mancati. In meglio.Ora però, per restare sulla via maestra della concertazione, occorrono nuovi contributi. Per esempio, che ogni Provincia possa di concerto con i Comuni del territorio, le forze sociali e produttive, per elaborare tre-quattro idee – progetti in grado di imprimere una svolta concreta. Bisogna decidere ed assumersi la responsabilità delle scelte". Proprio così. E' quanto sollecita il sistema delle Autonomie.
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