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Meritocrazia contro il declinio
di Massimo Egidi - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
L'obiettivo è invertire il declino della qualità della formazione e della ricerca che sta caratterizzando molte, troppe università italiane. Un declino percepito dalla maggior parte degli studenti, che genera in loro un senso di incertezza e frustrazione e li ha spinti in questi giorni a manifestare per il futuro dell'università. Le loro ragioni sono molte e valide.
Le varie riforme dell'università, a partire da quelle di Ruberti e Berlinguer, che avrebbero dovuto realizzare la piena autonomia universitaria, si sono fermate a metà strada. Sia nella selezione dei docenti, che nella didattica, nella ricerca e nella gestione amministrativa, la responsabilità è rimasta " ibrida", condivisa fra centro e periferia, quindi foriera di comportamenti irresponsabili da parte accademica. L'autonomia senza responsabilità è stata la cifra degli ultimi anni e ha prodotto molti guasti dai quali sarà difficile rientrare, senza che una nuova cultura della responsabilità penetri nell'accademia. sua mancanza ha di fatto reso impossibile creare un sistema di valutazione realmente premiante o sanzionatorio e non si è riuscito a sviluppare in modo trasparente, a livello delle rappresentanze democratiche, una qualche forma di "rendicontazione sociale" dell'attività accademica.
Da ciò sono conseguiti molti dei mali lamentati dagli studenti: strutture universitarie spesso mal organizzate, scarsamente dotate e obsolete; docenti poco motivati e preparati; corsi di laurea senza sbocchi nel mercato del lavoro; insufficiente preparazione alle professioni e alla attività di ricerca. Di fronte a questo degrado e alla complessità del problema diventa facile per molti la fuga nelle ricette semplificatrici, esemplificate nei due opposti estremismi del ritorno al paternalismo statale o della ciecafiducia nel successo evolutivo dei meccanismi perfetti del mercato. Per i primi, concorsi, corsi di laurea e finanziamenti dovrebbero essere decisi e gestiti dal "dispotismo illuminato" del governo centrale. Per i secondi solo la "mano invisibile" della domanda di formazione da parte degli studenti e di conoscenza scientifica e tecnologica da parte delle imprese e agenzie sarebbe in grado di modellare in senso meritocratico ed efficiente il sistema universitario. Ma non può sfuggire a nessuno che se la prima strada ha già dimostrato la sua inefficienza, i sostenitori della seconda non hanno finora saputo indicare una via realmente percorribile, che non appaia come un puro e semplice smantellamento del sistema pubblico.
La riforma di cui hanno bisogno gli studenti e il Paese deve rendere efficiente il sistema pubblico delle università - se vogliamo esempi di efficienza e alta qualità ve ne sono in abbondanza, dalle università pubbliche della California a quelle inglesi - e nello stesso tempo permettere l'evoluzione delle università private riducendone i vincoli burocratici e normativi in modo da dare loro spazio di sperimentazione di soluzioni innovative nella formazione e nella ricerca.
A questo scopo occorre superare il modello ibrido e deresponsabilizzante, oggigiorno in vigore. Come? Attraverso un sistema di autonomia compiuta dove le università possano pienamente autoregolarsi all'interno di un quadro generale di obiettivi strategici nazionali, con efficaci modalità di valutazione e certezza nei premi e sanzioni relativi.In questo modello di decentramento regolato in cui il Governo ha il ruolo di "designer" delle priorità strategiche del sistema e le università abbiano completa autonomia didattica, scientifica e amministrativa, i problemi cruciali sono due: incentivi e governance. Dei primi abbiamo già detto, basta rendere efficace il sistema di valutazione già oggi esistente applicandolo nella distribuzione delle risorse alle università. Il secondo, la governance, diventa essenziale per permettere alle università di realizzare in tempi ragionevoli una risposta virtuosa agli incentivi e per introdurre un nuovo spirito e una cultura della qualità e della responsabilità. Una via in questa direzione è stata indicata nel decreto Tremonti: la trasformazione in fondazioni permetterebbe alle università di dotarsi di un sistema di corporate governance che si è dimostrato, nel mondo anglosassone, il modello migliore per combinare efficienza gestionale e ricerca del primato didattico e scientifico. Università-fondazioni potrebbero costituire un " benchmark" emulativo su un altro insieme di università che si avvicinano ai requisiti richiesti.Crediamo tuttavia che questa strada possa essere percorsa da un numero molto limitato di università pubbliche, perché essa ha piena efficacia solo se i finanziamenti esterni superano quelli statali.
La gran parte delle università non potranno operare questa trasformazione, non essendo in grado di attirare cospicue risorse esterne. Questo non significa che non possano dotarsi di un sistema di governance efficace che sia disegnata sulla base di alcuni principi guida comuni a tutto il sistema. Ne indichiamo almeno due: primo, il cambiamento delle modalità di elezione e del ruolo del rettore, che, invece che mediatore degli interessi interni, possa essere il portatore delle strategie di sviluppo dell'ateneo, costruite in competizione con il contesto internazionale della ricerca e della formazione. Secondo, il baricentro decisionale spostato in un consiglio di amministrazione dove siano rappresentati i principali stakeholders, che assuma la piena responsabilità gestionale e finanziaria dei progetti di sviluppo e sappia fare fund raising per finanziare l'innovazione e la qualità, dialogando in permanenza con il territorio.
Le università potranno invertire il declino grazie alla competizione creata dagli incentivi pubblici e a una nuova capacità strategica che permetta di perseguire in modo efficace i loro obbiettivi: potranno scegliere di caratterizzarsi come università di ricerca la cui didattica di base, quella per le professioni e per l'attività di ricerca sia indirizzata e ispirata agli obiettivi scientifici e tecnologici dell'ateneo; o potranno preferire di caratterizzarsi come università di didattica orientate, prevalentemente, alla immissione veloce sul mercato del lavoro di personale in accordo con la domanda locale: ma potranno farlo con una strategia consapevole, orientata alla qualità e guidata dalla competizione.C'è da augurarsi che il ministro Gelmini, realizzate le norme urgenti sul reclutamento, possa affrontare in tempi rapidi il problema cruciale degli incentivi e della governance perché, eccezione fatta per un ristretto numero di università che rimangono competitive, il resto del sistema rischia ormai un declino irreversibile.
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