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Metamorfosi di una fabbrica

Francesco Profumo* - Il Sole 24 Ore (Nord-Ovest)

Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Le sfide di un decennio. Un processo più radicale che altrove trasforma il manifesto.


Nella "knowledge factory" le sinergie per essere globali.


Dal 2000 a oggi il Nord Ovest è cambiato radicalmente. Si sono accelerati processi di trasformazione di vecchia data, già in atto a partire dagli anni '90, e se ne sono innescati di nuovi e inattesi, che alle soglie del nuovo millennio non avremmo mai potuto immaginare. Hanno toccato tutti gli aspetti del nostro vivere quotidiano: il tessuto sociale prima ancora di quello economico, i confini reali e ideali di questo territorio, le sue ambizioni, le sue concrete chance di sviluppo.

Difficile dire se oggi si stia meglio o peggio di dieci anni fa. Certo è che la situazione è cambiata, sotto l'effetto di un insieme di dinamiche diverse e complesse, in larga parte comuni a tutte le aree più industrializzate del paese. Ma se c'è un processo che qui è avvenuto in modo esemplare, con una radicalità che non conosce eguali in Italia e forse neanche in Europa, è la metamorfosi che ha riguardato uno dei luoghi simbolo di quest'area: la fabbrica.

Se guardiamo anche solo al 2000, ritroviamo una fabbrica che ancora era fabbrica: con la sua dotazione di in-frastrutture materiali e produttive, con la sua eredità emotiva di conflitto e di coscienza collettiva, con la sua ricchezza di competenze e di saperi incorporati nel capitale fisico. In questi dieci anni il paradigma si è capovolto: prima abbiamo visto la fabbrica cominciare a delocalizzarsi e a dematerializzarsi, poi abbiamo assistito al rivolgimento delle gerarchie, dei poteri, dei ruoli e delle aspirazioni dei singoli, finché la fabbrica ha cessato di essere la grande infrastruttura di ordinamento della nostra economia, della nostra società, del nostro vivere quotidiano.

Un processo senz'altro non auspicato, ma che questo territorio è riuscito a non a subire. Qui tra i primi ci siamo domandati che cosa sarebbe stato della fabbrica dopo la fabbrica, della città dopo la fabbrica, della conoscenza dopo la fabbrica, dello studio dopo la fabbrica. È successo a Torino, dove – per esempio, con il progetto della Cittadella Politecnica –abbiamo collettivamente e con grande anticipo cominciato a dare forma al disegno della knowledge factory, nella quale il sistema industriale, delle professioni, accademico e delle istituzioni concorrono alla creazione delle infrastrutture intangibili che costituiscono i mezzi di produzione della fabbrica del futuro, la fabbrica della conoscenza; ma a Genova, se penso per esempio a due pietre miliari come lo spegnimento dell'altoforno di Cornigliano, nel 2006, e ai primi passi del technology village degli Erzelli, ritrovo lo stesso circolo virtuoso. Nella capacità di far cadere le segregazioni tra i corridoi delle università, i palazzi delle istituzioni, i consigli di amministrazione delle imprese, anzi mettendo insieme le capacità, i punti di vista, i valori dei diversi attori, si è trovata – insieme – la capacità di creare, anticipare, coltivare nuove competenze per la formazione continua e l'innovazione.

E da un modello tipicamente fordista ecco che si è disegnato un futuro segnato da infrastrutture intangibili: l'attrattività del territorio, la reputazione e la fiducia di sistema, la coesione politica, la tolleranza, la diversità, la scolarità, il livello di consapevolezza collettiva e diffusa dell'importanza di innovare e sapere per crescere. La trasformazione non è ancora compiuta. Ma quanto accaduto dal 2000 a oggi lascia intendere che il futuro di questo territorio è ormai indissolubilmente legato alle sinergie che si sapranno inventare e costruire tra società, tecnologia e creatività.

Questo vale a tutti i livelli: l'università dovrà continuare a crescere di peso e di rilevanza anzitutto con le alleanze (penso per esempio a quella tra i politecnici di Torino e Milano); il sistema della formazione e della ricerca ha davanti a sè la possibilità non soltanto di contenere la fuga delle risorse migliori ma addirittura di attrarre giovani talenti dall'estero;mentre la politica dovrà saper disegnare nuovi orizzonti e nuovi confini. Le strade sono diverse, ma la sfida è una sola: ragionare su orizzonti più ampi per far valere un profilo ormai globale.

* Rettore Politecnico di Torino




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