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Modello emiliano, metamorfosi per il rilancio

di Alessandro Merli, Il Sole 24 Ore
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MERCATI E MERCANTI


Funziona ancora, nella crisi, il "modello emiliano"? Quel modello, per intenderci, fatto di distretti integrati, di piccole e medie imprese altamente internazionalizzate nell'export e nella produzione all'estero, di stretti rapporti fra sistema produttivo e regione, con un manifatturiero predominante e fortemente specializzato, un modello che forse non è solo dell'Emilia, ma che vi trova la sua espressione più emblematica. E se funziona ancora, ci sono delle lezioni per il resto dell'Italia?

Il sistema produttivo emiliano-romagnolo ha generato nel 2007 un surplus commerciale di 17 miliardi, di cui due terzi ascrivibili alla meccanica, il resto soprattutto alle piastrelle e alla moda. Ma dopo lo scoppio della crisi, paradossalmente, sono state spesso le imprese più competitive, per la paralisi della domanda dai principali mercati esteri, per ledifficoltà del credito all'export,a soffrire di più. Quando il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, questa settimana a Modena ha parlato di «gettare lo sguardo oltre la crisi » si riferiva a questa realtà. «Il problema è il dopo crisi», concorda il numero uno di Confindustria Emilia Romagna, Anna Maria Artoni.La regione ovviamente non può essere immune da quel che succede nel resto del mondo.

Ma l'aneddotica proveniente dalle imprese, almeno da quelle di punta, fa ben sperare che si stiano preparando nel modo giusto a questa uscita dalla crisi. A un incontro all'Università di Parma, Gian Paolo Dallara, il fondatore della Dallara Automobili, senza negare i problemi del settore, ha ricordato di aver appena investito il 15%del fatturato in un simulatore di guida d'avanguardia. Gian Luca Sghedoni, di Keracoll, vede un rallentamento, ma niente pause nella crescita. Stefano Landi, della Landi Renzo, celebrato dalle cronache per la migliore performance 2008 del titolo in Borsa, dice che «il core business è la ricerca e sviluppo ».

Non c'è autocompiacimento nelle parole degli imprenditori, molto attenti alla parabola preferita di Romano Prodi sulcollassodell'industria della seta a Bologna nel Cinquecento, da leader mondiale a zero, causa chiusura netta a uomini e idee provenienti dall'esterno.Una ricerca condotta da un'economista della Banca d'Italia di Bologna, Chiara Bentivogli, parla di metamorfosi (prudentemente con il punto interrogativo) per il modello emiliano, dove la crisi forse diminuisce la diversità della regione rispetto al resto d'Italia, ma accentua l'eterogeneità nella performance delle singole imprese, anche all'interno dello stesso distretto.

E per il dopo crisi? La ricetta, secondo Franco Mosconi, economista industriale a Parma, ha come ingredienti rafforzamento della rete imprese- università- centri di trasferimento tecnologico, rilancio dell'istruzione tecnica, fiore all'occhiello un po' appassito, politiche per attrarre talenti anche dall'estero («Fare dell'Emilia la terra dei talenti », dice la presidente Artoni). E forse è questa la lezione che deve valere anche per il resto d'Italia.
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