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Nè Nord nè Sud. Puglia terra di mezzo dell'Adriatico
di Aldo Bonomi - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
C'è fibrillazione a Sud. In questo strano paese ce ne accorgiamo solo quando diventano questioni politiche. Il discutere del partito del Sud tra Calabria e Sicilia, ovviamente contrapposto a quello del Nord, è un esempio di come più che raccontare il territorio e accompagnarlo nelle sue dinamiche socio-economiche si preferisce da tempo quotarlo al mercato politico e identitario.
Di altro segno mi pare la nomina di Gianfranco Viesti (è da leggere il suo ultimo libro
"Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c'è"
) ad assessore alla scuola, alla ricerca e alla questione meridionale nella nuova giunta pugliese. Forse perché la Puglia, nel suo crescere contaminata dalla linea adriatica dello sviluppo e terra di frontiera con la regione balcanica, è una terra di mezzo tra Nord e Sud ove si sono depositate, innovando e mutando il territorio, le stratificazioni delle quattro ondate che dal dopoguerra hanno investito il Mezzogiorno: grande imresa fordista trasferita da Nord a Sud, made in Italy e capitalismo leggero della subfornitura, turistizzazione del territorio, e riposizionamento del Mezzogiorno nella globalizzazione.
L'impatto con la globalizzazione non ferma la crescita della regione, ancora superiore alla media nazionale nel 2008, ma ne muta gli equilibri interni. Progressivamente cresce una subfornitura globale nella meccatronica, nell'aerospaziale, nelle produzioni agroalimentari e vitivinicole di qualità. Cresce un turismo estivo che fa del Salento un grande parco a tema della tradizione ma aperto al mondo.
L'impatto della crisi si è disperso lungo i rivoli di questo mix produttivo. Ma se si abbassa lo sguardo dai grandi aggregati regionali ai microcosmi locali, si capisce come a rischio siano proprio quei settori che hanno fatto la storia dello sviluppo pugliese. È il caso dei distretti murgiani con l'evidente insostenibilità di un modello della proliferazione imprenditoriale. Con la conseguenza che, soprattutto tra i più piccoli, è forte la tentazione di immergersi nell'economia informale anche se non manca chi è partito per Dubai alla ricerca dei nuovi ricchi.
Diverso il caso della meccatronica e dell'automotive barese. Qui le punte alte della subfornitura, cresciute attorno a nomi come Bosch e Getrag, soffrono perché più internazionalizzate. Tengono invece la filiera "corta" dell'agroalimentare e quella dell'incoming turistico.
E, tuttavia, l'aspetto che più colpisce è la voglia di innovazione. Lo si è visto nella velocità con cui regione, rappresentanze, CCIAA e sistema dei Confidi hanno mobilitato risorse europee per arginare la crisi. Lo si vede nell'obiettivo di fare della Puglia il laboratorio nazionale di un green new deal fondato su eolico e solare. Come nessuno racconta che l'Università ha prodotto 11 imprese innovative da spin-off che si sono andate ad aggiungere alle venti create negli ultimi anni. È un pezzo di Sud che sembra già entrato nella green economy e nell'economia della conoscenza. Che contamina anche le imprese. Come la Mafran, azienda tessile di fascia alta che oltre al proprio marchio ha acquisito le licenze di Ferrè, Biagiotti, Ferrari trasformandosi in impresa-logo con 150 addetti dediti a funzioni di commercializzazione e ricerca. O la piccola Jonica Impianti che con 27 dipendenti di cui 30 % ingegneri produce generatori eolici tascabili che esporta negli altri paesi mediterranei.
Ma è la stessa grande industria che sta cambiando. Non gioca più la parte della cattedrale nel deserto. Ne è un esempio lo stabilimento di Alenia Composite di Grottaglie. 100 % Finmeccanica, diciotto mesi per realizzarlo sfatando il mito dell'inevitabile lentezza del Sud. Tra gli ulivi si producono le fusoliere in carboresina per i giganti dell'aria della Boeing, i grandi 787. C'è poca filiera, ma i 600 addetti tra dentro e fuori le mura della fabbrica sono tutti giovanissimi e laureati. E uno dei fatti nuovi sta proprio qui:c'è una generazione di nuove élite trentaquarantenni tornate sul territorio nelle imprese come nelle reti o nelle rappresentanze, con una cultura tecnica e biografie professionali maturate seguendo le reti lunghe delle multinazionali.
Lo si vede in particolare nell'aerospaziale, produzione ipertecnologica che nel triangolo tra Bari Brindisi e Lecce ha radici antiche e che oggi proietta la Puglia come nodo centrale nelle reti del colosso Boeing. Un meta-distretto a rete lunga che associa saperi ed esperienze produttive di tre regioni, Piemonte, Campania e Puglia. Una rete lunga di tre distretti nell'avionica che tengono assieme il Sud e il Nord.
Anche qui come altrove il nodo è il capitalismo delle reti. Gli aeroporti pugliesi, consorziati, tengono grazie alla cattura dei flussi low-cost e del point to point; cresce nella logistica a rete lunga un mix di hub portuali (Taranto, Bari e Brindisi) destinati a specializzarsi e integrarsi con il distretto dell'avionica e con il retroporto di Taranto per lavorare le merci provenienti dal nuovo Canale di Suez e smistarle lungo i grandi corridoi europei. L'ambizione è porsi come nodo intelligente di una piattaforma logistica meridionale che si allarghi anche al grande incompiuto di Gioia Tauro.
Rimane aperta una questione: nessuno degli attori da solo appare in grado di mettere a sistema l'innovazione, unica via per uscire in avanti dalla crisi. Non la politica, non le rappresentanze non le singole imprese. Semmai è la rete tra loro l'ulteriore salto per accompagnare le nuove élite. Il federalismo che si porta appresso la questione fiscale e dei trasferimenti, la creazione delle città metropolitane, e un protagonismo dal basso dei territori è con queste esperienze che si deve confrontare; a Nord e a Sud del sistema paese.
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