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Nei capannoni del Nord-Est dove si fabbrica la cultura

di Aldo Bonomi - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Può la società dello spettacolo aiutarci a capire un territorio? Bella domanda. Scava in alcune fratture profonde. Di metodo, rovesciando il vecchio adagio struttura-sovrastruttura di marxiana memoria. Di attualità, dentro la lettura della crisi, ove ci si è divisi tra difensori dell'economia reale e banditori dell'economia di carta. Ancor più attuale dopo le elezioni regionali.

Che hanno sdoganato un tale fiume retorico in piena attorno alla parola magica territorio da imbarazzare chi scrive di microcosmi. Se poi lo spettacolo è un festival, la domanda si fa ancor più insidiosa. In preda al virus del marketing territoriale, ormai non c'è borgo, città o metropoli, convinta dall'eventologo di turno, che non voglia celebrare un festival. Se il territorio che si vuol leggere è il Nord-Est, dei capannoni, del capitalismo molecolare, dei suicidi dei piccoli imprenditori cui è venuta meno l'impresa come progetto di vita e di riconoscimento comunitario, verrebbe da dire che non è possibile.

Ci provo. Convinto come sono che proprio il Nord-Est è stato raccontato, vivisezionato nel suo essere spazio di posizione dell'abitare e del produrre, ma ha sempre avuto un deficit nell'occupare un suo spazio di rappresentazione, un pensare un pensarsi come territorio. Che faceva dire sino a poco tempo fa che erano forti economicamente ma deboli e sottorappresentati politicamente. Che la finanza dei flussi aveva sradicato le loro banche locali, che non ne potevano più degli stereotipi da primo popolo che leggeva il secondo popolo nordestino buono per la proliferazione di impresa ma fuori dai circuiti alti della cultura. Stereotipi rovesciati dall'evento appena celebrato in tutto il Nord-Est (dal 21 al 25 aprile) titolato La cultura ci fa ricchi. Con la presunzione di candidare il Nord-Est a capitale europea della cultura per il 2019.

Più che raccontare dei capannoni e sorridere, conviene cercare di capire questa presunzione del Nord-Est. Che nasce e si aggrega attorno ad una rivista, «Nord Est Europa», che ha fatto da catalizzatore di quelle risorse che nelle Università, nei giornali locali, nell'economia del territorio che metteva in connessione la produzione di merci con i servizi e la classe creativa diffusa, si son posti il tema della rappresentazione del Nord est non come sistema chiuso e rinserrato, ma come società aperta all'Europa e alla nuova Europa come spazio da percorrere che si apre verso Est. Sono partiti raccontandosi come festival delle città-impresa che ha caratterizzato le altre edizioni in un percorso di autocoscienza e di racconto collettivo delle micro company town postfordiste dell'impresa diffusa. Sino ad arrivare ad eleggere, non una città, ma il sistema Nord-Est come spazio e capitale europea della cultura. Disegnando un sistema poliarchico che partendo dalle micro company town postfordiste fa di Venezia la città-porta da usare come simbolo in Europa e nel mondo.

Si è partiti da Rovereto con il Mart e la Manifattura Tabacchi da riconvertire in laboratorio per la green economy. Schio, città simbolo per la grande industria di un tempo, trasformata in area della piccola e media impresa manifatturiera. Montebelluna ed Asolo, terre di distretti contaminati dal design. Magnago, dove si condensano molte delle 300 imprese del settore dell'audiovisivo sparse nella provincia di Pordenone. Il Camposampierese, polo dell'editoria e della grafica.

Sino ad arrivare a Trieste, altra città-porta nella mitteleuropa, con il suo parco scientifico e tecnologico. Attirando così nella ragnatela della città diffusa, nobel dell'economia, scienziati, banchieri, archistar. A confrontarsi con i saperi contestuali e formali del territorio. Interrogandosi a Vittorio Veneto sul futuro della città infinita del Nord-Est che parte da Verona, va sino a Trieste e guarda verso il Brennero e Bologna. Qui sono ancora problemi i localismi e i particolarismi territoriali. Il festival, la cultura, la nuova composizione sociale e i saperi territoriali aiutano ad alzarsi da una visione territoriale piatta e rinserrata. Abitua a confrontarsi con i flussi che vengono da fuori, stando ancorati al territorio per aprirsi al mondo. Questo mi pare il senso della candidatura ad essere territorio europeo della cultura. Delle culture, direi, vista l'Europa che verrà.Costruendo, come ci ricorda Enzo Rullani, che molta parte ha avuto nell'ideazione di questo percorso con il suo ultimo libro Modernità sostenibile «passo per passo una seconda modernità che conservi i vantaggi produttivistici della prima, ma senza avere i suoi aspetti negativi».

Seconda modernità del Nord-Est, che partendo dai capannoni del capitalismo molecolare va nel mondo anche con la cultura che ci fa ricchi. Tema del Recital di Marco Paolini "Bisogna" che partendo dalla Carta di Asiago di Rigoni Stern racconta che la cultura è accompagnamento dei soggetti del territorio ad attraversare le discontinuità. La settimana del festival ha ricordato a tutti come sia per il Nord-Est affrontare la seconda modernità. Non si è trattato quindi di uno spettacolo da società dello spettacolo ma di una società che ha preso parola e rappresentazione di sé. Una maturità del Nord-Est che continua a sfidarci non solo per le sue performance produttive ma anche per il suo riposizionarsi nello spazio europeo e globale

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