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Progetti eco-sostenibili
di Giampaolo Fabris - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
INTERVENTO
Barack Obama ha annunciato, nei giorni scorsi, «tempi molto duri». Ma ha anche aggiunto che «dobbiamo anzitutto essere onesti con noi stessi, perché ci sono tempi in cui basta ridipingere la casa e tempi in cui occorre ricostruirne le fondamenta».
Un'affermazione impopolare e disattesa da questa parte dell'Oceano, ed in particolare nel nostro Paese, dove tutta l'attenzione e la tensione è rivolta invece a ridipingere la casa, a promuovere i consumi perché l'economia riprenda a funzionare. Per ricostituire lo status quo ante, per evitare il collasso dell'economia e per salvare i livelli occupazionali.
Una logica che parrebbe non fare una piega, una sorta di indiscutibile tautologia. Insieme agli accorati appelli alla fiducia quando ancora gli italiani non hanno compreso perché, per colpa di chi sono precipitati in una situazione tanto drammatica. Non si faranno attendere, si dice, giorni migliori: forse allora si potrà dedicare attenzione anche agli aspetti strutturali.
La logica del primum vivere appare adesso l'unica perseguibile e vi è insofferenza nei confronti di chi sostiene che, dalla crisi, si esce strutturalmente solo adottando un nuovo pensiero strategico.
Obama ha fatto seguire alle sue dichiarazioni una manovra esemplare, peraltro fortemente contrastata da potentissime lobby: 120 miliardi di dollari per le energie rinnovabili (mentre da noi il ritorno al nucleare ha assunto toni trionfalistici); riduzione delle emissioni di CO2 del 14% entro il 2020; forte contenimento delle spese per gli armamenti e rientro dal deficit con la riduzione delle spese per la guerra in Iraq e in Afganistan; aumento delle imposte ai più ricchi, capital gain e dividendi; una sanità accessibile a tutti. Forse, quest'ultimo, l'intervento più radicale per una società che ha sempre orgogliosamente optato per il ricorso al mercato anche in quelle aree in cui, in Europa, è il welfare state a farsene carico.
Che occorra davvero ricostruire le fondamenta del sistema Paese e gettare un occhio al futuro non sembra far parte dell'agenda, e nemmeno della sensibilità, di chi governa. Per il vero neanche dell'opposizione. Appare totalmente assente la percezione che questa crisi certifichi che un periodo storico va concludendosi e che occorre uscirne diversamente dal passato. Che crescita economica e benessere sociale non sono più intrinsecamente connessi e vanno invece divaricandosi. Che ben-avere e benessere non sono sinonimi.
Non è quindi soltanto ponendo nuove regole all'esistente che si può venir fuori stabilmente da una crisi tanto grave. Ho partecipato recentemente ad una tavola rotonda promossa dal ministro Tremonti, con la partecipazione dei più autorevoli esponenti del mondo della finanza, ed ho sentito, con un crescente disagio, parlare soltanto di regole e di nuovi sistemi di governance. Non vi è consapevolezza che stiamo davvero entrando in un'epoca dove nuovi modi di produzione, l'irrompere di nuove tecnologie disegnano inediti scenari. Ma, soprattutto, dove le minacce all'ecosistema pongono priorità inderogabili e dove il benessere non può più essere perseguito cumulando senza fine ricchezze materiali. Non c'è alcuna vocazione pauperistica, che mi è totalmente estranea, in queste affermazioni.
Solo la presa d'atto che la religione dello sviluppo illimitato, del perseguire la moltiplicazione dei consumi – che a questo punto diviene coazione, condanna –significa soltanto, nella metafora del presidente americano, ridipingere la facciata dell'edificio senza accorgersi che sta crollando. Che i danni inflitti all'ambiente, il riscaldamento del pianeta, i pericoli di una agricoltura intensiva e l'attentato alla biodiversità stanno producendo, per usare un termine caro agli economisti, esternalità sempre più gravi a cui non si può più porre rimedio. Che esistono aree di bisogno sempre più vaste a cui il mercato, così come attualmente configurato, non fornisce una risposta e che potrebbero costituire eccellenti opportunità produttive per un'industria che langue.
Invece di intasare le abitazioni di prodotti di cui si avverte sempre meno la necessità, di accelerare con una obsolescenza pianificata o con innovazioni che non portano alcun beneficio un processo di sostituzione ormai parossistico. I drammatici risvolti occupazionali di questa crisi sono ben noti, così come i problemi reali delle famiglie a basso reddito dove l'accesso ai consumi è ancora una conquista. Ma farsene carico non può e non deve significare un alibi per non osservare che una interpretazione dell'economia e un modo di vivere appartengono ormai al passato.
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