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Quella voce del Nord poco ascoltata
Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Al contrario di quella "meridionale" che, pur seria, ha finito troppo spesso per tradursi in piagnistei a vocazione assistenzialista, la "questione settentrionale", storicamente più fresca, tende a viaggiare sottotraccia. All'insegna di quel pragmatismo che si è rivelato, in particolare sull'asse lombardo- veneto, il fattore-chiave di un modello di successo su scala europea.
Dopo la crisi del 1992-1993 e la stagione di Tangentopoli, a saper interpretare meglio le esigenze del Nord sono stati la Lega di Umberto Bossi e i partiti del centro-destra, a partire da Forza Italia sbucata dal nulla nel 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Le elezioni del 2008, per arrivare all'oggi, hanno confermato e rafforzato questa propensione. Sul fronte politico opposto, nonostante i cambi di marcia e di leadership, il Partito democratico (e prima di esso le varie alleanze più allargate a sinistra che per due volte hanno conquistato il Governo) non è riuscito a sintonizzarsi fino in fondo con l'area più avanzata del Paese, come dimostra l'aspro e per certi aspetti surreale dibattito di queste settimane sul "partito del Nord". Pragmatismo, però, non significa acquiescenza.
A volte, la "questione settentrionale" riaffiora con forza, e questo è uno di quei momenti. La Grande crisi ha cominciato a mordere sull'economia reale, il credito si è fatto più difficile per le piccole e medie imprese, i consumi scendono, c'è più richiesta di cassa integrazione. Inevitabile che torni a levarsi, dalla "base" produttiva e sociale del sistema che fa da traino al Paese, la voce del Nord. E sbaglierebbe la politica (a cominciare da un Governo nella sua composizione il più "nordista" della storia repubblicana) a non prestare sufficiente ascolto o a perdersi in un mare di formule e parole (come sembrano suggerire le cervellotiche disquisizioni che attraversano il Pd).
Già alcuni allarmi, nelle settimane scorse, sono suonati. Proprio il giorno in cui il Governo varava il progetto di federalismo fiscale, al Comune di Catania, oberato dai debiti, sono andati 140 milioni mentre per Roma Capitale sono stati previsti 3 miliardi dal 2010 al 2015 (a Milano-Expo andranno un miliardo e 500 milioni entro il 2015). Cinque miliardi finiranno poi nelle casse della di-sastrata sanità laziale. Molti amministratori del Nord, già preoccupati per il caso Alitalia-Malpensa, hanno storto la bocca. Perché, si sono domandati, chi ha sbagliato viene alla fine premiato? L'industriale veneto Andrea Riello, che teme il riemergere di forti tensioni sociali, ha detto che «non è più tempo di spremere la nostra terra, ma è arrivato il momento di tornare a dare al Veneto ». Bossi ha in pratica risposto che il federalismo fiscale responsabile si farà, ma è un fatto che la Lega, ad esempio, difenda a oltranza le Province di cui pure è stata prospettata l'abolizione per ridurre i costi.Quanto al Pd, il sindaco di Venezia Cacciari è caustico. Il partito parla di evasione fiscale, sfruttamento e lavoro nero. Ma qui,ha detto all'Unità, «ci sono migliaia di imprese individuali, persone che si fanno il mazzo ventriquattr'ore al giorno e continuano ad investire, mica portano i soldi a Santo Domingo, persone che hanno la capacità di reagire alle sfide».Sì, la "questione settentrionale", a volte, riaffiora.
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