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Quell'orgoglioso Nord-Est che regge alla crisi
di Aldo Bonomi - Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Mi hanno insegnato che per abbassare la soglia della paura, l'ansia dell'incertezza, il panico di smarrire la propria ombra, non rimane che continuare a cercare, a conricercare, per continuare a capire. Partirei da tre province emblematiche nel nostro Nord-Est. Da Trento, che attraverso il Brennero ci porta in Europa, dalla schiva e fiera Verona, mai doma nemmeno rispetto ai flussi della Serenissima che dal mare portava la globalizzazione di allora e memore di essere da sempre una città quadrilatero dell'asburgica Mitteleuropa, e da Vicenza, modello di quel Veneto della modernizzazione dolce e traumatica nel passaggio dalle ville palladiane ai capannoni. C'è in giro un sentire diffuso, un orgoglioso risentimento che si sfoga in cahier de doleance territoriali.
Sono tutti orgogliosi nel dirti: «Ve lo avevamo detto di non abbandonare il territorio, il suo saper fare, i suoi valori di laboriosità, parsimonia e sobrietà». Sono risentiti come popolo dei BoT che ha investito in azioni delle banche che si sono sollevate dal territorio oppure nei derivati che hanno contaminato anche sindaci in difficoltà per il venir meno dei trasferimenti dallo Stato.
Ma sono tutti orgogliosi nel dire «noi ce la faremo ». Tornando ai nostri fondamentali; al trittico famiglia- impresa-campanile. Anche se vorresti obiettare che ti pare un po' poco in tempi di globalizzazione, di crisi globale, rimani senza parole. Perché ti rendi conto che questo orgoglioso fondamentalismo, pur privo di analisi puntuali sulla crisi e sul capitalismo, altro non è che una rivendicazione che qui è la società locale che fa economia, che fa impresa. Se prima era la società messa al lavoro adesso tocca alla società locale tutta trovare gli anticorpi necessari in questo nuovo esodo. Se osservate e raccontate in superficie le tre province appaiono come piattaforme produttive che, prese le misure della crisi, paiono tenere. Regge l'orizzontalità operosa del Trentino. Perla di quella corona alpina sempre prima nelle classifiche del Sole 24 Ore. C'è stata una neve mai vista dalla fine del secolo. Tiene e tira il distretto della neve.
In questa terra di frontiera tanti fanno turismo, un po' gli impiegati pubblici e bancari nelle casse rurali, sono tutti cooperatori in agricoltura , metalmezzadri e ricercatori nelle imprese del fondo valle. Ci si prepara ai tempi difficili, fortunati loro, con strumenti della Provincia autonoma che ha stanziato dai 640 agli 800 milioni di euro (il 5% del Pil provinciale) per misure anticrisi e per quei 14mila lavoratori precari risolvendo quello che nel resto del paese fa problema. Si capisce perché sul margine dei confini provinciali alcuni comuni vorrebbero farsi trentini più che nordestini.
Al di là dell'invidia territoriale, a proposito di campanili, anche Verona si racconta con orgoglio. Non siamo come Brescia che ha preso la sbandata per la finanza e che ha visto la crisi verticale delle famiglie della siderurgia salvate dai russi. Qui l'agricoltura tiene,l'agroalimentare è di qua-lità, e nella crisi, si sa, i beni primari tengono più di quelli voluttuari. L'ossaturadel sistema locale, 92mila famiglie per 60mila impresine tiene. Reti corte che si avvantaggiano delle reti lunghe della logistica che fa di Verona una porta tra Nord-Ovest e Nord-Est, tra Nord e Sud Europa con una fiera e un aeroporto in grado di competere con Milano e Malpensa. Parrà strano ma dove va peggio è nella Vicenza leader nell'export manifatturiero (che toccava il 60% quasi superando quello della Grecia). Forse proprio per questo. Si è spenta la luce dei mercati esteri per quelle medie imprese che più di altre avevano innovato prodotti e mercati. Qui sono localizzate una buona parte di quelle 400 imprese della meccatronica del Nord-Est in filiera con l'automotive tedesco. E nell'Europa di oggi,come insegna il caso inglese, ognuno tende a pensare all'impresa e agli operai suoi.
Non c'è orgoglio nel raccontare la crisi dell'orafo e della concia vicentina. In tutte e tre le province sono trasversalmente presenti le difficoltà di un settore immobiliare che tirava, e le modernizzazioni incompiute delle reti infrastrutturali. Il passante di Mestre è stato finalmente aperto ma le autostrade finiscono spesso in strade vicinali di campagna. Rimane l'annoso problema della patrimonializzazione delle imprese e Basilea 2 è vista, in tempi di crisi del credito, come una norma vessatoria. Si pone al sistema bancario una domanda da dilemma del prigioniero: accompagnare tutti con politiche di credito orizzontali o privilegiare con verticalità solo quelli che ce la fanno?
A differenza che nel Nord Ovest ai primi segnali di difficoltà si è guardato più alla famiglia che alla cassa integrazione. Ma oggi con l'approvazione della cassa integrazione in deroga sostenuta dalle regioni, la domanda per il sistema del capitalismo molecolare degli artigiani si è fatta pressante. Già, non basta il trittico famiglia- impresa-campanile. Né l'orgogliosa retorica di una società che lavora se la società tutta del Nord-Est non alzerà il suo baricentro. Segnali di un vitalismo, di una società che si alza nella crisi ci sono. Gli enti locali, dalle regioni ai comuni, si mobilitano. Come un tempo accompagnavano il proliferare delle imprese oggi accompagnano le loro difficoltà. Le rappresentanze danno senso a quella retorica del fare sistema che paradossalmente era una parola vuota ai tempi delle vacche grasse e diventa un fare società di mezzo in tempo di crisi. Il presidente degli industriali Andrea Tomat propone una coalizione allargata alle banche e ai mediatori sociali dell'impresa, come i commercialisti, e tutti rispondono. Dal presidente degli artigiani di Vicenza, 80mila, quindi più degli addetti della Fiat, alla segretaria della Cisl del Veneto.
In nome di una società in grado di reggere nella solidarietà si chiede la defiscalizzatone degli investimenti nelle imprese (a proposito di scarsa patrimonializzazione), l'anticipo bancario della cassa integrazione che verrà erogata dagli enti pubblici agli operai e si mobilitano i consorzi fidi per ricreare fiducia tra imprese e banche e, udite udite, anche per aiutare quelle che non ce la fanno a chiudere al meglio e senza farsi male. Ci si prepara quindi con orgoglio a reggere l'urto con il risentimento che alimenta i cahier de doleance che, per chi l'avesse dimenticato, prima della rivoluzione francese erano i lamenti e la voce del popolo contro il re Sole. Quelli che hanno in mano oggi potere, regole e strumenti per accompagnare territori e popolo minuto nella crisi, le leggano e ne tengano conto.
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