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Regole diverse per i territori

di Fabrizio Pezzani* - ItaliaOggi
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


L'INTERVENTO


La funzionalità di un sistema complesso, come è uno stato nazionale, dipende dalla coerenza con cui gli assetti delle istituzioni, dell'economia e della politica si rapportano per evitare che il loro disallineamento generi inefficacia nelle politiche pubbliche, nell'economia e nell'equilibrio sociale come si sta verificando nel nostro Paese.

L'assetto istituzionale, infatti, privilegiando una visione di uniformità del paese è disallineato rispetto all'economia del paese reale che si muove verso un modello decentrato-federale; infatti l'alta imprevedibilità del futuro richiede modelli organizzativi flessibili, rapidi nel decidere, capaci di programmare e di anticipare gli eventi e l'alta diversità dei territori impone scelte di sviluppo profondamente diverse perché sono diversi i bisogni, le loro priorità e le risorse per soddisfarli, tutto ciò rende evidente come l'assetto dell'economia reale del paese si muova verso una forma federale che in realtà è già in essere.

Tuttavia il governo del paese è fondamentalmente ispirato ad un modello di governance basato sull'uniformità e quindi i provvedimenti conseguenti tendono a negare la diversità rispetto all'uniformità; la finanziaria, il patto di stabilità, il vincolo di cassa , il blocco del turnover e così via impongono regole simili per situazioni profondamente diverse con la conseguenza che i provvedimenti non sono efficaci e vengono sistematicamente aggirati.

Il patto di stabilità, ad esempio, cambiando ogni anno impedisce di programmare quando quest'attività è critica e il continuo aumento della spese per tutte le amministrazioni pubbliche, centrali e periferiche, dimostra la sua inefficacia perché viene aggirato in vari modi come la costituzione delle unioni di comuni, esenti dal patto , passati da 16 nel 1999 a 290 nel 2008 (1.320 comuni coinvolti di cui il 20% con più di 5 mila abitanti); la costituzione di partecipate e di partnership passate ormai a oltre 3.400, il ricorso alla finanza di progetto (avviate 6.100 operazioni di cui solo il 13% effettive). Si potrebbe pensare a un patto con le sole singole regioni che al loro interno lo rimodulano tenendo conto delle diversità dei loro territori . Il vincolo di cassa ha impedito a comuni che avevano decine di milioni di euro in cassa il pagamento di fornitori per poche migliaia di euro con effetti comprensibili sull'economia di quei territori.

D'altro canto si ravvisa una sostanziale tolleranza verso quelle istituzioni che non hanno rispettato le regole arrivando a forme di default, Enna, Catania, Taranto, Roma, che insinua l'idea che alla fine si possa comunque ottenere un perdono. È chiaro come questi vincoli riducendo l'autonomia gestionale delle istituzioni pubbliche periferiche ne rallentino sia lo sviluppo economico in termini di competitività di singole aree territoriali e quindi del paese nel suo complesso e riducano anche gli investimenti che da queste sono realizzati e rappresentano a oggi il 74% degli investimenti complessivi del paese.

Anche le modalità con cui vengono effettuati i trasferimenti, per compensare con forme di perequazione le diverse realtà del paese , da parte delle amministrazioni centrali sono fondamentalmente opache perché i controlli su di esse sono di fatto la verifica sull'avanzamento della spesa con scarsissime indicazioni sull'uso delle risorse stesse e sul grado di raggiungimento degli obiettivi che non vengono monitorati, si può così avere una spesa legittima ma allo stesso tempo inutile. Se la spesa regionalizzata per l'istruzione passa dai 704 euro per residente della Lombardia ai 1.202 del Lazio , ai 1.088 della Campania ai 1.220 della Calabria è inevitabile che in una situazione di ristrettezza delle risorse aumenti il potenziale grado di conflitto sociale sulle modalità di controllo e distribuzione della ricchezza generando l'idea che la genericità dei controlli favorisca la discrezionalità nella destinazione delle risorse e sia alla fine più funzionale alla raccolta del consenso politico.

In questo senso il disallineamento tra gli assetti istituzionali ed economici è anche con la politica ed è reso ancora più evidente proprio dalle diverse modalità di raccolta del consenso nelle varie aree territoriali che finiscono per condizionare i tempi della politica indecisa sulle linee di riforma, per riallineare istituzioni ed economia del paese reale perché l'incremento di consensi da una parte può peggiorare il numero di quelli raccolti da un'altra rinviando i tempi di azione il cui ritardo in questo momento è esiziale.

È necessario considerare le diversità del paese e le diverse velocità con cui si possono muovere operando in un orizzonte temporale non di breve per evitare scollamenti . D'altro canto questi cambiamenti sono fisiologicamente necessari per contribuire a rafforzare quei sistemi di valori morali, in parte persi, che rappresentano la vera forza della democrazia che si fonda sulla capacità di produrre ricchezza, sul modo di prelevarla, di redistribuirla in modo equo, solidale, etico. Certo non è un percorso semplice ma cercare di avere le idee chiare (come si è cercato di fare nei giorni scorsi a Milano nel corso del convegno su «Lo sviluppo locale e recessione globale. Quali strumenti per le pubbliche amministrazioni») sarebbe già un importante passo avanti.

* Ordinario di Programmazione e Controllo all'Università Bocconi
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