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Milano non è Nord-Ovest né Nord-Est. Sta lì. In mezzo alla megalopoli padana, alla città infinita che va da Torino a Trieste. Si direbbe, con il Leopardi del discorso sul costume degli italiani, che è una città "stretta". Cioè luogo emblematico della società "stretta", le élite, «i cui membri prendono stima gli uni dagli altri». Città di un primo popolo che pensa e interpreta il sentire di un secondo popolo. Partendo dalle sue ragnatele commerciali, da città "anseatica", che vanno verso Genova e lungo la via Emilia incontrano Bologna, gli Appennini e giù giù lungo il corridoio Adriatico. È in mezzo a quella orizzontalità territoriale che si incunea a Nord nell'Europa che verrà. Il grande Nord esposto ai venti della globalizzazione che bucano le Alpi. Verso Sud le sue reti arrivano al Mediterraneo, da cui l'Europa nasce.
In questa città, microcosmo delle élite e macrocosmo delle reti, ti aspetteresti di trovare una visione risolutiva della crisi. Osservata da chi sta in mezzo tra il primo popolo dei flussi e ha reti nel secondo popolo dei territori, dei distretti, delle piattaforme produttive. Molti del primo popolo hanno una visione dolce della crisi.
Orgogliosi di aver sperimentato in questo travaglio che il giudizio sprezzante sulla nostra arretratezza economica e sociale si sia trasformato in una verifica della solidità di fondo delle nostre imprese, banche comprese. Milano è la città del terziario, dell'economia della creatività. Anche qui molti ti dicono che l'alta consulenza, quella strategica dei grandi studi di avvocati e dei servizi avanzati tiene. Così per il commercio e per i consumi alti e quelli di massa. Tiene l'alimentare e si sta stemperando la paura della crisi più indotta che reale.
Ovviamente il primo popolo meneghino non si ferma come quello del Nord Est all'esaltazione dei fondamentali. Va oltre. Tutti citano il successo del salone del mobile, appena celebrato con il più alto numero di visitatori, 313.385 e con il più alto numero di Paesi espositori, 151. A proposito della brezza da green economy che spira come possibilità di uscita, ti dicono che non si è aspettata la crisi. Già da tempo molte grandi e medie imprese del ciclo dell'auto, della chimica e dei prodotti per l'edilizia erano in fase avanzata di realizzazione di prodotti che incorporano l'ecologia. È forse questo sentire di una parte del primo popolo milanese che fa dire a molti che il peggio è alle spalle.
Se si ascoltano, non quelli che pensano il secondo popolo, ma quelli che lo raccontano e lo rappresentano quotidianamente la musica cambia. Oltre ai numeri della cassa integrazione preoccupa la caduta verticale dei contratti a termine. Che non servono solo per i giovani da avviare al lavoro ma per i quaranta/cinquantenni che lo hanno perso. La Caritas, partendo dai numeri della Fondazione creata dal Cardinal Tettamanzi per aiutare le famiglie in difficoltà, conferma che dentro le mura di Milano il fenomeno è meno evidente, ma che nella grande diocesi che tocca Varese, Como e Lecco il rischio povertà si sente. Quelli che parlano a nome del capitalismo dei piccoli segnalano che quelli a reti corte dell'artigianato e delle piccole imprese sono in stallo. Cercano di non licenziare. Aspettano. Temono che sarà più facile per Fiat e che per Marchionne che per loro, avere aiuti pubblici e la vicinanza delle banche.
L'unico segno di attenzione percepito è l'estendersi della cassa integrazione in deroga anche al capitalismo diffuso. Ci voleva la crisi per passare da una logica tutta fordista degli ammortizzatori sociali a una fase postfordista che prendesse in considerazione anche quelli che lavorano nel capitalismo diffuso e di territorio. Nell'economia della creatività, quella che fa del salone del mobile un evento metropolitano, se il primo popolo parla di una alta consulenza che tira, il secondo segnala difficoltà e selezione in quel tessuto della conoscenza che si mette al lavoro con la partita Iva. In basso, tutti affilano il loro essere cacciatori di tendenze e più che all'eventologia si preparano ai tempi della sobrietà. Come ti segnalano e ti raccontano nelle nuove fabbriche dei creativi, dal Politecnico alla Triennale.
Sono gli operatori della logistica e quelli che si occupano delle rimesse degli immigrati che realisticamente segnalano una forte diminuzione nella movimentazione delle merci. Anche di quella pesante e leggera che è il denaro delle rimesse dei lavoratori immigrati. Era un trend in costante ascesa, da alcuni mesi è fermo. Così come Malpensa doppiamente colpita dalla crisi Alitalia e dall'arrivo della crisi è in difficoltà a mantenere un ruolo di hub per il grande Nord. È fermo anche il settore a più alta intensità di manodopera immigrata, quello dell'edilizia. La crisi, dalla casa e dai mutui è partita, e qui ancora morde al di là della celebrazione virtuale del nuovo palazzo della Regione che ha tolto il primato al Pirellone della Milano fordista.
Se il primo popolo non è più in grado di interpretare il secondo, qualcosa non va. È come, per usare un linguaggio antico, non ci fosse più sintonia tra città e contado, tra Milano dentro le mura e la città infinita. Da Torino a Treviso, da Piacenza a Bologna tutti fanno affari con Milano. A partire dalle sue banche sino alla sua fiera, con la settimana della moda, con lo stracitato salone del mobile sino a spingersi nel Mediterraneo con il suo "Laboratorio Euro-Mediterraneo" promosso dalla Camera di Commercio.
Le reti d'affari non fanno condensa in un sentire da primo popolo che si fa borghesia. Che altro non è che la capacità dei mercanti e del capitalismo di avere coscienza di sé, che sa raccontare e colmare lo iato tra primo e secondo popolo, tra Milano e il sistema Paese. Per questo un tempo la si definiva la "capitale morale ed economica del Paese" con il suo "miracolo a Milano". C'è chi suggerisce una tesi radicale. La terziarizzazione e la finanziarizzazione di cui Milano è la capitale postfordista non produce coesione sociale. Anzi, alimenta una società competitiva e desolidarizzante. Con i microconflitti sul tema dell'immigrazione con il pendolo della città che oscilla nel considerarla una risorsa e una minaccia. Le reti lunghe del terziario e della finanza milanese non fanno racconto ma comunicazione. Producono eventi che hanno sostituito i lenti ed aggreganti percorsi sociali e collettivi. Sarà per questo che il primo popolo si interroga e si divide sull'evento degli eventi: l'Expo. Tra chi è per valorizzarne i contenuti, sul tema globale del cibo e della qualità del vivere e chi ne vede la funzionalità infrastrutturale. Tra chi si chiede se ha ancora senso un evento come l'esposizione universale, più adatta ai Paesi emergenti, e chi dice facciamo come il salone del mobile; spalmiamola e coinvolgiamo così tutta la città.
C'è anche chi sostiene che in tempi di crisi forse sarebbe meglio rinunciarvi. Chi invece, proprio perché le esposizioni universali del nuovo secolo hanno tutte incorporato il concetto di limite e di crisi, dall'acqua a Saragoza al futuro delle città e delle megalopoli a Shanghai, sino al tema grande dell'alimentazione, dice di andare avanti. Essendo l'Expo un'opportunità di riflessione globale sul dopo crisi. Dibattito che ha un sussulto di vivacità e di ruolo per quel primo popolo che il Cardinal Tettamanzi critica (Corriere della sera del 20/5) perché non si fa borghesia.
Forse l'attraversamento della crisi e l'arrivare all'Expo è quel percorso lungo ma necessario per far rinascere a Milano una neoborghesia adeguata ai tempi nella grande transizione che stiamo vivendo.