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SarĂ  il welfare solidale e diffuso a salvarci dalla crisi

di Aldo Bonomi - Il Sole 24 Ore

Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Rancore, cura, operosità. Sono tre parole chiave che sempre più uso per scavare nei mutamenti profondi dei soggetti e dei territori. Del rancore, della rabbia dei piccoli imprenditori che si sentono invisibili, loro che sono "la pancia del Paese", come racconta il libro di Dario di Di Vico " I Piccoli". Un quadro utile che li fa visibili da Vergiate nel varesotto al Nord Est. Sino a terminare con lo slogan rovesciato, che usavamo per i lavoratori, adattato alle partite Iva: "Se otto milioni vi sembran pochi".

Un altro libro che scava nei luoghi della cura, famiglia e welfare, indicandoci il primato dell'operosità del modello americano è " L'Italia fatta in casa"di Alberto Alesina e Andrea Ichino, che ha provocato un dibattito utile tra sostenitori del primato della prossimità, delle reti corte di comunità, e i fautori della simultaneità, delle reti lunghe date dal mercato.

Con in mezzo il welfare, o per dir meglio, ciò che resta del welfare, tirato per la giacchetta dagli uni e dagli altri. Problema non secondario in tempi di crisi e di dibattito sugli ammortizzatori sociali per le imprese e le impresine degli invisibili di Di Vico, per le famiglie in difficoltà e i giovani che premono per mangiare futuro. Il loro futuro. Che non trovano nell'essere partita Iva, nella famiglia, nel welfare. Per continuare a cercare e continuare a capire può essere utile leggere un altro libro di microcosmi americani sul lavoro, sulle imprese e sulle famiglie.

"The Moral Underground" di Lisa Dodson, ricercatrice ed attivista per i diritti del lavoro, racconta di un lavoro di ricerca che copre un arco temporale dal 2000 al 2008 e che incrocia la crisi solamente all'ultima curva. Il suo racconto, in larga parte,è il racconto di un'America apparentemente in salute più preoccupata dei guai che combina altrove, dell'odio che monta nei suoi confronti, che della salute della sua economia e della sua società. Un'America che si prepara ad accogliere Obama. Ma la Dodson si muove sotto la pelle del suo paese. E racconta un'altra storia. Partita nel 2000 con l'intento di raccontare attraverso un capillare lavoro di interviste a lavoratori e datori di lavoro, le condizioni della working class americana si ritrova a raccontare anche la crisi di quella middle class di piccoli manager di negozi, di filiali e di imprese che nei piani originari avrebbero dovuto fungere da vero bacino di testimonianza delle difficoltà altrui, testimoni di un malessere non loro. Il sottofondo morale di questo tratta. Di un movimento sociale silenzioso e sotterraneo che parte da quei milioni di crocicchi in cui si incontrano nella crisi la middle e la working class. Che genera micro- episodi di cura - nell'accezione inglese di "to take care of" - e disubbidienza civile.

Quello di Beth manager di un'azienda che commercia capi di abbigliamento, che prende un vestito da sera tra i resi per donarlo a una figlia di una lavoratrice che, in vista della festa per il diploma, non avrebbe potuto permettersene uno. O di Ned, manager di un'azienda alimentare, che consente ai suoi dipendenti di portarsi a casa parte del cibo che producono. O di Andrew, che timbra in orario i cartellini delle sue dipendenti che devono uscire dal lavoro in anticipo per accudire i figli. A proposito di storie di famiglie. O di quei tanti managers che, di fronte alle irregolarità necessarie dei loro dipendenti, decidono di "girarsi dall'altra parte", evitando di sanzionarle. La Dodson racconta anche di significativi episodi di solidarietà orizzontale. Come quello di Lilianna, figura idealtipica della madre liquida e postfordista, che noi definiamo donna-acrobata. Divorziata, due figli di 9 e 4 anni. Di professione assistente alla vendita con una paga oraria di 9 dollari, poco al di sopra del minimo consentito. Ha un secondo lavoro Lilianna quello di cura dei figli, dal momento in cui escono da scuola, a quello in cui lei torna a casa dal lavoro.

Il lunedì, racconta, un vicino le accompagna ad un doposcuola gratuito di quartiere, aperto solo un giorno alla settimana. Il martedì un insegnante le accompagna a prendere l'autobus che li porta al vecchio nonno paterno. Il mercoledì rimangono seduti a scuola su una panca fino a che qualcuno non intima loro di tornare a casa. E il giovedì, invece, tornano a casa da soli che «tanto hanno le chiavi». Il venerdì è l'unico giorno in cui la madre esce prima dal lavoro per andarli a prendere a scuola. Ovviamente fino a che il suo capo non smetterà di girarsi dall'altra parte "per far finta di non vedere". Piccole antropologie di un quotidiano visto dall'Italia che spesso dell'eccezione fa la regola e del welfare differito una consuetudine. Che indurrebbe pericolosi paragoni tra familismo amorale e sottofondo morale in un paese, come l'America, in cui l'etica del lavoro è ben più radicata che da noi. In cui le modalità di conciliazione tra lavoro e famiglia, tra professione e vita, sono da sempre un problema di responsabilità personale. Se tali micro-comportamenti produrranno nella crisi un mutamento sociale su ampia scala è aleatorio dirlo. Nemmeno la Dodson prefigura una simile eventualità. Quello che è certo è che esistono tracce di riflessione e di crisi della classe media che sempre più pongono il problema dello stretto legame tra efficienza economica e coesione sociale.

Come se si diffondesse sotto traccia la convinzione che da una società ingiusta che produce nuove marginalità e nuovi poveri non può scaturire un'economia sana. Anche nell'America del mercato, dove l'occupazione femminile ha superato quella maschile. Il tema degli invisibili, di come muoversi tra cura, famiglia e welfare e il rapporto tra ceti medi e nuove povertà mi paiono questioni che questi microcosmi del lavoro, del fare impresa, e del quotidiano, abbiano la forza di diventare libri che ci interrogano sul come i soggetti e i territori cambiano nella crisi mi pare importante ed utile. Non possiamo che continuarea farne racconto e dibattito per capire come andare oltre lo stato presente delle cose.

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