Image

Se la crisi abolisce ogni idea sul futuro

di David Bidussa - Il Secolo XIX
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


La parola crisi è tornata a popolare il nostro linguaggio quotidiano. Negata a lungo, si è alla fine imposta con la forza dei numeri. Eppure tutti noi continuiamo a sottovalutarne sia il peso sia le conseguenze.
Non si tratta solo dell'abbassamento del prodotto interno lordo, del declino, o dei posti di lavoro che vengono bruciati in queste settimane. Tutti questi aspetti sono sotto gli occhi di tutti noi e fanno parte del mondo che c'è. Le conseguenze profonde della crisi stanno invece nella dimensione di ciò che non mettiamo nel conto.

Questa cosa è la abolizione dell'idea di futuro.

A questa assenza in diverso modo si sono richiamati ieri sia l'ex presidente Carlo Azeglio Ciampi nella sua intervista al "Corriere della Sera", sia Luciano Gallino su "La Repubblica" quando afferma che questo non è un paese né per giovani, né per vecchi. Un Paese che non da lavoro a chi vuole accedervi, né è capace di ridarlo a chi, quarantenne, si trova improvvisamente disoccupato.

Di tutte, quella dell'abolizione del futuro, è la condizione più radicale della crisi in cui siamo immersi.

Per comprenderlo consideriamo due settori diversi, che alludono entrambi al nostro domani medio e lontano. La scuola, prima di tutto. Tutto il progetto sul rilancio della scuola e delle università (ammesso che quello in atto non sia pregiudizialmente ideologico) e sulla loro riqualificazione vorrebbe alludere a questa voglia di futuro. Ma poi è davvero così? Al di là dei tagli di bilanci e della voce risparmio, tutte cose su cui si può discutere (e soprattutto propagandate senza avere contezza della realtà vera tant'è che è stato sufficiente in nome della scuola azienda che deve accontentare i clienti, ovvero le famiglie, chiedere loro un parere e queste hanno rimandato a dire che tutto l'impianto di riforma sull'abolizione del tempo pieno era una bufala) sono questi gli aspetti che consentono il rilancio e la riqualificazione e l'aggiornamento della qualità della scuola e della preparazione?

Forse nell'immediato marcheranno una differenza. Ma nella sostanza lasceranno la stessa situazione di prima ovvero indicheranno una quadro di arretratezza sostanziale - oppure per usare più un termine più gentile di "ritardo"? che contraddistingue il mondo dell'istruzione e della formazione ormai da tempo. Perché si può recuperare in termini di autorevolezza, oppure inserendo la novità del "cinque" in condotta, si può trasmettere un messaggio di presenza, ma poi le domande di fondo restano e sono: ciò che si studia, come si studia, e, soprattutto, che cosa non si studia. In breve : qual è la "mission" (tanto per rimanere ancora in un gergo che mira alla prestazione) della scuola? Sono i terreni che fanno la differenza.

E la differenza rimane perché il futuro, non solo come prospettiva ma come sfida è stato abolito in nome di un presente da cui pretendiamo risultati e prestazioni immediate. Investire sulla qualità implica avere un'idea di tempo che include avere la pazienza e la costanza di insistere. Non solo. Sperimentare costa, come tutto ciò che significa investimento a lungo termine. Ma costa, appunto perché è a lungo termine, perché include un'idea di tempo di prova e dunque di futuro su cui ci si misura e soprattutto, su cui si è valutati, forse il timore più diffuso e inconfessato del nostro tempo presente, un tempo riempito da individui col "ciglio alzato" in cui la possibilità di discutersi e di correggersi è vissuta come una sconfitta personale, come un'onta.

Secondo ambito: l'idea di costruzione di un sistema per sviluppo. Due i segni più evidenti su cui misurarlo: da una parte l'occasione dell'Expo di Milano, dall'altra la questione energetica. Due scenari tra loro diversi ma che di nuovo chiedono tempo di verifica.

Se consideriamo con un certo distacco la vicenda dell'Expo milanese sui cui orizzonti di medio periodo non sembrano radunarsi e concentrarsi gli sforzi progettuali che una tale scadenza richiederebbe, è perché quella dell'Expo è una scommessa troppo lontana nel tempo su cui pesano ed entrano in gioco troppe variabili, spesso incontrollabili. Non si tratta solo di investire, ma anche di vedere con quali investimenti pensare il futuro possibile, in termini di geografia economica (ovvero quali aree coinvolgere per pensare un futuro regionale e sovraregionale), e di geografia umana (ovvero quali professionalità, quali sistemi rete di lavoro, di professioni, di scambio) sollecitare o pensare di formare.

L'economia non è un insieme di numeri, è una visione del futuro nel presente. Ovvero allude a un progetto di futuro che si persegue. Se non si ha questa seconda condizione, si è destinati a una navigazione "a vista", magari discreta in tempi di "vacche grasse", ma assolutamente disastrosa in tempi di "vacche magre", perché priva di una razionalità capace di sostenere scelte, individuare priorità, fondare motivazioni.

È la condizione cui allude la sfida energetica, un campo dove le scelte di oggi devono rispondere a una doppia velocità: da una parte consentire una ripresa e allo stesso tempo non pensare di aver risolto la questione una volta per tutte. Di nuovo il problema è la sfida del futuro, dotandosi non solo di uno sguardo sul futuro, ma anche della consapevolezza di accettare la precarietà cui quella sfida ci obbliga oggi.

Niente è garantito e per questo che dobbiamo decidere: tra una quotidianità che fa finta di proiettarsi su domani ma allo stesso tempo evita di assumersi la responsabilità oggi di scegliere e di rischiare, oppure una condizione che rimette in discussione molte certezze e riconsidera ciò che ha maturato come diritti irreversibili e ragiona in termini di "patto tra le generazioni".

Se la scelta è per questa seconda opzione allora deve essere evidente che occorre rimuovere molte rendite di posizione maturate nella società italiana e occorre reinvestire. Significa essere consapevoli di ciò che si chiede a un sistema di ricerca abbandonato da anni, quali sono i poli di eccellenza ancora funzionanti e quelli da riqualificare, quante risorse dedicare, con quali attese e con quali tempi misurare i risultati. Di nuovo sapere che ci sono delle priorità. E che non ci sono scorciatoie.

La filosofia del fai-da-te non produce risultati. Va bene per fare scena, ma non risolve. Soprattutto ha lo stesso vizio di forma a cui intenderebbe replicare: ha in testa solo l'immediato e non si misura con i tempi lunghi, con le sfide che il futuro pone al presente.
stampaStampa
Copyright © 2008 AISLO - CF: 95047970637