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Sen, Nozick e altri riformisti
di Simona Morini, Il Sole 24 Ore
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Tra le tante storture della politica italiana c'è anche l'abitudine a usare la terminologia politica in modo generico, svuotandola della sua problematicità. Socialismo, democrazia, libertà, uguaglianza e non – come si chiedeva per esempio Norberto Bobbio – «Quale socialismo? Quale democrazia? Quale libertà, quale eguaglianza?». In questo spirito, Corrado Ocone si è chiesto «Quale riformismo?»e ha delineato il profilo di «15 pensatori liberal per le nostre sfide».
Gli autori scelti (classici della filosofia politica come Rawls, Sen, Nozick, filosofi come Rorty, Walzer, Arendt, Bobbio, sociologi come Beck, Giddens, Habermas e anche uno scrittore, Vargas Llosa) sono molto diversi tra loro – per analisi e soluzioni proposte –ma condividono quella che è, per Ocone, la particolarità politica del riformismo, cioè l'idea che «ogni azione è fine a se stessa e non può essere mezzo per altro», il rifiuto di ogni «teologismo e giustificazionismo storico che vorrebbe commisurare tutto a un non meglio definito e comunque astratto e indiscutibile fine».
Metodi di azione politica e di decisione, quindi, più che un ideale da realizzare. Aggiungerei a questo denominatore comune l'individualismo così ben espresso da Hannah Arendt: «nella mia vita non ho mai "amato" nessun popolo o collettività, né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano,né la classe operaia, né nulla di questo genere. In effetti io amo solo i miei amici, e la sola specie di amore che conosco e in cui credo è l'amore per le persone».
Persone, quindi, che interagiscono tra loro e si danno regole di convivenza destinate a mutare nel tempo. Oggi che «gli amici» stanno anche fuori dai confini della polis, della nazione e anche del continente, le vecchie regole, istituzioni e forme di governo sentono il bisogno di «riforma». Le «nuove sfide» sono quelle della globalizzazione, certo, ma anche quelle che toccano la vita quotidiana: la famiglia, il lavoro e i tanti cambiamenti che li vanno trasformando da porti sicuri in avventure interessanti, ma rischiose. C'è bisogno di nuove regole.
Le teorie degli autori scelti da Ocone costituiscono la«cassetta degli attrezzi» che abbiamo ereditato dalla seconda metà del secolo scorso. Ma la realtà di oggi è in movimento e dobbiamo agire in un mare aperto e piuttosto agitato. Nessuno di questi attrezzi può da solo darci delle soluzioni. Non ha più senso essere rawlsiani, seniani, habermasiani, nozickiani. La visione d'insieme proposta da Ocone suggerisce che oggi il problema non sono tanto le teorie, ma la capacità di usarle in modo originale. Alcune ci servono a rompere, scomporre, eliminare pezzi, altre a cesellare, a rimettere insieme, a riconfigurare. Queste idee devono essere "usate", messe alla prova.
Ocone chiarisce che la sua scelta di autori è idiosincratica. Ma quando ci si presenta un ventaglio di possibilità, la tentazione di fare osservazioni su quel che si poteva aggiungere o togliere è irresistibile, anche sea sua volta frutto di idiosincrasia. Quindi cedo. Io avrei reso omaggio a Bruno De Finetti, il matematico che nel 1965 ha introdotto il codice fiscale e proposto un avanzatissimo (e mai realizzato) programma di razionalizzazione della macchina statale e avrei lasciato perdere quella noiosa di Martha Nussbaum con i suoi predicozzi di «vita buona» e la sua «concezione aristotelica della socialdemocrazia». Basta! Di aurea mediocritas e cultura umanistica ne abbiamo avuta fin troppa. Il riformismo di oggi non è in contrasto, ma ha anzi bisogno, di fantasia, di coraggio e perfino di un po' di iconoclastia!
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