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Tutti discutono di "sussidiarietà": ma di che parlano?
di Gerardo De Gennaro* - Corriere del Mezzogiorno (Ed. Bari)
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Andiamo per ordine. Cosa dispone lo Stato in materia di sussidiarietà?
Secondo l'art.118 della Costituzione: "Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni, favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà".
Questa disposizione, qualificata come principio cardine dell'Ue in seguito al Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992, introduce in maniera esplicita il principio di sussidiarietà orizzontale nella Costituzione, ma non è l'unica formulazione di tale principio nel nostro ordinamento.
L'art.4 comma 3 lettera a) della legge Bassanini 59/97 dispone - infatti - che i conferimenti di funzioni agli enti locali più vicini ai cittadini devono avvenire nell'osservanza del principio di sussidiarietà ( ) attribuendo le responsabilità pubbliche anche al fine di favorire l'assolvimento di funzioni e di compiti di rilevanza sociale da parte delle famiglie, associazioni e comunità, all'autorità territorialmente e funzionalmente più vicina ai cittadini interessati.
Dunque, il principio di sussidiarietà stabilisce che le attività amministrative potrebbero essere svolte dall'entità territoriale amministrativa più vicina ai cittadini (Comuni) e che può essere delegata ai livelli amministrativi territoriali superiori (Regioni, Province, Aree metropolitane) solo se questi possono rendere il servizio in maniera più efficace ed efficiente. Insomma, la sussidiarietà favorisce il pluralismo e la partecipazione al governo dei cittadini e contrasta l'aspetto ideologico della politica, di cui lo statalismo oggi sembra il contenuto principale sia a destra che a sinistra.
Analizzando il panorama imprenditoriale e politico che ci circonda notiamo che tutti parlano di sussidiarietà, ma quando arriva il momento di applicarla viene stravolta. Infatti, non significa decentramento e neppure federalismo, perché viene prima del federalismo, è il suo fondamento e la base di ogni politica liberista. Con il federalismo fiscale i nostri territori attiverebbero un meccanismo che ne promuoverebbe il merito, la loro capacità di competere e di essere efficienti prendendo le distanze dall'incapacità dei territori livellati su standard clientelari che costano in maniera insopportabile sui costi pubblici.
Il federalismo non deve far paura alle popolazioni, possono temerlo le burocrazie, alcune realtà politiche che nel Mezzogiorno sfruttano rendite parassitarie sulla pelle dei cittadini meridionali. Ma il federalismo fiscale, istituzionale, amministrativo, non è unmodo per separare (deriva da foedus che significa unire), ma ricreare una nuova unità che parta dal basso, dai territori e non dagli apparati burocratici. Il federalismo deve essere uno strumento che concede maggiore spazio alla società civile, alle associazioni, alle imprese, alle famiglie.
È per queste ragioni che occorre avvicinare al territorio i centri decisionali non per creare nuovi centralismi, ma per liberare le energie presenti. Senza sussidiarietà orizzontale il federalismo rischia di essere un boomerang. E allora il primo passo da compiere è mettere in luce questa essenza profondamente umana della sussidiarietà che approfondisce le sue radici nella visione culturale degli uomini. Può parlare di sussidiarietà e lavorare per la realizzazione delle politiche sussidiarie il soggetto che ha una concezione positiva dell'altro, della persona. Chi sa che dentro ciascun uomo c'è la straordinaria possibilità di creare, innovare, dare risposte ai bisogni umani.
È consuetudine sentir dire che la politica si consideri in grado di insegnare agli uomini come stare al mondo. Se la sussidiarietà contaminasse più spesso la politica certamente porterebbe a più trasparenza e correttezza nella pubblica amministrazione eliminando sprechi, ruberie, corruttele. Il potere decisionale della politica molto spesso esclude le associazioni che viceversa - nel caso decidano di entrare in relazione con questo potere - devono pagare il prezzo della subalternità annullando la loro vera mission. Cosa fare?
Andare per quartieri e periferie per conoscere il disagio. Andare per scuole, nelle università, là dove si forma la coscienza e dove matura il cosiddetto "rischio educativo". E partire da questo. Il futuro appartiene alla capacità di scelta dei cittadini: sono loro che premiano tale associazione o talaltra cooperativa sociale quando dà concreti segnali di qualità nei rapporti umani.
Dunque, il cambiamento passa attraverso una scelta di libertà: la sussidiarietà dona libertà ai deboli, agli umili, agli emarginati. Cosa deve fare la politica in questo caso? Sostenere le varie realtà mettendole in rete, ma stando bene attenta a non strumentalizzarle, magari inconsapevolmente. Esistono, nella nostra società, tante energie, idee, fedi, passioni, valori, da trasformare in protagonisti.
Come diceva don Luigi Giussani: "Protagonisti non vuole dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è in tutta la storia e l'eternità unico e irripetibile". Nell'attuale situazione di crisi economica che attanaglia i settori produttivi del nostro Paese, occorre che istituzioni politiche, forze imprenditoriali, operatori economici, sindacati, professionisti, commercianti, artigiani, lavoratori dipendenti, uniscano gli sforzi per superare l'attuale crisi occupazionale. Individuando indirizzi sociali, economici e politici più aperti all'innovazione e attivando nuovi modelli di sviluppo, è possibile trovare soluzioni positive ai problemi del lavoro. Mi auguro che la campagna elettorale ormai iniziata non alimenti ulteriori divisioni.
*Imprenditore
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