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Il fiolosofo Salvatore Veca: "Bisogna innescare una reazione a catena tra scelte politiche ed effetti sulla società"
«Una città amica dei bambini». Che Milano vorrei? Salvatore Veca risponde fuori dalle convenzioni. L’idea è apparentemente semplice: «Tutelare e migliorare la qualità di vita dei più piccoli è la scelta di civiltà su cui si può ritrovare l’orgoglio di Milano. Perché di lì una ciliegia tira l’altra o, come si direbbe da professori, si innesca una connessione a catena tra scelte politiche e i loro effetti sulla società».
Da dove si dovrebbe partire, professore, per rendere Milano “amica dei bambini”? E perché dà per scontato che questa sia, come avrebbe detto Moretti, una cosa di sinistra?
«Lasciamo per un attimo indietro la seconda domanda, e partiamo dal concreto. Una città amica dei bambini non li obbliga a respirare dai passeggini quantità di smog che tutti i pediatri ci insegnano essere causa di patologie crescenti. Si preoccupa del loro ambiente, che non vuol dire discutere all’infinito dove mettere gli alberi, ma aumentare davvero il verde a disposizione. E una città amica offre alle fasce più giovani dei suoi cittadini nidi ed educazione primaria, ma migliora anche i tempi di vita e di lavoro delle madri, adeguando alle loro esigenze i servizi e la mobilità urbana».
Prima i bambini e poi le donne?
«Come dicevo una ciliegia tira l’altra, dai bambini si passa alle mamme, e anche il tasso di tutela e rispetto delle donne è certamente un indicatore di civiltà. Prima ancora che di sinistra, per venire al secondo quesito, questo è un punto di vista che avrebbero condiviso gli illuministi milanesi del Caffè...»
Facciamo la prova del nove: crede che oggi Milano sia “nemica dei bambini”?
«Purtroppo lo è nei fatti. Più in generale, è una città che privilegia chi non ha bisogno di tutela, chi ha risorse per fronteggiare i disagi comuni, e sanziona doppiamente chi ha già degli svantaggi. Se una madre ha un bambino che esce da scuola a un’ora, uno a un’altra, lavora part time e usa i mezzi pubblici, lo sa. Come paga un doppio disagio un anziano che esce per andarsi a curare, se si rompe il tram. A proposito di cause e di effetti, partendo dai bambini presto si arriva anche ai nonni. E ai giovani, appena cresciuti, che vivono condizioni di disagio a partire dalla mancanza di alloggi universitari».
Troverebbe banale l’obiezione che i bambini in città sono meno dei single e che ci sono ampi ceti che evidentemente hanno un’altra idea dei propri interessi?
«Tutt’altro. Ma vede, un progetto politico si basa su una visione della convivenza e della cittadinanza condivisa. Sappiamo che Milano è tante città diverse, ma ricomporre questo arcipelago di differenze creando ponti e non ghetti conviene a tutti. Oggi la città è percepita come rancorosa e incattivita, e anche solo questa percezione ci fa sentire peggio. Si possono convincere i cittadini che è un vantaggio per tutti creare inclusione e non esclusione, costruire compagnia e non solitudine».
La città a misura di bambini incrocia anche il tema dell’immigrazione, dato che il recupero demografico viene soprattutto dai “nuovi milanesi”.
«Naturalmente sì, ed è un tema fondamentale. Può piacere o non piacere una certa politica dell’immigrazione, ma l’immigrazione in sé è un fatto, su cui va costruita una cultura della convivenza. Una città amica dei bambini è una città sostenibile da un punto di vista economico, con misure a tutela dell’educazione dell’infanzia e delle donne, da un punto di vista energetico, con una politica ambientale corretta, e da un punto di vista culturale, con l’integrazione tra le diversità».
Crede che la sinistra milanese possa farsi carico di un progetto così impegnativo?
«Da cittadino appassionato, non da politico e in questo caso neppure da filosofo della politica, indico un’agenda, non un programma. Ma vedo che ci sono associazioni e gruppi molto attenti alla qualità della vita urbana, dai genitori che chiedono servizi e tempi di vita diversi alle mamme antismog. Mi piacerebbe che diventassero gli azionisti di riferimento di una cultura dello stare assieme che si propaghi. E se non vogliamo arrivare l’anno prossimo alla solita affannosa ricerca del candidato per le elezioni a sindaco, è bene che su questo ragioni anche un ceto politico oggi minoritario, a cui per tante ragioni resto affezionato, ma di cui si vedono anche i limiti».