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Una svolta per l'Expo di Milano. Puntare al meglio e fare sistema
di Giangiacomo Schiavi - Il Corriere della Sera
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.
Di quel che potrebbe interessare la gente non si parla nelle discussioni sull'Expo. Si discute di cemento e cubature, di fantomatiche vie d'acqua, di chi sale e di chi scende nella gerarchia dei poteri. Da oggi si ricomincia: nuovo amministratore delegato, nuova sede, nuovi collaboratori. Cambierà qualcosa?
Per i comuni mortali l'Expo di Milano è ancora un Ufo: oggetto non identificato. È un peccato che un'idea suggestiva come quella dell'educazione alimentare, della sostenibilità ambientale, della qualità del cibo e delle pratiche per ridurre le diseguaglianze tra chi vive tra gli sprechi e chi muore di fame, venga sciupata nelle battaglie poco nobili della politica. È un peccato perché si umiliano le capacità di Milano e di un Paese che dovrebbe scommettere sul futuro con un po' di coraggio, avendone l'occasione. Siamo in una crisi nera e a ragion di logica ci sarebbe da ringraziare chi ha avuto l' intuizione: il sindaco Moratti e l'intera squadra che una volta tanto, per l'assegnazione a Parigi, ha fatto sistema.
Molti pensano che l'Expo, nell'era digitale, sia un evento superato, inutile. Può darsi. Ma a Milano lo salva il tema. Non sarà un'esibizione di forza, come a Shanghai: sarà un progetto di salvaguardia ambientale, di cooperazione umanitaria, di valorizzazione delle tipicità della terra. È intorno a questo che l'esposizione universale può ritrovare una sua modernità (anche con l'austerità imposta dai tagli del governo) mobilitando università, centri di ricerca, associazioni, giovani, cuochi, produttori, e lasciando un'eredità concreta alla città ed al Paese attraverso un Parco tematico del cibo, un Museo dell'alimentazione o un Salone della ristorazione planetaria.
In regime di concorrenza il meglio ammazza il peggio, si dice. Per rilanciare l'Expo Milano ha bisogno del meglio. Ma prima deve uscire dalla palude dell'acquisto dei terreni. Perché si devono spendere ingenti somme pubbliche per qualcosa che fino a ieri valeva poco o niente? All'anomalia di aver scelto un sito di proprietà privata sul quale svolgere una manifestazione pubblica, non si deve aggiungere la beffa di pagarlo più del dovuto, quasi 200 milioni: l'investimento di Expo rivaluterà comunque quei terreni. Con questa crisi non è stagione di regali, anche i privati dovrebbero collaborare: se conviene il comodato d'uso si scelga questa strada, con trasparenza. Un esborso di soldi pubblici è sempre un'operazione difficile da legittimare.
C'è una grande complessità dietro lo slogan «Nutrire il pianeta, energia per la vita». Ha ragione Letizia Moratti: deve essere sostenuto di più. C'è una persona, in Italia, che di questa complessità ha fatto un sistema: Carlo Petrini, l'inventore di Slow Food e Terra madre. Era stato incluso nella prima fase del progetto, ma è diventato un clandestino a bordo. Signor sindaco, presidente Formigoni, uno come Petrini non si può lasciare in panchina nell'avventura dell'Expo: si rischia di finire come l'Italia ai mondiali sudafricani.
È difficile pensare che Milano abbia perso del tutto il suo spirito imprenditoriale, che questo progetto sia soltanto una sommatoria di incidenti di percorso. Frugando nelle pieghe della prima grande esposizione del 1881, Indro Montanelli trovò che anche allora c'era state difficoltà: L'Expo era assolutamente sproporzionato all'ossatura dell'industria lombarda, ancora fragile e arcaica. «Ma raggiunse due scopi: attirò su Milano l'attenzione del capitalismo europeo in cerca d'investimenti e vi richiamò quanto vi era in Italia di energie creative. Perfino Edison, che aveva appena costruito a New York la più grande centrale elettrica del mondo, vi posò gli occhi...». Per installare la seconda centrale scelse Milano. Dove un ingegnere del Politecnico, Giovanni Colombo, aspettava solo il via libera per illuminare la Galleria. E dove un altra nobile figura di pioniere e di tecnico dell'energia elettrica si preparava ad entrare nel futuro: si chiamava Ettore Conti.
Milano ha bisogno di attirare nuovi investitori, di Edison moderni (che si possono chiamare Apple, Microsoft o altro) capaci di vedere in questa città le linee guida del futuro. Però bisogna aiutarli: con Expo si devono rimuovere gli stracci, bisogna scacciare i pipistrelli dalla casa, la città deve mettersi nelle condizioni migliori per giocare la sua sfida. Se non ce la fa Milano, se anche Milano si arrende, abbiamo scritto nel Manifesto pubblicato dal Corriere, vuol dire che in questo Paese non ce la fa nessuno. Bisogna accendere (anche quando sembra difficile) una nuova luce su Expo: quella della fiducia.
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