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Una rete euro-mediterranea per le università

di Massimo Giovannini*, Il Sole 24 Ore (Sezione Mondo e Mercati)
Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Il ritardo delle regioni del Mezzogiorno è da tempo al centro del dibattito. Sulle origini storiche, culturali, antropologiche, socio-economiche, si discute da più di un secolo. L'intera area è oggetto di ingenti interventi che, per varie ragioni, non riescono a dare i risultati attesi.

I motivi sono molteplici e di difficile soluzione. Due dovrebbero essere in cima alle priorità dell'azione di qualsiasi governo. Il primo. Non ci può essere alcuna crescita economica delle regioni meridionali senza la piena affermazione della legalità: è un problema di prevenzione e repressione ma anche un problema educativo, quindi del sistema formativo nel suo insieme, anche di quello universitario. Le implicazioni del ritardo del Sud sull'economia dell'intero Paese porta al secondo motivo. Senza lo sviluppo delle regioni meridionali non c'è sviluppo della nazione.

È opinione diffusa che l'economia delle regioni del Sud abbia potenzialità ancora inespresse, superiori a quelle delle altre regioni del Paese. Per il Sud ci sono circa 20 miliardi di fondi strutturali 2007-2013. Il problema è spendere bene, avere capacità progettuali da parte di Stato, regioni, province e comuni. A questo proposito, c'è bisogno di una regìa unica che decida, in un quadro complessivo, le iniziative che si intendono prendere. E che metta assieme politica e amministrazioni col mondo universitario e con quello della produzione, per concertare gli investimenti su pochi grandi obiettivi, condivisi e ritenuti irrinunciabili per lo sviluppo. Prioritari oltre il consenso immediato: trasporti, energia e ricerca.

È opportuno che le università del Sud si costituiscano in Rete per contribuire alla realizzazione di questi obiettivi. Così come è necessario che le università intensifichino i rapporti con i Paesi del Mediterraneo, unendo reciproche possibilità di sviluppo.

Con l'espandersi dell'economia dei Paesi emergenti, India e Cina,in questi ultimi tempi il Mediterraneo è di nuovo al centro, come un continuum capace di unire passato e futuro, in grado di connettere i continenti che lo circondano: Asia, Africa ed Europa. È la porta del mondo occidentale. Si deve guardare ai Paesi che lo delimitano come a un anello di terre variamente abitato, che va oltre le frontiere nazionali, che porta sul mare,nel proliferare dei porti, la sostanza delle popolazioni interne:lavoro e ricchezza, tutto quanto è suscettibile di mercato.

Il Mediterraneo è tra le aree più urbanizzate del mondo.Ventinove città hanno una popolazione superiore al milione di abitanti. Attualmente, il 34% della popolazione risiede su una fascia litoranea che corrisponde al 13% della superficie complessiva dei territori. La sfida principale che i Paesi mediterranei sono chiamati ad affrontare e risolvere, in tempi medi, è quella innescata dal sovrapporsi e mischiarsi di diverse popolazioni.

Il fenomeno migratorio ha investito, oltre le mete tradizionali di Francia e Germania, altre nazioni della sponda settentrionale: Spagna, Grecia e Italia. L'ondata migratoria invade le aree degradate dei centri storici, le zone prossime agli scambi di merci e uomini: stazioni, porti e mercati. Le città del Mediterraneo sono diventate, in poco tempo, segmenti della complessa frontiera del processo di integrazione. Teatro di nuove forme di tensione, non solo fra etnie differenti quanto fra diverse condizioni di libertà, di emancipazione e di benessere. Le città del Mediterraneo devono favorire il passaggio da una società multietnica a una società interetnica, fondata su quella "condivisione di una visione differenziata"suggerita da Predrag Matvejevic. La visione euro-centrica suggerisce un Mediterraneo araboislamico, fondamentalista e intollerante, opposto a un Mediterraneo europeo, più aperto e tollerante.

Tuttavia, anche l'Occidente coltiva i propri fondamentalismi; primo fra tutti, quell'atteggiamento che pretende di far divenire la propria cultura un linguaggio universale da opporre ai vari folclori esotici e poi quello, freddo e impersonale, dei rapporti sociali dettati dal libero mercato e, infine, il fondamentalismo di chi considera gli altri Paesi interlocutori dal potere imperfetto o limitato.

A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, forse per la prima volta nella storia, si svolge nel Mediterraneo un dialogo fra la cultura occidentale, da secoli egemone dal punto di vista economico e militare, e la cultura di Paesi da tempo soggetti a una condizione di colonialismo, più o meno formalmente espresso.

Lo sviluppo del Mezzogiorno non può prescindere dalla posizione geografica che riveste nel Mediterraneo. E neanche dalla consapevolezza che essere al centro rappresenti di nuovo, a distanza di secoli, una incredibile opportunità di crescita. Il 15 e 16 gennaio, presso l'Università Mediterranea di Reggio Calabria, alla presenza del Presidente della Repubblica e del commissario per le politiche regionali europee, Danuta Hubner,si tiene un convegno su questi temi. Partecipano anche le università di Nablus e di Tel Aviv. Ci piace pensare che, oltre ai reciproci scambi di informazioni scientifiche, lo facciano anche per il naturale desiderio di dialogare per la ricerca della pace.

* Rettore Università Mediterranea di Reggio Calabria
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