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Cosa c'è Stato di buono

di Paolo Bricco - Il Sole 24 Ore

Gli articoli presenti nella sezione "Rassegna Stampa" sono stati selezioni e ripresi dai principali quotidiani nazionali, riviste e riviste specializzate per un aggiornamento costante sul dibattito in corso. Gli articoli, inoltre, sono riportati sul sito per la loro pertinenza con le attività/tematiche trattate dall'Associazione.


Un saggio che colma un vuoto storiografico, ricostruendo uno dei passaggi fondamentali della biografia di
una nazione. E che spiega anche perché l'Italia è fatta come è fatta: lontana, lontanissima dalla cultura
naturaliter liberale e dalla vocazione al mercato che, invece, appartiene al mondo anglosassone.

Uno storico dell'economia under 40, Fabio Lavista, che si divide fra l'università di Bologna e la Bocconi, ha rivisitato la stagione della programmazione. Un periodo, compreso fra il dopoguerra e gli anni Settanta, pieno di speranze e di fallimenti. Espressione del centrosinistra, ma anche del meridionalismo non ascrivibile a un partito o all'altro. Legato alla cultura tecnocratica praticata negli ambienti socialisti e comunisti, ma anche connesso alla tradizione dell'Iri, l'Istituto per la ricostruzione industriale fondato nel 1933, dunque in pieno fascismo, per volere di Benito Mussolini, che però lasciò ampia autonomia al talento gestionale e alla visione di lungo periodo di Alberto Beneduce.

Lavista, in particolare, si muove su tre piani: lo Stato che prova ad adoperare la programmazione come strumento di governo, dall'esperienza giolittiana in poi; le imprese a controllo pubblico, nei cui uffici studi si formano quadri che con un meccanismo di porte girevoli vengono prestati alla politica (dall'Iri alla Dc Pasquale Saraceno e dall'Eni al Psi Giorgio Fuà e Giorgio Ruffolo); i gruppi privati, come la Olivetti, dove la teoria e la prassi della programmazione sono calate in una dimensione industriale di mercato, secondo una ragione economica ottimistica che giudicava prevedibili gli andamenti dei settori, con una modellistica sofisticata affinata da Franco Momigliano che, almeno fino ai primi anni Settanta, serviva per orientare il comportamento dell'impresa.

Dunque, la vicenda raccontata da Lavista è una storia di gruppi intellettuali che si muovono sui confini fra politica e economia, università e centri studi, commissioni e grandi agglomerati industriali. Gruppi intellettuali che, in un paese privo di establishment storicizzati e caratterizzato per tutto il Novecento da nouveaux entrepreneurs che non riescono a diventare élite, provano a farsi classe dirigente e a incidere con gli strumenti dell'analisi sulle scelte di politica economica e sulle decisioni del capitalismo privato.

Un tentativo alla fine fallimentare, come ammette uno che allora c'era, Luciano Cafagna, nell'appassionata introduzione al saggio di Lavista: «L'eredità della programmazione economica, ormai ridotta ad orientare salvataggi obbligati e disordinati incentivi, viene raccolta, alla fine degli anni Settanta, dalla Mediobanca di Enrico Cuccia e dal salotto buono della finanza privata che intorno a quella si raccoglieva ».

Proprio Cuccia, in qualche maniera, rappresentava l'altra faccia della medaglia, il gemello che stabilizzava gli equilibri e i rapporti, all'interno di un sistema di capitalismo chiuso, guidato dalle sue convinzioni strategiche e informato dal suo pessimismo, in merito alle capacità di fondo degli industriali italiani. Se, nel saggio di Lavista, si vuole trovare un difetto,è proprio l'assenza di Cuccia, citato soltanto una volta in una nota: la cultura della programmazione economica e la cultura di Mediobanca, infatti, sono entrambe essenziali per spiegare la storia e la natura intima del nostro paese.

Fabio Lavista, «La stagione della programmazione. Grandi imprese e Stato dal dopoguerra agli anni Settanta», il Mulino, Bologna, pagg. 470, Euro 33,00.

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