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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
Accordo formazione: una sperimentazione inutile
di
Fabrizio Dacrema
, Formazione e Ricerca CGIL
L’accordo sulla formazione tra Ministero del Lavoro, Regioni e Parti Sociali permette di fare qualche passo avanti per costruire anche in Italia un moderno sistema di apprendimento permanente. Anche in questo caso il Governo non mette nemmeno un euro aggiuntivo, tuttavia, a differenza del Riordino Gelmini dei percorsi di istruzione, non si tratta di una riorganizzazione finalizzata a ridurre l’intervento pubblico. L’intesa infatti prevede un migliore utilizzo delle risorse già in campo per la formazione dei lavoratori al fine di rispondere all’emergenza occupazione di oggi e di sperimentare e avviare la costruzione di elementi stabili di sistema. Per realizzare questi obiettivi, nel corso del 2010, si sperimenteranno interventi mirati per la formazione degli inoccupati, dei disoccupati e dei lavoratori in mobilità o in cassa integrazione. Interventi che sarebbero privi di efficacia senza l’individuazione degli effettivi fabbisogni professionali delle imprese, la valorizzazione e la certificazione delle competenze comunque acquisite dai lavoratori e senza una nuova capacità di far incontrare domanda e offerta di lavoro.
Linee guida per una formazione più efficace
Le linee guida contenute nell’accordo mirano a realizzare queste condizioni per una formazione che superi le diffuse tendenze all’autoreferenzialità rispondendo alle esigenze dei lavoratori e delle imprese. A questo fine danno un indirizzo unitario per la realizzazione di intese regionali che prevedano l’utilizzo integrato di tutte le risorse per la formazione dei lavoratori a favore di progetti formativi di ricollocazione dei lavoratori beneficiari di ammortizzatori sociali e di promozione dell’occupabilità dei soggetti deboli del mercato del lavoro. A questo fine occorre valorizzare l’accordo Governo, Regioni, Parti Sociali del 2007 – non nominato da questo governo perché opera del centro-sinistra – come modello di riferimento per la progettazione integrata di tutte le risorse (regionali, fondo sociale europeo, leggi 236 e 53, Fondi Interprofessionali).
Elemento chiave dell’intesa è il rilancio della cabina di regia nazionale per la rilevazione a livello territoriale e settoriale dei fabbisogni delle figure professionali. L’azione convergente di tutti i soggetti che ne fanno parte non dovrà limitarsi a fotografare il bisogno presente di professionalità delle imprese, ma prevedere anche le competenze necessarie per lo sviluppo futuro. Sulla base di questi dati dovranno agire gli accordi territoriali incrociando, processi di riorganizzazione produttiva, analisi dei fabbisogni formativi, interventi formativi mirati. Ed è sempre a livello decentrato che si potrà organizzare la necessaria azione di orientamento, utilizzando in maniera combinata le competenze del sistema pubblico dell’impiego e del sistema privato delle agenzie per il lavoro.
Certificare la competenze comunque acquisite
Il punto più qualificante dell’intesa ai fini della costruzione di un sistema nazionale per l’apprendimento permanente riguarda la certificazione delle competenze comunque acquisite, una delle leve principali per motivare l’accesso dei cittadini e dei lavoratori ai percorsi di apprendimento permanente. Con l’accordo si cominciano a costruire i due pilastri su cui deve poggiare un sistema nazionale di certificazione delle competenze: standard minimi nazionali delle competenze professionali validi in tutte le regioni e meccanismi omogenei tra le regioni di accreditamento dei soggetti cui è demandata la validazione delle competenze.
Due aspetti tra loro interdipendenti e indispensabili per garantire trasparenza e spendibilità delle competenze certificate su tutto il territorio nazionale, in tutti i settori lavorativi e nei percorsi di formazione e istruzione. Per quanto riguarda il primo aspetto è prevista la conclusione entro il primo semestre del 2011 dei lavori del Tavolo per la definizione del Repertorio Nazionale delle Figure Professionali e per il secondo la sperimentazione per il 2010 di un sistema di accreditamento su base regionale e secondo standard omogenei condivisi a livello nazionale di "valutatori/certificatori".
Viene poi indicato nel Libretto Formativo lo strumento idoneo per la registrazione delle competenze acquisite. Il punto più delicato nel corso della trattativa è stato quello dei "certificatori/valutatori" (inizialmente li si voleva qualificare come "indipendenti", termine poi scomparso dal testo), da insediare a livello regionale. L’aver ottenuto l’inserimento nel testo dell’impegno, osteggiato fino alla fine dal governo, a concludere entro il 1°semestre 2011 il lavoro sugli standard minimi professionali, pone le condizioni per un ruolo trasparente e qualificato dei valutatori/certificatori perché definisce un quadro unitario nazionale di riferimento per l’attività di certificazione delle competenze. Sarà cosi possibile anche negli accordi territoriali scongiurare la messa in opera di "sistemi di certificazione paralleli", concordati tra le sole parti sociali, che non garantirebbero la piena spendibilità delle competenze certificate, possibile solo con soggetti valutatori/certificatori qualificati e accreditati da istituzioni pubbliche. Questa prospettiva è ulteriormente rafforzata dall’aver inserito nell’accordo la necessità di partire dalla situazione in essere nelle singole Regioni e di seguire i principi regionali in tema di accreditamento.
L’integrazione scuola/lavoro
Positiva anche la rilevanza, presente in più parti dell’intesa, attribuita alle interrelazioni tra lavoro, formazione e istruzione, nonché ai processi di integrazione e transizione tra scuola e lavoro. Una indicazione che si scontra con i tagli all’istruzione che colpiscono, tra l’altro, proprio le esperienze di integrazione e alternanza scuola-lavoro. Sarà quindi compito degli accordi territoriali individuare le sinergie e le risorse necessarie per favorire e supportare collaborazione e integrazione tra le diverse filiere dell’istruzione e della formazione per un’offerta formativa sempre più rispondente ai piani di sviluppo dei territori e dei settori. In questo quadro si pone anche l’indicazione di rilanciare il contratto di apprendistato nelle sue tre tipologie già previste dalla legge con l’obiettivo di garantire un percorso di formazione a tutti gli apprendisti, mentre oggi il vincolo della formazione è rispettato solo nel 20% dei casi. In tema di apprendistato è stato respinto il tentativo del governo di introdurre nel testo la possibilità di espletamento dell’apprendistato a 15 anni come modalità di assolvimento dell’obbligo di istruzione. Come è noto il governo a ha inserito a questo proposito un emendamento nel disegno di legge sul lavoro in corso di approvazione in Parlamento.
La capacità formativa delle imprese
Unico punto non acquisito, e ragione di una motivata nota a verbale della CGIL, il riconoscimento che l’impresa, pur avendo il lavoro svolto in essa indubbi esiti formativi, non è in quanto tale un ambiente formativo. Il governo e le associazioni datoriali hanno opposto un rifiuto totale e ideologico all’individuazione dei requisiti che definiscono la capacità formativa di un’impresa, invece particolarmente necessario per un sistema produttivo come quello italiano, in gran parte costituito da aziende di piccole dimensioni. Anche il Rapporto De Rita sulla formazione, promosso dallo stesso governo, rileva l’opportunità di definire "a quali condizioni i contesti aziendali siano realmente formativi, quali tipologie di competenze possano essere efficacemente acquisite nell’impresa e a quali condizioni l’impresa possa svolgere un ruolo formativo utile alla collettività". Senza questo passaggio indispensabile la linea del governo di investire esclusivamente nella formazione in ambienti produttivi è inevitabilmente destinata a ridurre e dequalificare la già non brillante attività formativa destinata ai lavoratori italiani. La nota a verbale della Cgil consentirà comunque di riaprire la questione negli accordi territoriali.
In conclusione un accordo non privo di limiti e incertezze, le cui linee guida dovranno essere concretizzate a livello regionale e territoriale, ma che finalmente parla a quella parte del sistema produttivo italiano impegnato a riposizionarsi sul mercato puntando sulle competenze delle persone che lavorano. E che comincia a delineare gli elementi di un sistema nazionale per il diritto all’apprendimento permanente in coerenza con la proposta di legge di iniziativa popolare presentata dalla Cgil in Parlamento lo scorso 18 gennaio, grazie alla sottoscrizione di 130.000 cittadini.
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