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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
Adriano Olivetti: l'imprenditore umanista
di
Simona Di Paolo
,
Ricercatrice Seconda Università di Napoli
Figura tra le più singolari e complesse del dopoguerra. Intellettuale, saggista, politico, editore, urbanista, imprenditore di successo, ma soprattutto ingegnere chimico poliedrico e visionario.
Se assai controverso è il giudizio sul suo lavoro politico, al contrario non c’è discussione sulle qualità e sul ruolo eccezionale di capitano d’industria che cambiò le regole della produzione disegnando una fabbrica a “misura d’uomo”, dove la maestranza poteva sentirsi parte di un progetto comune e sentirsi protetta da misure assistenziali, impensabili per quell’epoca, trovando così nel posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza, anticipando cosi la diffusione del concetto di responsabilità sociale dell’impresa.
L’azienda era quella fondata nel 1908 dal padre Camillo nel Canavese, un vecchio distretto agricolo completamente estraneo al mondo industriale, nel quale solo l’industria tessile rompeva l’omogeneità della struttura rurale. Olivetti la guidò con abilità e intelligenza dal 1932 al 1960, quando il 27 febbraio morì durante un viaggio in treno per Losanna.
LA DIMENSIONE TERRITORIALE DELL’IMPRESA COME FATTORE DI PARTECIPAZIONE RESPONSABILE E RETI DI ASSISTENZA
La sua singolarità sta nell’aver responsabilmente tentato di adoperare la sua fabbrica come uno strumento di elevazione umana, sotto il profilo materiale, culturale e sociale del luogo in cui fu chiamata ad operare garantendo un avvenire per gli abitanti e una vita più degna di essere vissuta. La responsabilità dell’impresa nei confronti della comunità si evidenzia soprattutto nella concezione territoriale. Il radicamento in una data collettività è un fattore di sicurezza per la popolazione, che riesce a beneficiare di un livello di stabilità occupazionale, concedendo una prospettiva economica con meno incognite, rispetto a quella offerta da aziende che oggi seguono esclusivamente il rapporto costi-benefici e che non esitano a spezzare i legami con la località dove hanno operato per un certo tempo per trasferirsi in altre più convenienti per il costo della manodopera e delle materie prime, minori vincoli normativi e deboli controlli, consentendo così all’impresa di ignorare i normali comportamenti etici. La presenza protratta nel tempo in un determinato luogo consente di realizzare progetti.
Ma nella concezione olivettiana della contiguità e della correlazione territoriale, l’impresa si sente portatrice di una dose di responsabilità anche sotto il profilo della salvaguardia del paesaggio e dei modelli tradizionali di insediamento. Olivetti riteneva che per assunzioni si dovesse ricorrere ai soli residenti nelle pianure e delle valli circostanti e che questa gente andasse a lavorare in fabbrica senza però abbandonare la terra. Inoltre era convinto che fosse necessario promuovere nelle zone rurali la nascita di nuove attività produttive per attenuare le distanze con il livello di vita delle città. Queste misure avrebbero consentito di prevenire un massiccio e caotico spostamento di persone dalle campagne alle città, per le quali sarebbero mancate case, scuole, strutture sanitarie, trasporti
(1).
Non solo, ma il corretto uso dell’ambiente da parte di un’impresa che si consideri in qualche modo responsabile nei confronti della collettività implica che essa sia a sua volta ricompresa all’interno di un quadro più generale che è quello della pianificazione urbanistica. Quando il sistema produttivo si sviluppa in assenza di qualsiasi strategia di piano gli effetti sono devastanti per il territorio, come in parte quello italiano, che risulta compromesso in maniera quasi irreversibile: distruzione su vasta scala del paesaggio; conurbazioni che hanno cosparso per migliaia di chilometri attorno alle città e tra di esse il peggio delle loro periferie; predominio eccessivo della gomma sulla rotaia; inquinamento atmosferico e acustico; catastrofi idrogeologiche; traffico forsennato e dissennato pendolarismo
(2).
Non sfugge all’influenza riformatrice dell’ingegnere neanche il tema delle relazioni sindacali, improntate ad un nuovo schema di rapporti rivoluzionario per quegli anni segnati dal clima di guerra fredda tra i blocchi internazionali. Così, mentre nella maggior parte delle industrie italiane un padronato gretto e conservatore cercava di delegittimare il sindacato, di comprimerne il ruolo entro confini piuttosto limitati, alla Olivetti c’era una situazione decisamente contrapposta, caratterizzata da una presenza sindacale radicata e molto attiva grazie ad un regime di garanzie per i diritti dei lavoratori che era il più avanzato in Italia
(3).
Questa modalità abbastanza inusuale, ispirata al principio pedagogico di rendere i lavoratori coscientemente partecipi all’indirizzo generale dell’azienda, si concretizzò in un paio di iniziative certamente all’avanguardia per l’Italia di quegli anni: l’insediamento del Consiglio di gestione nel 1948 e la creazione di un sindacato aziendale, Comunità di fabbrica, nel 1955.
Notevoli erano i servizi sociali offerti ai dipendenti, ricordiamo innanzitutto i salari, che nell’azienda Olivetti erano in media più alti dell’80% rispetto a quelli percepiti nelle altre aziende del territorio e che ponevano i dipendenti della Olivetti in una condizione privilegiata, accrescendone l’aspetto motivazionale e il consenso verso l’ingegnere
(4).
La ricerca di un livello salariale più alto è l’obiettivo fondamentale per chi concepisce la vera libertà come la condizione in cui ognuno potesse spendere qualcosa di più del minimo di sussistenza vitale, cioè potesse soddisfare i propri bisogni e non solo quelli primari
(5).
E poi tutta una serie di attività dei Servizi Sociali a sostegno della vita sociale dell’azienda. Gli asili nido e le colonie marine, montane e diurne, scuole materne, progettati con eccellenza funzionale ed estetica, che erano diretti da persone con alta professionalità e si avvalevano della consulenza dei migliori pedagogisti. Infatti, il primo asilo nido di fabbrica (1934), non era un «baby parking», ma un’ istituzione ispirata ai metodi più avanzati di «educazione attiva», ospitato in sedi progettate con particolare cura e affidato a persone scelte e formate attentamente
(6).
Anche le scuole materne erano orientate ai movimenti educativi più nuovi, ispirate anche esse al metodo ludico CEMEA
(7),
con annesso servizio pediatrico e il riconoscimento di ampie garanzie per le gestanti, come la conservazione del posto e la retribuzione quasi integrale per il periodo di maternità, mediante uno specifico Regolamento di Assistenza per le Lavoratrici (1940).
Nel 1936 nasceva il Servizio Sanitario di Fabbrica, corredato di più competenze specialistiche, che si articolavano in infermerie di stabilimento e disponevano di convalescenziari. Mense di qualità negli stabilimenti. Una rete di trasporto che copriva tutto il territorio, inteso sia ad alleggerire i costi del pendolarismo sia ad evitare l’inurbamento. I quartieri di abitazioni per i dipendenti, progettati da architetti di valore, si presentavano con abitazioni bifamiliari o strutture leggere, di pochi piani, tra il verde, attorno a centri sociali e commerciali. La concessione di prestiti e fideiussioni bancarie per la ristrutturazione della casa dei dipendenti con servizi di consulenza tecnica e architettonica gratuita.
Grazie a questa serie di iniziative i nuovi assunti continuarono a risiedere nei comuni di provenienza, evitando al territorio e alla città di Ivrea il rischio di un’urbanizzazione selvaggia e garantendo invece una maggiore qualità della vita. Attività che a buon motivo hanno fatto ritenere quella di Olivetti un’esperienza unica nel capitalismo nazionale e internazionale, perché basata su una concezione del lavoro che aveva a cuore gli aspetti etico-sociali più che il profitto fine a se stesso, e che costituisce un’anticipazione di quella che è oggi il tema della responsabilità sociale d’impresa e dell’etica nell’economia e nel mercato del lavoro
(8).
In altri termini, assicurare protezione sociale alle famiglie dei dipendenti garantiva alla fabbrica maggiore impegno, intelligenza e assiduità nel lavoro.
Una concreta politica di assistenza sociale che, attraverso un fondo di solidarietà interna finanziato anche dai dipendenti, assicurava aiuti in caso di malattia o infortuni integrando il sistema di assistenza e previdenza nazionale. Da questo quadro emerge ancora più chiaramente la funzione sociale della fabbrica, come naturale conseguenza del suo paradigma comunitario, che puntava sulla partecipazione e il coinvolgimento del lavoratore nel suo processo di crescita e guardava allo sviluppo economico come una liberazione dall’ignoranza e dalle sue implicazioni.
Ma l’elemento che più di ogni altro contraddistingue i Servizi Sociali della Olivetti è il fatto di caratterizzarsi come prestazioni improntate ai criteri di qualità e di efficienza. Più che semplici adempimenti amministrativi, erogati in maniera meccanica e standardizzata, queste prestazioni erano concepite come modelli di ricerca e sperimentazione della qualità, dove anche la componente estetica era funzionale al perseguimento dell’efficienza, evidenziando una particolare forma di attenzione per la persona. Sotto questo aspetto, esse riflettevano la concezione personalistica che l’ingegnere aveva della dignità umana e dell’integrazione tra vita di lavoro e vita associata.
L’IMPRESA TRA IMPEGNO PEDAGOGICO E RAPPORTO CON LA CULTURA
Posto che non c’è sviluppo democratico di una società senza una contestuale crescita culturale ed educativa, la concezione comunitaria olivettiana considerava il cambiamento culturale un processo da guidare a partire dalla partecipazione consapevole della stessa comunità. Democratizzazione della società, valore etico e uso sociale del lavoro, importanza della crescita culturale autonoma e dei processi educativi, valore della libera espressione artistica sono temi centrali del suo progetto di “Comunità concreta” che nel suo processo di sviluppo coinvolgeva economia e istituzioni, fabbrica e territorio, cultura e arte, persona e comunità
(9).
Sotto questo aspetto la fabbrica si rivela un fattore di educazione morale e intellettuale per tutti gli altri soggetti sociali. Olivetti credeva che la funzione della cultura di fronte al sistema capitalistico non si esaurisse nella protesta, e dovesse invece puntare alla riforma, al rigoroso impiego dei valori scientifici, alla razionalizzazione della giustizia
(10).
Era pertanto indispensabile la presenza e l’integrazione degli intellettuali nell’industria perché si ottenessero risultati rilevanti. Per questo Olivetti decise di avvalersi della collaborazione di una lunga fila di intellettuali e tecnici, di estrazione culturale e formazione disciplinare diversa e accrescendo la loro formazione all’interno della fabbrica
(11)
in quanto, secondo Olivetti il successo di un’impresa risiede nella qualità degli uomini che vi lavorano e che gli uomini migliori non si reclutano solo all’esterno, ma si costruiscono all’interno, e forte di tale intuizione seppe portare l’azienda paterna sulle frontiere più avanzate della tecnologia e seppe inserirsi nella dura competitività internazionale.
Si trattava prevalentemente di giovani studiosi e ricercatori, con esperienze professionali alquanto scarne, ma nei quali l’ingegnere ha saputo intuire le capacità di crescita e le potenzialità di formazione per contribuire allo sviluppo di un settore dell’azienda o per cooperare ai suoi progetti. Nei giovani laureati, che venivano assunti alla Olivetti, si cercava un ampio riferimento culturale di giudizio, un interesse a comprendere gli altri e a collaborare e, per il prevedibile, la capacità di proporsi e di proporre dei fini, la dedizione nel perseguirli, la responsabilità verso i colleghi e i collaboratori e la fiducia nei loro confronti, condizione per ottenere reciprocamente fiducia.
Per il mercato in cui operava e per i prodotti che offriva, la Olivetti poteva essere definita un’impresa che progettava e vendeva intelligenze, nella quale l’investimento principale, era rappresentato dalla qualità delle persone che vi lavoravano
(12).
Tra le misure interne all’azienda, si evidenzia l’apporto decisivo del Centro di Psicologia al miglioramento dei meccanismi del lavoro operaio. Il Centro si occupò di eliminare gli aspetti di maggiore asprezza nel processo produttivo, introducendo significative modifiche alle curve dei tempi di cottimo e al contenuto delle fasi di lavorazione, nonché favorendo esperimenti di lavoro in gruppo al fine di arricchire per quanto possibile il lavoro operaio. In questo senso, l’attività degli psicologi contribuì a risolvere i quotidiani conflitti tra direzione e dipendenti in uno spirito di fattiva collaborazione con i vari uffici e reparti che controllavano la produttività.
Più problematica invece l’attività del gruppo di sociologi dell’Ufficio studi sociali a causa di una certa diffidenza da parte della maggioranza dei dirigenti, restii a mettere a loro disposizione i documenti e gli archivi della società. I sociologi per lungo tempo furono costretti ad occuparsi in prevalenza di questioni esterne all’azienda e utilizzati come docenti. È solo a partire dagli anni Sessanta che, su richiesta della direzione del personale, cominciarono ad interessarsi di questioni organizzative. Olivetti propone una nuova concezione dell’intellettuale coinvolto nel processo di trasformazione sociale che è chiamato ad analizzare e a interpretare scientificamente per poterlo effettivamente orientare in direzione dello sviluppo.
Ma è soprattutto sul piano della formazione interna del personale che si dispiega l’impegno pedagogico dell’ingegnere con una strategia che, per meticolosità di impostazione, quadro di applicazione e impiego di risorse, non ha paragoni con nessuna altra esperienza.
Tra le attività formative dell’azienda ricordiamo il Centro Formazione Meccanici, destinato a ragazzi da 14 a 17 anni che aspiravano ad entrare in azienda, si insegnavano non solo le tecniche della lavorazione e della meccanica ma insieme si forniva una formazione umanistica, nozioni di economia e materie di interesse sociale, di cultura politica e sindacale (educazione civica, storia del movimento operaio) e anche di cultura artistica, nella convinzione che per vivere bene in una collettività lavorativa occorre avere strumenti per comprenderne i problemi e le contraddizioni e per vedere le ragioni del suo divenire. Presso la stessa scuola, un Corso di Perfezionamento, al quale si accedeva per concorso, accoglieva ogni anno una trentina di allievi, che seguivano lezioni a tempo pieno e con piena retribuzione, e si occupava della formazione dei quadri e dei dirigenti. Si trattava di un Istituto nel quale seguivano un anno di corso i migliori periti già al lavoro in azienda, che orientava persone in assunzione, preparava quelle in sviluppo di carriera, programmava - con docenti interni ed esterni - corsi su temi di management e di innovazione tecnologica. I docenti - fra i quali alcuni statunitensi - erano depositari delle più avanzate conoscenze tecnologiche. Il corso forniva anche la preparazione di base per contribuire allo sviluppo dell’elettronica in azienda. Dal corso uscivano operai di alta qualifica che diventavano anche tecnici di progetto, tecnici di produzione, capireparto, quadri, dirigenti. Di grande importanza furono i Seminari, cui contribuirono esperti e testimoni esterni, di preparazione del management alle trasformazioni dell’organizzazioni del lavoro.
La formazione del personale commerciale era affidata al Centro Istruzione e Sviluppo Vendite (CISV), ospitato a Firenze in quattro ville secolari immerse nel verde. Vi si acquisiva la conoscenza sui prodotti, sui problemi e le tecniche di vendita, si rifletteva sulla situazione lavorativa nelle sedi di lavoro. Il venditore imparava che l’importante non era la conclusione della vendita in sé, ma la vendita di uno strumento come soluzione dei problemi del cliente, come un servizio che veniva offerto per migliorarne la produttività, pertanto, molta attenzione si prestava allo studio dei vari settori merceologici e settoriali
(13).
Un Centro analogo operava a Piacenza per il Servizio Tecnico Assistenza Clienti (STAC)
(14)
e all’estero con uno scambio di istruttori e programmi.
Alla Olivetti operava anche un Centro di riqualificazione che si occupava dei problemi di destinazione lavorativa e di conversione professionale legate alle varie tipologie di disabilità: l’invalidità fisica congenita o acquisita, l’infortunio sul lavoro, la malattia mentale. Questo Centro doveva contribuire alla diagnosi di capacità lavorativa delle persone in ingresso, aiutare le persone con programmi individualizzati di riqualificazione, e infine decidere se proporne l’inserimento in reparti di produzione e in uffici dell’azienda oppure trattenerle in definitivamente al proprio interno assegnando loro compiti congeniali con il tipo e il grado di disabilità. Il Centro operava alle dipendenze del Centro di psicologia. L’attenzione dei responsabili del Centro, il costante supporto sanitario e di assistenza sociale consentivano a questi soggetti di restare al lavoro anche fino all’età di pensionamento, grazie a quel sistema sociale di responsabilità e di attaccamento al lavoro collettivo che caratterizzò gli anni di affermazione dell’Olivetti
(15).
Infine l’Istituto Postuniversitario per lo Studio dell’Organizzazione Aziendale (Ipsoa) fondato a Torino nel 1952 insieme a Vittorio Valletta. L’impostazione didattica «olivettiana» di questo istituto negli anni 1953-57 si caratterizzava per la compresenza, nei suoi metodi di insegnamento, di una strategia di apprendimento fondata sulla socializzazione cooperativa tra i partecipanti - senza divisioni formalizzate tra docenti e discenti - e un’elevata professionalizzazione non tecnicistica. Il nucleo centrale di questa esemplare iniziativa era l’adozione del metodo harvardiano dei corsi di lunga durata, con largo spettro di interessi e competenze, unitamente all’uso del “metodo dei casi” rivolto alla creazione di una personalità, di un’attitudine mentale, adattabile e flessibile, disposta all’integrazione e alla partecipazione intersettoriale sui problemi tattici e strategici dell’azienda, con mentalità critica e innovativa. Ma questa impostazione appariva incongrua con la situazione e le attese delle aziende italiane e ben presto i finanziatori dell’Ipsoa (in primis Fiat e Unione industriali di Torino) ottennero l’abbandono della linea olivettiana e il passaggio a «corsi brevi, di apprendimento “scolastico” e rigidamente formalizzato»
(16).
L’uso sociale dell’intellettuale si è rivelato di straordinario impatto anche sotto un altro aspetto, quello dell’arricchimento culturale del territorio. Tra le iniziative più rilevanti un posto notevole spetta al Centro culturale, il suo compito era quello di mettere a disposizione - non solo dei dipendenti dell’azienda ma anche di quanti abitavano nel territorio circostante - una serie articolata di servizi e strumenti, nei luoghi e nei momenti in cui le prestazioni potevano diventare ottimali. Gli intenti erano di carattere formativo e divulgativo, e al tempo stesso di approfondimento di temi di solito trascurati o poco sviluppati dalle usuali fonti e sedi di conoscenza e d’informazione, mentre sono escluse l’istruzione e la formazione professionale demandate entrambe al Servizio Addestramento Tecnico dell’Azienda
(17).
Considerata nel suo complesso, per la qualità e la quantità delle iniziative, l’attività del centro era molto intensa rispetto agli interessi di una cittadina medio-piccola come quella di Ivrea
(18).
L’ingegnere realizzò una biblioteca di cultura generale, da questa Biblioteca centrale si generarono le Biblioteche di fabbrica di carattere “culturale”, “divulgativo-ricreativo”, e “tecnico”. Solo una parte del patrimonio librario era riservata ai dipendenti, per tutto il resto, prestito a domicilio e consultazione in sede erano accessibili a chiunque. Veniva sovente praticato il collegamento e lo scambio con le biblioteche nazionali. Erano molti gli studenti e ricercatori che provenivano da tutto il Piemonte e dalla Lombardia per consultare le opere specialistiche, particolarmente nei campi delle scienze sociali, della storia dell’arte, delle materie umanistiche, filosofiche, politiche, dei classici e dei periodici specializzati
(19).
Ma tra tutte spicca certamente l’attività editoriale, fondata nel 1946 ma già in qualche modo avviata negli anni precedenti
(20).
A questo straordinario impegno culturale di Olivetti si deve la pubblicazione soprattutto delle opere che maggiormente incarnavano le idee e i valori che egli cercava di realizzare attraverso la fabbrica. Sotto questo aspetto, “Edizioni di Comunità” costituisce uno strumento eccezionale di diffusione di un nuovo filone di pensiero legato alle scienze sociali, aprendo al pubblico italiano la conoscenza di studiosi che interpretavano la condizione operaia, che affrontavano il problema della cultura della città, del declino del capitalismo, della teoria generale del diritto e dello stato. Tutti temi che nel panorama della produzione libraria erano quasi assenti e che grazie agli interessi intellettuali di Olivetti, che proprio in quelle opere cercava una conferma o un confronto dialettico per il suo progetto etico-politico che stava realizzando, acquisirono cittadinanza nella cultura italiana.
Da questo punto di vista Olivetti ha contribuito all’accreditamento professionale di discipline nuove o rinnovate, in particolare della sociologia, offrendo una collana imponente di classici a studenti e ricercatori e “allevando” presso il centro di ricerche della sua azienda il primo nucleo di professori universitari nella nuova disciplina. Ma anche “Comunità” (marzo, 1946), una rivista che si distingueva nettamente nel panorama editoriale italiano non solo per veste grafica ma soprattutto per varietà e livello di contenuti, che affrontava da prospettive diverse il tema della trasformazione della società contemporanea sotto l’influenza del processo di industrializzazione. “Edizioni di comunità” e “Comunità” rappresentano dei modelli editoriali all’avanguardia, in cui ha trovato una felice composizione il rapporto tra cultura scientifica e cultura umanistica e in cui si è realizzato una convivenza pluralistica tra autori di matrice religiosa e altri di ispirazione laica. Un altro efficace strumento di diffusione della cultura furono i Centri sociali di cui Olivetti promosse la costituzione in molti comuni della zona. Erano praticamente gli unici luoghi di incontro e di discussione in piccole comunità paesane dalla lunga tradizione contadina. Si affrontavano tematiche differenti: questioni amministrative e problemi sindacali, questioni connesse alla Olivetti o ad altre aziende, questioni nazionali e internazionali, ma anche temi di letteratura, di arte, di cinema. Per discuterne si invitavano regolarmente esperti esterni e vi prendevano parte diverse centinaia di persone. Per molti giovani si rivelarono un’opportunità unica per acquisire consapevolezza dei problemi dell’amministrazione locale e intraprendere un’esperienza politica
(21).
Un altro settore dove la Olivetti eccelleva era il design. Che vi fosse uno “Stile Olivetti”, riguardante non solo le macchine ma qualsiasi prodotto che recasse quel marchio, era un fatto accettato anche dai critici più severi dell’ingegnere e comprovato da una lunga serie di riconoscimenti internazionali
(22)
e nazionali
(23)
che furono attribuiti all’azienda nel corso degli anni Cinquanta. Le riviste di tutto il mondo parlavano della nascita di questo nuovo Stile, soprattutto quelle negli Stati Uniti («Architectural Forum», «Fortune», «Horizon»), celebravano le grandi innovazioni che da Ivrea raggiungono l’intero pianeta
(24).
“Stile Olivetti” significava principalmente attenzione alle persone, alla valorizzazione del loro lavoro e delle loro potenzialità, seguita da un’attenzione maniacale alla qualità e all’innovazione in tutti i cicli e settori dell’impresa
(25),
questo era ciò che distingueva maggiormente l’Olivetti dalle altre aziende.
Olivetti aveva intuito che il design non è una funzione aziendale da tenere dentro l'industria, ma il design nasce, si sviluppa e cresce proprio nella vita normale di tutti i giorni ed è suo compito relazionare l'azienda con la vita, combinare le difficoltà produttive, di marketing, di ricerca, con quello che succede nel mondo e con quello che normalmente il mondo aspetta che dall'industria venga fuori. Il design alla fine è la filosofia dell'azienda: è il luogo del dibattito attorno alle ragioni del fare industriale, del continuare a progettare, a produrre, a vendere
(26).
La grande forza di Olivetti è stata quella di aver saputo non solo trattare, in anticipo di 50 anni, questi temi, ma anche infonderli nella linfa della vita aziendale, facendo sì che l'idea fosse portata avanti anche senza di lui. L’ing. Adriano sin dall’inizio si occupò di sviluppo aziendale e pubblicità
(27)
e a questo progetto chiamò a collaborare vari specialisti dell’architettura, della grafica, dell’arredamento
(28).
Per Olivetti «la merce bella si vende meglio» perciò era necessario di curarne la forma con la stessa dedizione riservata ad affinarne il meccanismo. Frutto di queste novità furono macchine
(29)
che, oltre ad avere pregi tecnici, avevano un aspetto eccellente tale da poter essere abbinate agli altri mobili della casa, e di cui ben presto il pubblico si accorse.
Olivetti non pensava soltanto ad abbellire le macchine e all’architettura degli stabilimenti, ma anche all’arredamento degli uffici, alla pubblicità, ad ogni altra manifestazione che portando il segno dell’azienda doveva caratterizzarsi per una particolare fisionomia. Fu così che le macchine, i negozi, i cartelloni pubblicitari, avevano uno stile immediatamente riconoscibile. Olivetti voleva che le natura accompagnasse la vita della fabbrica e per questo in tutte le costruzioni ci furono, come quella di Pozzuoli, finestre basse, cortili aperti, alberi, creando così una fabbrica a misura d’uomo, di modo che l’operaio trovasse nel posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza
(30).
In conclusione, la nostra realtà è profondamente cambiata dove si sono accentuati i fenomeni come disuguaglianze e povertà, tra i Paesi come all’interno degli stessi Paesi, quindi quell’esperienza è quanto mai vitale ed estremamente attuale, sembrerebbe avere bisogno più che mai della visione di Olivetti ispirata da una profonda nozione di uguaglianza delle persone, ma per essere tradotta in pratica richiederebbe strumenti differenti. La Olivetti dell’ing. Adriano rappresentava allora quello che oggi si chiede alle imprese di essere: fabbriche lucenti, buone condizioni di lavoro, alti salari, innumerevoli attività culturali e socio assistenziali, iniziative a favore dello sviluppo locale nella prospettiva di una crescita globale, ma umana e solidale.
(1) Si creerebbe uno squilibrio sociale ed economico durevole, di cui anche noi saremo vittime, ma di cui saremmo i responsabili… se riusciremo ad espandere ancora le produzioni faremo altri stabilimenti al Sud… bisogna portare i capitali dove c’è la forza lavoro, non viceversa». SEMPLICI S., Un’azienda e un’utopia. Adriano Olivetti 1945-1960, il Mulino, Bologna 2001, p. 78
(2) GALLINO L. (a cura di Paolo Ceri), L’impresa responsabile: un’intervista su Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità, Torino 2001, p. 130
(3) “Sul terreno della democrazia di fabbrica, poi, nonostante le incomprensioni e gli oggettivi equivoci cui poté dar luogo il sindacato “padronale” risulta ormai agli atti che il regime di tolleranza, o meglio di garanzie, di rispetto contrattuale ed umano per i diritti dei lavoratori da lui instaurato a Ivrea, era il più avanzato in Italia”. PAMPALONI G., Adriano Olivetti: un’idea di democrazia, Edizioni di Comunità, Milano 1980, pp. 62-63
(4) GALLINO L. (a cura di Paolo Ceri), L’impresa…, op. cit., p. 56
(5) “Sia ben chiaro che è lungi da noi il pensiero che queste mete importanti non sostituiscono né il pane, né il vino, né il combustibile e non ci sottraggono quindi al dovere di lottare strenuamente alla ricerca di un livello salariale più alto, quello che darà finalmente la vera libertà che è data ad ognuno soltanto quando può spendere qualcosa più del minimo di sussistenza vitale”, dal messaggio di Adriano Olivetti ai dipendenti del 24 dicembre 1955, in “Notizie Olivetti” n. 33, gennaio 1956
(6) NOVARA F., Perché si lavorava volentieri, in “ i Quaderni Le scienze dell’uomo” Gli Olivetti e il Socialismo, anno 6, n. 3. Milano giugno 2006, p. 68
(7) Centre d’ Entreînement aux Méthodes de l’Education Active, nato in Francia e poi sviluppatosi anche in Italia. NOVARA F., ROZZI R., GARRUCCIO R. (a cura di), Uomini e lavoro alla Olivetti, Bruno Mondadori, Milano 2005, p. 597
(8) Cfr. SCHETTINI B., Adriano Olivetti: fra impresa e cultura, in “Studium”, n. 5 (2008), p. 3
(9) Ivi, p.10
(10) PAMPALONI G., Olivetti Adriano, Un’idea di democrazia, Edizioni di Comunità, Milano 1980, p. 67
(11) NOVARA F., Perché si lavorava…, op. cit., p. 64
(12) PIOL E., La Olivetti di Adriano, in “i Quaderni Le scienze dell’uomo” Gli Olivetti e il Socialismo, anno 6, n. 3 (2006), p. 152
(13) FABJ G., Lo stile Olivetti nel mondo, in “i Quaderni Le scienze dell’uomo” Gli Olivetti e il Socialismo, anno 6, n. 3, Milano giugno 2006, p. 116
(14) SEMPLICI S., Un’azienda…, op. cit., p. 85
(15) Ivi, pp. 85-86
(16) SAPELLI G., Gli organizzatori della produzione tra struttura d’impresa e modelli culturali, in “Storia d'Italia”, Annali “Intellettuali e potere”, Einaudi, Torino 1981, p. 6
(17) NOVARA R., ROZZI R., GARRUCCIO R. (a cura di), Uomini…, op. cit., p. 584
(18) “Quasi ogni settimana venivano tenute conferenze e concerti, dibattiti con politici, economisti, filosofi, letterati, mentre si susseguiva ogni genere di mostre, dal design industriale alla pittura italiana contemporanea. Vi erano mattinate cinematografiche e pomeriggi teatrali, letture di poesie e conferenze di storici, economisti e filosofi. In parte questo flusso ininterrotto di manifestazioni era alimentato dagli intellettuali che lavoravano nell’azienda o per suo conto, ma in notevole misura era formato da studiosi o artisti che giungevano su invito del Centro culturale da altre città d’Italia, talvolta dall’estero”. Gallino L. (a cura di Paolo Ceri), L’impresa…, op. cit., p. 102
(19) NOVARA R., ROZZI R., GARRUCCIO R. (a cura di), Uomini…, op. cit., pp. 584-585
(20) L’iniziativa di Olivetti si colloca all’interno di una più generale vocazione editoriale della famiglia che ha origine nel 1919 con la rivista “Azione Riformista”, seguita da “Tempi Nuovi” del 1922 e soppressa dal fascismo nel 1925, fondate dal padre Camillo allo scopo di avere uno strumento con il quale divulgare proprie idee. Nel 1937 vede la luce “Tecnica e Organizzazione” voluta da Adriano per diffondere la cultura dell’impresa e del management tayloriani, che continuerà ad uscire fino al 1958. SANTAMAITA M., Educazione Comunità Sviluppo. L’impegno educativo di Adriano Olivetti, Fondazione Adriano Olivetti, Roma 1987, p. 77
(21) GALLINO L. (a cura di Paolo Ceri), L’impresa…, op. cit., p. 115
(22) Nel 1952 l’Olivetti fu invitata dal Museo d’arte moderna di New York ad esporre i propri risultati nel campo della pubblicità, del disegno industriale e dell’architettura; fu il primo caso di industria a cui il museo riservasse quell’onore. Il successo di New York, si rinnovò nel mondo: a Berlino alla Mostra industriale d’arte grafica, a Parigi il Louvre ospitò una scelta dell’opera di Giovanni Pintori; a Londra nella Mostra tenuta presso l’Istituto d’arte contemporanea. Nel 1957 la National Management Association di New York assegnò ad Adriano il premio per “l’azione d’avanguardia nel campo della direzione aziendale internazionale”. Zurigo nel ’61 allestì nel suo Kunstgewerbmuseum una vasta rassegna intitolata «Stile Olivetti» che rievocava la storia di Ivrea, dalla piccola fabbrica al successo mondiale senza tralasciare la sua intensa attività sociale, formativa e culturale. CAIZZI B., Camillo e Adriano Olivetti, UTET, Torino 1962, p. 224
(23) Nel 1955 vinse il premio il «Compasso d’oro». Al «Gran Premio d’Architettura», nel 1956, furono premiati i pregi architettonici, l’originalità del disegno industriale, le finalità sociali e umane presenti in ogni realizzazione Olivetti. Ibidem
(24) RAO G., Design, grafica, comunicazione d’impresa, architettura: lo «Stile Olivetti», in “i Quaderni Le scienze dell’uomo” Gli Olivetti e il Socialismo, anno 6, n. 3, Milano giugno 2006, p. 28
(25) RAO G., Modernità e attualità di Adriano Olivetti, in “ i Quaderni Le scienze dell’uomo ”, Gli Olivetti e il Socialismo, anno 6, n. 3, Milano giugno 2006, p.32.
(26) http://quotidianiespresso.repubblica.it/sentinella/nonquotidiano/speciale/olivetti/iom01.htm
(27) L’Ufficio Sviluppo e Pubblicità della società fu istituito da Adriano, insieme al direttore Renato Zaveteremich, nel 1931. CAIZZI B., Camillo…, op. cit., p. 204
(28) Dalla tedesca Bauhaus, scuola d’arte d’architettura, proveniva il pittore Schawinsky, mentre a capo dell’ufficio tecnico di pubblicità vi era Leonardo Sinisgalli. Marcello Nizzoli, il cui contributo inventivo all’Olivetti gli assicurò la fama mondiale di maestro del moderno disegno industriale. Nizzoli occupò un posto di altissima responsabilità nell’impresa, non si limitò a progettare involucri per macchine da scrivere e calcolatrici, ma si prestò anche come architetto e grafico pubblicitario, lavorando accanto a Pintori che fu uno degli interpreti delle idee di Adriano in materia di pubblicità. Ivi, pp. 211-215
(29) La semistandard «Studio 42», alla sua creazione parteciparono l’ing. Magnelli, dotato di grande istinto artistico, ing. Luzzati, che ne costruì il meccanismo, gli architetti Figini e Pollini, il pittore Schawinsky e vari tecnici della fabbrica. Ivi, p. 207
(30) Ivi, p. 223
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