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Educare alla cultura della legalità
di
Bruno Schettini
, Professore Facoltà di Psicologia SUN
Pasquale Iorio,
Il Sud che resiste
, Ediesse, Roma 2009 (ISBN 978-88-230-1344-5)
Le molte e significative esperienze realizzate in Campania nella lotta contro la criminalità organizzata, alcune delle quali collegate anche fra di loro a livello nazionale, frutto della sinergia fra le forze sociali, la piccola imprenditoria e le istituzioni, trovano visibilità e sistemazione nel volume scritto da Pasquale Iorio che le ha poste tutte insieme all’attenzione del lettore interessato a capire il fenomeno definibile di “resistenza endogena” alla mala società.
La Campania, alla ribalta delle cronache giudiziarie per lo stigma delinquenziale, ha espressso, nel corso degli anni, valide iniziative contro l’usura, il rackett della prostituzione bianca e nera, il pizzo, il caporalato, il mercato della droga, la movimentazione illegale della terra, la devastazione del territorio per abusivismo edilizio, ecc., tuttavia, il recupero di spazi di normalità richiede un costante allertamento civile mentre la memoria dei martiri comporta lo schierarsi con scelte nette (p.19), perché nella società italiana convivono plurime società coma la camorra, la mafia, la ’ndrangheta, la sacra corona unita, ma anche quella della massoneria segreta, dei colletti bianchi, delle corporazioni, ecc.
La cronaca nera, purtroppo, mentre insegue le apicalità del fenomeno delinquenziale nelle sue varie forme cruente, non sempre si mostra attenta e solerte nell’indicare con continuità quelle pratiche che si oppongono validamente alla società illegale e che appaiono in tal modo isolate, decontestualizzate e legate esclusivamente ad eventi sporadici o a commemorazioni di personalità autorevoli nel campo della lotta e del contrasto alla criminalità come fossero slegate da una rete più ampia di solidarietà, di opposizione e di costruzione della speranza.
Il volume di Iorio, invece, sollecita ad aprire una riflessione articolata e approfondita sulle modalità attraverso le quali la società civile campana è impegnata, quotidianamente, ad opporre resistenza al degrado politico e socioculturale, all’acquiescenza di molte delle istituzioni come anche all’assenza di un piano imprenditoriale forte capace di sostenere con slancio una reale alternativa civile ed economica. In un qualche modo il contributo di Iorio va nella direzione di indicare esperienze esemplari, pedagogicamente significative per la riscrittura di una storia che ha a che vedere anche con quell’educazione degli adulti che molto ha contribuito, negli anni del primo e secondo dopoguerra, alla rigenerazione di un tessuto sociale ormai disgregato dalla guerra, dal mercato nero, dalla violenza patita.
Non è un caso se, dopo alcuni libri denuncia, “Il Sud che resiste” tenti un’operazione forte, quella di mostrare il volto di una società – quella campana – che fa del riscatto un impegno di cittadinanza, di democrazia e di legalità allo scopo di mostrare che la lotta alla criminalità non passa solo attraverso la memoria di figure autorevoli, anche, ma soprattutto attraverso la costruzione di una rete stabile di rapporti trasparenti alla quale quelle figure danno motivazione e orgoglio di appartenenza ideale e valoriale.
Il contrasto, così, alla società violenta passa attraverso il coraggio di piccoli uomini e donne il cui scatto di dignità costituisce la risposta alla provocazione di quanti malversano il Sud dopo averlo storicamente depredato e violato, alle continue sfide che la camorra lancia giornaliermente, all’ignoranza di quanti pensano che la camorra e la mafia o la sacra corona unita siano un fenomeno che riguardi solamente le terre devastate del Sud e non anche il Nord d’Italia e così pure l’Europa e il mondo intero, perché la cultura della violenza è “glocale”.
Se da “Gomorra” in poi l’Italia e il mondo occidentale hanno dovuto prendere atto con traumaticità – se ancora ce ne fosse stato bisogno - di ciò che la società illegale organizzata rappresenti per i suoi intrecci e interessi politici ed affaristici a livello locale e globale, da “Il Sud che resiste” occorre prendere atto che la schiera dei resistenti non può restare isolata perché l’isolamento è il segnale di via libera alle organizzazioni criminali e la fine delle esperienze di contrasto ad esse, come sanno i familiari di quanti sono stati lasciati soli dalle istituzioni.
Da questo punto di vista il libro di Iorio è più che una rappresentazione di “buone pratiche”, è per certi versi la dichiarazione di come deve essere condotta una guerra già quotidianamente guerreggiata nel silenzio e nell’olocausto di quanti cadono fra l’ignavia dei molti e l’egoismo dei più, ma è anche la rappresentazione di persone che non rinunciano, fra le mille difficoltà, a costruire una società civile degna di questo nome. Magistrati, preti, suore, sindacalisti, imprenditori, docenti universitari e non, educatori, giornalisti impegnati in prima linea hanno bisogno, per le loro battaglie quotidiane, di ricevere solidarietà esplicita da parte della collettività, ed hanno anche e soprattutto bisogno della presenza costante di istituzioni che sappiano vigilare e offrire la certezza della lotta costante all’illegalità e di uomini politici che non cedano al compromesso rendendosi complici di malcelati interessi.
E’ fuori discussione, però, che la resistenza che ricostruisce non possa avere luogo senza che gli intellettuali diano indicazioni di alto senso civico e valoriale, che gli insegnanti siano impegnati nella difficile scommessa dell’educazione e dell’istruzione, che i sindacalisti lottino contro lo sfruttamento in ogni luogo e circostanza, che i politici, gli amministratori e i decisori pubblici attuino le leggi e promuovano progetti per la “ripresa” dello sviluppo, che i magistrati, gli avvocati e le forze dell’ordine siano impegnati in una battaglia senza frontiere contro l’illegalità e il sopruso, che i giornalisti svolgano il lavoro di inchiesta, che gli imprenditori siano impegnati in un’economia produttiva coerente con le risorse del territorio e la dignità dell’uomo, che gli operatori (preti, suore, laici) organizzino la resistenza attiva sostenendo le scelte di libertà da ogni forma di oppressione e di “regime culturale”, regime che, di quella oppressione, troppo spesso ne è direttamente o indirettamente la vestale perché, come sostiene il vescovo Nogaro, “laddove c’è un radicamento della criminalità organizzata, lì perdono forza e consistenza il futuro, la possibilità di crescita e di riscatto. Dove il territorio è violentato dagli interessi mafiosi inevitabilmente viene meno la qualità della vita collettiva e viene messo in crisi il tessuto economico e produttivo” (p.137).
Per tutti questi motivi, “Il Sud che resiste” può essere un progetto, un’idea guida, ma accanto all’idea occorrono fatti e uomini che vadano oltre l’interesse immediato e particolare e sappiano pensare al bene comune (p.13) come a un valore della società, a un impegno transgenerazionale, ad un ideale per il quale, nel corso della storia campana, dell’Italia e del mondo intero in molti hanno lottato e continuano a lottare per esso in quanto superiore ad ogni interesse individualistico, di casta e/o “di famiglia”.
“Occorre – scrive Iorio – uno scatto di tutta la società civile, delle forze politiche e sociali, del mondo del sapere e dell’associazionismo per una forte mobilitazione” (p.33) e, tuttavia, occorre snidare ed emarginare anche quanti dietro la facciata del perbenismo intellettuale, accademico, politico, amministrativo, sociale, ecclesiale coltivano, attivamente o passivamente, il proprio orticello contribuendo a incistare la società con il cancro di una cultura di tipo camorristico e mafioso che uccide le intelligenze, l’etica delle relazioni, il senso civico, la speranza e la possibilità di una società legale.
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