Educare per la cittadinanza

di Bruno Schettini, Professore Facoltà di Psicologia SUN
dal periodico "Percorsi 80"

Il Forum Mondiale sull’istruzione, che si è svolto a Parigi il 28 e 29 ottobre scorso, per la prima volta ha posto in evidenza il paradosso tra il bisogno aumentato di istruzione ed un investimento troppo debole in materia.
Studi, ricerche e documenti internazionali sottolineano la necessità di favorire una formazione che duri per tutta la vita e di colmare - nel più breve tempo possibile - le carenze e i ritardi che si registrano in non pochi Paesi dell’U.E. e specialmente in Italia, dove, secondo i rilievi delle ultime ricerche i livelli di analfabetismo sono ancora troppo alti. In Campania, le stime della popolazione adulta senza titolo di studio intorno all’8% oltre la soglia di allarme quindi.

Nel progetto di ricerca effettuato a suo tempo nella Regione Campania: “Prevenzione e diagnosi dell’illitteratismo”, si rilevava come fosse ancora molto alta la percentuale di chi possiede il solo titolo di licenza media, mentre sono ancora al di sotto dei benchmark individuati dalla strategia di Lisbona le persone che possiedono un titolo di studio superiore; persistente la fascia di popolazione che possiede la sola licenza elementare.

La ricerca “Sperimentazione di modelli di approccio alle esigenze formative degli adulti del territorio regionale campano, con particolare riferimento ai pubblici cosiddetti resistenti e a specifiche aree di intervento”, ha posto in evidenza le resistenze di quanti - decisori e operatori pubblici e del privato sociale - si occupano dell’istruzione e dell’educazione degli adulti in Campania, ritenendo essi che altre siano le priorità e i problemi delle comunità da essi amministrate. A fronte delle finalità proprie, la ricerca ha aperto così un nuovo e delicato fronte problematico inerente le figure dei decisori politici e degli operatori dell’EdA.

L’ipotesi di lavoro era quella di esperire un modello a rete, di tipo sistemico, di approccio alle esigenze formative degli adulti del territorio regionale campano, con particolare riferimento ai “pubblici resistenti” e a specifiche aree di intervento con “domanda sociale debole o silente”. La specificità della ricerca, inoltre, consiste nella volontà politica e scientifica di realizzare attività di implementazione della precedente ricerca SAPA (Strumenti per lo studio dell'Alfabetizzazione della Popolazione Adulta) nella Regione Campania.

Nell’ambito dell’EdA, si tratta di offrire percorsi che pur partendo da livelli - per così dire - sapienziali, accrescano le competenze, consentendo alla gente di discutere, operare, incidere concretamente nella realtà senza rimanere imbrigliata nella disinformazione frutto del chiacchiericcio da talk show che si fa luogo comune più che opinione pubblica in grado di esprimere ciò che un paese pensa di sé, del proprio futuro e di come questo debba essere costruito, ma anche di come consapevolizzare gli amministratori e gli operatori circa la “democrazia cognitiva”. Quest’ultima, come sostiene Edgar Morin costituisce il tassello prioritario - oggi, anello mancante - della catena della democrazia. Proprio in relazione all’opinione pubblica questa è di certo un tassello indispensabile del complessivo sistema di checks and balances necessario in un sistema societario che vuole definirsi ed essere realmente democratico. Anche da questo punto di vista, una possibile azione di rete esige il coinvolgimento di quanti sono chiamati ad operare all’interno dell’EdA (decisori politici e amministratori, forse sociali e imprenditoriali, ricercatori docenti della scuola di ogni ordine e grado, operatori educativi e sociali, ecc…). Tali esigenze hanno spinto a trasformare un’indagine ricognitiva per fini “diagnostici” in una ricerca tesa a realizzare un intervento che impegnasse metodologie di coinvolgimento dei soggetti attivi nei contesti locali, tratte proprio dal modello della ricerca-azione.

L’intervento, poi, ha portato a considerare che mancano luoghi dove elaborare un pensiero collettivo che i cittadini attivi di un paese dovrebbero elaborare per riflettere, discutere, confrontarsi con impegno civile; mancano cioè i luoghi della polis. Documenti internazionali, europei e nazionali nel sostenere un’educazione degli adulti ed un apprendimento per tutto il corso della vita per un impegno di democrazia e di partecipazione si appiattiscono, generalmente, su competenze e professionalità individuali finalizzate al solo mercato del lavoro e della competitività - questo è senz’altro dovuto al passaggio dall’educazione all’apprendimento - che poco hanno a che vedere con la filosofia della cooperazione, della solidarietà, dell’impegno etico e con la formazione di una coscienza critica a motivo della mancanza di luoghi e strumenti per formarsi in modo critico sulla base di un rinnovato sentimento locale e generale di community attachment e development all’interno del quale l’adulto trovi le ragioni del suo impegno per un cambiamento, radicato nella consapevolezza che ciò servirà a migliorare il proprio paese e il proprio futuro.

Nessuno, che abbia memoria storica, ignora che questo convincimento è stato un elemento cruciale nell’evoluzione delle moderne società. La stessa storia dell’educazione degli adulti - che purtroppo manca ai neofiti dell’adultismo o esperti dell’ultima ora - è la storia del movimento dello “sviluppo di comunità” connesso a quello che può essere definito community attachment soprattutto all’indomani di eventi epocali che, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, a motivo della “ricostruzione”, hanno sollecitato a grandi ripensamenti anche etici sotto l’impulso di forti idealità; idealità che hanno accomunato uomini di sinistra, del cattolicesimo e di idee liberali in imprese sociali, culturali ed imprenditoriali delle quali oggi si avverte la più assoluta mancanza, sicché è divenuto doveroso sostenere che “conservare e incrementare la competenza alfabetica rappresenta pertanto una condizione per la vita democratica e per un pieno esercizio del diritto di cittadinanza” all’interno di una società del citoyen - che attende all’interesse pubblico - in contrasto dialettico con quella del bourgeios che cura i propri interessi privati. La ricerca, dunque, ha ripreso la filosofia espressa nel volume pubblicato nel 1953 dalle N.U., intitolato Il progresso sociale e lo sviluppo comunitario, secondo la quale le iniziative economiche, per conseguire lo sviluppo atteso, devono essere strettamente coniugate con attività educative e culturali all’interno di strategie condotte in territori circoscritti e definiti.

Il Movimento del Community Development considerava il momento educativo e l’ancoraggio alle risorse locali come una sorta di prerequisito dello sviluppo; di qui l’insistenza su una pratica di sviluppo comunitario fondata essenzialmente sull’emancipazione lavorativa e sui processi educativi. Questa è, in effetti, la risposta a quanti considerano che l’educazione degli adulti e le attività di servizio sociale non siano il problema prioritario, mentre altri aspetti lo sarebbero, senza cogliere, invece, che educazione, servizi alla persona e alla collettività e il lavoro, in uno con il legame di appartenenza che genera vincoli di solidarietà, sono il cuore stesso del problema della cittadinanza e della democrazia, così come aveva ben compreso a suo tempo Adriano Olivetti con il Movimento di Comunità.

Non a caso, al già citato Forum Mondiale sull’istruzione di Parigi, Nicholas Burnett, direttore generale per l’istruzione all’Unesco, ha sostenuto che è importante considerare in modo prioritario il ruolo dell’istruzione generale ed il suo contributo per lo sviluppo economico e sostenibile di una società, dal momento che l’istruzione non è un lusso e che un paese non può essere competitivo senza di essa né un adulto può cambiare.

La scelta di realizzare siffatto progetto costituisce una specifica azione pilota di governance istituzionale in materia di EdA, che segnala la convinzione, maturata a più livelli, che essa costituisca un “luogo” potenziale di investimento formativo per la crescita di singoli individui e per lo sviluppo delle comunità a partire dalla place identity e dal sense of place. E’ stato, quindi, ripreso il concetto di place dipendence con un’accezione largamente diversa da quella elaborata a suo tempo da Stokols; per il gruppo di ricerca la place dipendence è caratterizzata dalla percezione delle caratteristiche ambientali (fisiche, sociali, culturali) in grado di supportare la pianificazione e la realizzazione di azioni-scopo, ma anche dalla possibilità di effettuare una valutazione comparativa di esse, come di fatto è accaduto grazie ai focus group realizzati interagendo con i diversi attori ed agenzie dei territori bersaglio della ricerca e promuovendo contributi da parte degli stessi soggetti locali, perché “se si deve interpretare l’educazione in una logica di sistema bisogna incominciare col chiedersi in quale direzione agiscano le interazioni sociali che coinvolgono i destinatari dell’offerta di istruzione o di formazione” e “se si accetta una nozione ampia di sistema, è possibile formulare ipotesi interpretative che diano ragione dei fenomeni regressivi che hanno investito e continuano a investire il profilo della popolazione adulta” fino a “giungere ad affermare che il livello medio delle competenze alfabetiche va diminuendo perché soggetti meno alfabetizzati sono più disponibili ai richiami consumisti (non solo in senso merceologico: c’è un consumismo che investe anche i rapporti sociali e il confronto politico)”.

In questa logica, il Gruppo di ricerca, di comune accordo con gli interlocutori istituzionali costituenti il Comitato tecnico, ha definito i seguenti obiettivi specifici: a.- favorire, nei territori bersaglio, il rientro del pubblico resistente in percorsi di educazione e di istruzione; b.- coinvolgere, secondo una logica di sistema, agenzie pubbliche e private operanti all’interno dell’EdA; c.- promuovere il lavoro delle agenzie secondo una modalità di rete. In questo senso, la ricerca ha perseguito un obiettivo di politica dell’educazione tendenzialmente in linea con il modello del Community Development in presenza di una vera e propria rootedness nei diversi operatori locali intervistati e l’assenza di quello che in precedenza è stato definito come community attachment e development.


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