Formazione continua e crisi nel Rapporto Isfol

di Roberto Pettenello, Dipartimento Formazione Ricerca CGIL
Anche quest’anno il Ministero del Lavoro, supportato dall’ISFOL, presenta al Parlamento il Rapporto annuale sulla formazione continua in Italia, l’analisi più completa su che succede nella formazione dei lavoratori occupati nel nostro paese, reperibile integralmente nel sito www.eformazionecontinua.it. E anche quest’anno poche buone notizie per il nostro paese: L’Italia, rispetto agli ultimi dati europei comparabili, che risalgono al 2005, è terzultima per numero di imprese con più di 10 addetti che fanno formazione (32%, a fronte del 90% della Gran Bretagna, del 74% della Francia, del 69% della Germania, del 47% della Spagna, e di una media del 60% nell’U.E. a 27).

Va meglio quanto alla percentuale di lavoratori che vi partecipano (29%, contro una media U.E. del 33%), e alla durata oraria dei corsi (25,5 ore annue, a fronte di una media U.E. di 27 ore), ma permane una secca discrasia rispetto al rapporto tra dimensione d’impresa e formazione (ben il 96% delle imprese con più di 1000 dipendenti sviluppano attività formative, contro il 25,6% di quelle tra i 10 e i 19 dipendenti, e ancora più forte sarebbe la differenza se possedessimo i dati completi anche per le microimprese(1-9 dipendenti). Persistono grandi differenze rispetto ai settori, sono buone le percentuali di attività nelle assicurazioni, credito, distribuzione di energia, gas e acqua, chimica farmaceutica e petroli, scarse nel tessile, alberghi e ristoranti, commercio al dettaglio. Il Rapporto inoltre conferma, con ulteriori dati, la maggiore concentrazione di formazione nelle imprese a forte intensità di conoscenza e di tecnologia, che sono tra quelle a minor rischio di disoccupazione perfino in questi tempi di crisi.

Un piano straordinario
Da questi primi dati, in un paese che ha, nel 2007, il 32,6% di forze-lavoro con la sola licenza di scuola media inferiore, e il 7,3% con la sola licenza elementare o senza titolo di studio, non si dovrebbe pensare di poter affrontare la crisi e il dopo crisi senza porsi l’obiettivo decisivo di innalzare le competenze di base dell’insieme della popolazione, facendo della formazione(oltre che della ricerca) una leva fondamentale per innalzare la competitività delle imprese ma anche la crescita del sapere dei lavoratori, indispensabile, come ricordava sempre Bruno Trentin, per rafforzare l’autonomia individuale e collettiva dei lavoratori nel processo produttivo. Al posto di una colletta per sottrarre risorse alla formazione e darle alla Cassa integrazione(già 400 milioni di euro sono transitate, in base all’ex D.L.185, dalla formazione alla CIG e il Ministro Sacconi altre ne cerca dalle Regioni e dai Fondi interprofessionali), si dovrebbero trovare altre risorse aggiuntive per aumentare la copertura della cig e contemporaneamente attivare tutte le sinergie possibili(tra Regioni, province, comuni, parti sociali e Stato), per realizzare un grande piano di formazione, dove anche la scuola, l’università, i centri di formazione professionale e tutte le agenzie dell’educazione degli adulti potrebbero assumere un ruolo rilevante.
Sinergie tra le diverse risorse
Il Rapporto inoltre, per quanto riguarda l’Italia, esamina in dettaglio l’utilizzo delle risorse per la formazione continua, che, se prendiamo ad es. il 2007, sono costituite, per il settore privato, da circa 250 milioni di euro investiti dai Fondi interprofessionali, gestiti dalle parti sociali, 108 milioni di euro della Legge 236, assegnate alle Regioni per realizzare piani formativi, circa 15 milioni della Legge 53/2000, assegnate alle Regioni per realizzare attività di formazione individuale o progetti frutto di accordi che prevedano connessioni tra la formazione e quote di riduzione d’orario di lavoro, e il Fondo Sociale Europeo, con cui le Regioni hanno investito nel 2007 circa 365 milioni di euro per la formazione continua. Cifre che sembrano rilevanti ma che sono immutate da almeno un decennio e costituiscono, solo per fare un esempio, un quinto di quello che La Francia spende annualmente per la formazione continua.

Da questo emerge comunque l’importanza assoluta almeno di ottimizzare l’utilizzo di queste (scarse) risorse, attivando sinergie virtuose fra i diversi soggetti coinvolti, in particolare tra Regioni e parti sociali, attivando i tavoli di confronto, già previsti dall’Accordo tra Ministero del Lavoro, Regioni e Parti Sociali dell’aprile 2007, per analizzare insieme i fabbisogni professionali e formativi presenti nel territorio e nei settori, decidere insieme le priorità di intervento, evitare duplicazioni, monitorare l’impatto delle azioni su imprese e lavoratori. Un confronto che deve impegnare le parti sociali ad allargare gli spazi di decentramento dei Fondi interprofessionali, attivando, in questi anni di crisi, bandi che, oltre a prevedere interventi formativi anche per lavoratori a contratto e apprendisti, come previsto dal decreto “anticrisi ( ex D.L.185), consentano una flessibilità di attuazione differenziata nei tempi e nei modi nelle diverse realtà, collegando sempre strettamente eventuali incentivi ad imprese e lavoratori a progetti di formazione, frutto di accordi tra le parti,con particolare riferimento ai lavoratori in cassa integrazione e a coloro che non sono coperti da strumenti di sostegno al reddito, che coinvolgano anche, dove funzionano, i servizi per l’impiego.

Formazione e contrattazione
Il Rapporto analizza inoltre anche quest’anno le novità presenti nei contratti. Come si legge nell’articolo di Silvia Vaccaro, cresce, seppure lentamente, l’attenzione delle categorie sulla formazione, aprendo anche qualche squarcio sul punto centrale:l’inserimento di percorsi di formazione condivisi dalle parti nello sviluppo degli inquadramenti contrattuali (v. il contratto delle lavanderie industriali). Ma anche la contrattazione di 2° livello, pur in tempi di crisi, dovrebbe misurarsi di più sulla formazione, individuando formule incentivanti per far crescere le competenze dei lavoratori, compresi quelli in cassa integrazione, in particolare per donne, over 45 e fasce deboli, collegando i percorsi formativi alla articolazione dell’orario e al salario(v. ad es. il contratto chimico-farmaceutico).



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