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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
Giuseppe Di Vittorio e il suo ruolo nel movimento sindacale del secondo dopoguerra
di
Piero Lucia
,
Storico del movimento operaio
Nel Novembre 1957 moriva a Lecco Giuseppe Di Vittorio, il più prestigioso, popolare ed amato dirigente nella storia del movimento sindacale italiano.
Evitando luoghi comuni e semplificazioni fuorvianti è possibile a ragione sostenere che il bracciante autodidatta rappresentò mirabilmente, con l’esempio di assoluta coerenza profuso senza alcun risparmio nel corso di tutta la sua vita, l’impetuoso impulso all’emancipazione degli operai del Nord e del proletariato contadino e bracciantile meridionale. Ben presto, ancora giovanissimo, aveva scelto d’intervenire, direttamente, nella lotta antifascista combattendo nella guerra civile, coi volontari giunti in Spagna da ogni parte d’Europa e del Mondo, in difesa del legittimo potere della Repubblica minacciata mortalmente dalla sollevazione militare del generale Franco. Avendo poi aderito al Partito Comunista Italiano ne era rapidamente diventato, insieme a Palmiro Togliatti, Giorgio Amendola, Luigi Longo e Umberto Terracini, uno dei capi più riconosciuti e prestigiosi.
L’esistenza terrena di Giuseppe Di Vittorio è passata attraverso aspri scontri sociali e traversie, disastri ed illusioni finendo per integrarsi, pienamente, con la vicenda storica e politica più complessiva del suo Paese e del suo popolo.
Egli ha inteso sempre intenzionalmente perseguire, nella sua lunga azione di dirigente del movimento sindacale italiano, un filo conduttore sicuro ed essenziale ricercando, con estrema tenacia, il costante intreccio tra strenua difesa degli interessi di parte e più generali interessi della Nazione, non facendo mai prevalere l’unilateralità dei primi sui secondi.
Migliorare le insostenibili condizioni materiali nelle quali si era venuta a trovare, subito dopo la tragica guerra perduta con l’immane scia di morte e distruzione da essa comportata, una larga parte della società nazionale e, soprattutto, il Mezzogiorno d’Italia in larga parte composto da masse bracciantili e contadine ed ampliare la conoscenza e la cultura delle grandi masse lavoratrici analfabete o semianalfabete della società nazionale di quel tempo storico i suoi principali e prioritari obiettivi.
L’estensione capillare della conoscenza e del sapere, fin nelle pieghe più profonde della società italiana, tra le masse operaie, bracciantili, contadine, era per lui fattore primario, indispensabile e decisivo per rafforzare le basi di massa della Democrazia.
Il nuovo Stato sarebbe stato saldo ed indistruttibile nella misura in cui fosse stato costantemente innervato dalla cosciente e consapevole partecipazione, attiva e consapevole, della grande maggioranza dei suoi cittadini.
Fino a quel momento esso era apparso invece altro da sé alle classi lavoratrici ed anzi, non di rado, ad esse apertamente e decisamente nemico ed ostile.
Ora era invece finalmente possibile avviarne la trasformazione alla radice, condizionarne la direzione della riorganizzazione nel senso di un progressivo ampliamento delle sue basi di massa. Potevano essere incentivate, in maniera nuova e originale rispetto alla sua storia antecedente, le molteplici forme di diretto controllo e partecipazione dal basso. Azioni volte tutte alla difesa ed all’ampliamento dei diritti primari di cittadinanza per tutti gli italiani, al di là del censo e del ceto sociale di provenienza.
Nella Costituzione Repubblicana dovevano essere riscritti, in maniera esplicita, i caratteri distintivi di un nuovo sistema politico-istituzionale basato sul più ampio e consapevole consenso popolare.
Una tale democrazia,“di tipo nuovo”, avrebbe potuto respingere da sé ogni tentazione e suggestione involutiva, di segno conservatore o reazionario.
Col progressivo trascorrere del tempo alcuni illuminanti ed anticipatori aspetti del pensiero e dell’opera di Giuseppe Di Vittorio, esplicitamente riassuntivi della sua grandezza d’uomo e di dirigente sindacale, avrebbero poi trovato forza e consenso sempre più ampi e sicuri.
Il Sindacato doveva svolgere un insostituibile ruolo d’educatore permanente ed instancabile alla democrazia ed alla libertà. Esso doveva insegnare a praticare la tolleranza ed il rispetto verso gli altri, sollecitando e non eludendo mai il confronto tra le diverse idee e posizioni, e doveva rivolgere il massimo della sua attenzione ai semplici, da considerare, finalmente ed a tutti gli effetti, cittadini dello Stato, portatori legittimi di diritti e bisogni da soddisfare e mai più entità passive, masse subalterne, spesso ridotte e consegnate a stregua di mere cose da utilizzare in maniera strumentale.
Tutto ciò d’altra parte appariva completamente naturale a Di Vittorio. La sua umile origine e la sua straordinaria, innata sensibilità umana , affinata grazie alla lettura de “La Città del Sole” di Campanella e dei “Promessi sposi” del Manzoni lo confortavano della giustezza delle sue ragioni e rafforzavano l’insieme di convinzioni nel tempo maturate.
Il disastro della Prima Guerra Mondiale, il massacro delle trincee, la cruda e diretta conoscenza della violenza della dittatura fascista e della lotta mortale scatenata dal padronato agrario contro i braccianti, la grande prova della militanza antifascista nello scontro feroce e senza quartiere tra dittatura e libertà consumato nella guerra di Spagna, avevano concorso a temprare carattere e convinzioni dell’uomo.
Nella più che decennale lotta per la sconfitta del nazismo e del fascismo italiano Giuseppe Di Vittorio tenderà perciò a riunire pensiero ed azione coniugando ,strettamente, la razionale ed ottimistica speranza di un futuro migliore per il suo popolo con la paziente e tenace ricerca di un nuovo e più ampio collegamento, solidale, con tutti i lavoratori d’Europa e del Mondo.
Di Vittorio fu uno dei primi dirigenti della sinistra italiana a comprendere a pieno l’importanza, profonda e decisiva, dell’unità come valore in sé e criticò -più volte sebbene inascoltato- gli elementi, degenerativi, che iniziavano ad apparire evidenti nella concreta esperienza pratica del socialismo reale.
Non deve perciò sorprendere il constatare che nella sua visione dei modi e delle forme di sviluppo originale della democrazia italiana e nell’impegno profuso senza tregua per la realizzazione del socialismo andavano coniugati, in maniera inscindibile, i superiori valori della democrazia e le garanzie di libertà, per tutti , al di là ed oltre le convinzioni politiche, culturali, religiose.
Di Vittorio respinse l’idea di un sindacato di regime, obbligatorio, piatta e subalterna cassa di risonanza di poteri esterni ad esso e puntò alla messa in crisi del “modello” di sindacato inteso quale mero esecutore delle direttive del Partito politico, subalterna cinghia di trasmissione del potere o dei poteri economici o politici.
Era, infatti, nettamente contrario ad una visione del Sindacato esclusiva, corporativa, relegata alla dimensione, angusta ed esclusiva, della rappresentanza degli interessi economico-pratici dei lavoratori iscritti ed associati.
Il grande fronte del lavoro dipendente e dei disoccupati meridionali doveva costantemente armonizzarsi con gli interessi generali della Nazione cui anzi, se necessario, andava sacrificato ogni rivendicazionismo di parte, di gruppo, di ceto.
Troveremo frequentemente, assieme a semplificazioni, incomprensioni, limiti e parzialità del suo pensiero nella comprensione del tipo di sviluppo che iniziava ad investire il Paese, il richiamo, intransigente, al bisogno di unità tra tutti i lavoratori.
Nella sua visione l’unità era lo strumento migliore e più efficace per combattere ogni spinta settaria, lo spontaneismo irrazionale, gli angusti localismi, le posizioni corporative che – già in quel tempo- allignavano nel Sindacato. Ed era la diga insormontabile per bloccare, fin dal loro sorgere, qualsiasi possibile tendenza al riemergere di processi regressivi, autoritari e reazionari.
Le Camere del Lavoro dovevano operare per esprimere, in maniera tangibile, la solidarietà tra i lavoratori decidendo, confederalmente, le strategie generali a cui le singole categorie nel loro quotidiano agire avrebbero dovuto attenersi disciplinatamente.
Bisognava dirigere, partendo da quella discriminante consapevolezza, il processo complesso e faticoso di un progressivo consolidamento dell’alleanza tra popolazione rurale del Sud e proletariato industriale del Nord .
Nel 1949 col “Piano del Lavoro” ritroveremo esplicitati e riassunti, in maniera chiara ed essenziale, tutti gli elementi centrali delle sue convinzioni. Il nemico fondamentale da battere era la disoccupazione e l’arretratezza del Sud costituiva il banco di prova decisivo per tutto il movimento sindacale e per tutte le forze di progresso.
Portare a soluzione l’annosa questione meridionale, avviare a soluzione le acute contraddizioni e le diversità nei processi della crescita che nel tempo s’erano venute ad accumulare nella modernizzazione e nello sviluppo di quella parte del paese, era la questione primaria e decisiva per realizzare un più generale ed equilibrato sviluppo da cui avrebbe tratto vantaggio l’insieme del Paese.
Il movimento dei lavoratori, ponendo la questione della Rinascita del Mezzogiorno al centro delle ragioni della propria mobilitazione democratica, poteva esercitare pienamente, con prestigio e con coerenza, una funzione dirigente autenticamente nazionale.
Di Vittorio si mostrò del tutto disponibile ad un’impostazione dell’azione sindacale che era disposta a rinunciare persino alla richiesta di forti aumenti salariali per gli occupati a condizione che, in cambio, iniziasse ad essere aggredita e sconfitta la piaga della disoccupazione.
Bisognava superare ogni visione protestatoria, ogni primitivismo anarchicheggiante per sostituire alla funzione, non nazionale, delle classi dirigenti e dominanti- che nel corso della storia nazionale tanto danno e rovina avevano arrecato al Paese - un’alternativa di vera solidarietà.
Andava prodotta una rottura radicale con una gestione miope che, dal suo sorgere e fino a quel momento, aveva sempre spregiudicatamente e violentemente piegato lo Stato agli interessi di classi, ceti e gruppi potenti che ne avevano occupato tutti i gangli vitali e decisivi.
L’Italia dell’immediato secondo dopoguerra , distrutta e disperata, ridotta ad un cumulo di macerie materiali e morali doveva rinascere, risollevandosi come Nazione.
Nessuno all’infuori della classe lavoratrice poteva esercitare con autorevolezza e prestigio questa funzione dirigente in quanto già nel corso della deflagrazione bellica solo essa aveva difeso dal saccheggio e dalla distruzione risorse e patrimonio economico, materiale, produttivo del Paese svolgendo, a fronte dell’assoluto vuoto di potere che si era determinato con la fuga della Monarchia, un’insostituibile funzione di supplenza, politica e morale.
Serviva perciò una ritrovata fiducia ed una nuova dignità per riscattare l’umiliazione dell’avventura fascista e per respingere le suggestioni ed i tentativi di riaffermazione di un nuovo e dogmatico integralismo clericale.
Il grande “Piano del Lavoro” fu, per questo insieme di ragioni, un’operazione di enorme rilevanza etica, politica, morale.
E fu un tentativo, purtroppo non adeguatamente compreso e sostenuto, che puntava, nelle intenzioni di Di Vittorio, a suscitare nelle classi lavoratrici e nel popolo, nei disoccupati e tra i ceti produttivi, nel mondo della cultura e tra gli intellettuali, le condizioni per uno scatto d’orgoglio operoso e creativo per risorgere attingendo alle risorse ed ai valori dell’impegno, dell’ottimismo, della solidarietà.
I critici di Di Vittorio trovarono il modo di irridere a questo tentativo banalizzandone, con saccenteria e sufficienza, l’essenzialità, la semplicità e la forza dei contenuti, ma altro ancora una volta non dimostrarono che la propria persistente miopia, la loro assenza assoluta di senso della Nazione.
Di Vittorio rimase per sempre, nella sua esistenza, persona semplice cui erano del tutto estranee arroganze ed arroccamenti nell’esercizio della funzione, pur rilevante, di direzione che era stato chiamato a ricoprire. Era tenacemente proteso a sollecitare la discussione ed il confronto più ampi e costruttivi possibili, consapevole del fatto che la realizzazione dell’unità è percorso non semplice da realizzarsi ed anzi complesso e faticoso. Era interessato al raggiungimento di un’unità reale e di sostanza, sui problemi e sulle cose, sulle scelte da compiere e sulle priorità da perseguire. Non era affatto , in tal senso, proteso al raggiungimento di alcuna forma di unità burocratica e formale, perciò fittizia.
La cruda consapevolezza dei danni prodotti dalle insormontabili divisioni che si erano consumate nei precedenti decenni tra le diverse articolazioni culturali, politiche e religiose del complesso mondo del lavoro e delle sue rappresentanze politiche, i drammi e le tragedie che da tutto ciò ne erano derivati, lo inducevano a sottolineare, di continuo, il valore immenso ed insostituibile dell’unità.
Perciò ricercava, con pazienza e determinazione estrema, tutti i possibili modi per prevenire lacerazioni tra i lavoratori, che avrebbero potuto finire per risultare insanabili. Assoluta era in lui la consapevolezza del fatto che- rispetto all’intransigente difesa dell’unità- ciascuno doveva rinunciare, in qualche modo, ad una quota delle proprie convinzioni ed alla strenua difesa delle proprie orgogliose sicurezze.
Ciò non poteva però significare elidere o sbiadire i caratteri ed i valori, originari e distintivi, del movimento dei lavoratori né andava snaturata la sua storia.
Primario ed insostituibile valore doveva rimanere quello dell’autonomia del Sindacato dal sistema istituzionale, dai governi, dal padronato, dai partiti, da tutti i partiti compreso il suo, cui aveva aderito negli anni “ di ferro e di fuoco”, nel pieno di una delle fasi più crude e feroci della guerra di classe.
La difesa tenace di queste convinzioni in un Paese diviso in blocchi contrapposti non era di sicuro cosa facile, semplice ed indolore.
Costante era infatti il ricorso all’emarginazione ed all’isolamento del dissenso e le scomuniche non erano materia di esclusiva pertinenza delle autorità ecclesiali. La tendenza alla messa al bando degli eretici esercitava anzi una notevole suggestione nelle stesse fila del movimento operaio democratico e di sinistra.
Eppure Giuseppe Di Vittorio fu coerente, si battè con tenacia in difesa delle convinzioni e dei valori in cui credeva anche quando ciò risultò per lui palesemente rischioso, dal punto di vista personale e politico.
Clamoroso risultò il suo pubblico distinguo, contro la posizione ufficiale di Togliatti e della Direzione del Partito, il 30 Ottobre 1956, all’indomani dei tragici fatti di Polonia e d’Ungheria.
Manifestò, in quella dolorosa circostanza, in maniera assolutamente chiara ed esplicita, il suo profondo dissenso dalle posizioni assunte, a larga maggioranza,dalla Direzione del Partito. E venne di conseguenza isolato dalla quasi totalità del gruppo dirigente. Solo più tardi, in occasione dell’VIII Congresso del PCI, il nucleo essenziale delle posizioni da lui sostenute finiranno per risultare, sebbene ancora con qualche reticenza, sostanzialmente assunte.
Nella visione di Giuseppe Di Vittorio uno Stato che reprime, col ricorso alla violenza armata ed al terrore, le richieste di miglioramenti salariali e di maggiore libertà, nelle fabbriche e nella società, degli operai e dei lavoratori non è uno Stato né democratico né socialista.
In Italia, come in Polonia ed Ungheria, per tali ragioni si schiererà nettamente, nel conflitto esploso tra Partito e Stato da una parte e movimento operaio dall’altra, al fianco dei lavoratori, difendendone l’insostituibile funzione storica progressiva. Anticiperà di molto le posizioni che, più avanti, rispetto alla nuova tragedia della Primavera di Praga e della sua dura repressione da parte dei sovietici nel novembre 1968, tante altre forze democratiche e socialiste dell’Occidente a loro volta assumeranno.
Giuseppe Di Vittorio si è battuto in tutta la sua esistenza per la realizzazione degli obiettivi di progresso e di libertà, per la democrazia, per l’emancipazione dei lavoratori, per tutto il popolo, per l’insieme della Nazione. Merita perciò di essere ricordato, oltre l’inesorabile ed impietoso scorrere del tempo, ancora nell’attualità dell’oggi, per quello che è stato, un grande dirigente sindacale unitario, un uomo semplice del popolo, un grande italiano.
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