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I dati Ocse sull'istruzione confermano la necessità di cambiamento rispetto ai provvedimenti del Governo
di
Fabrizio Dacrema
, Formazione e Ricerca CGIL
Il Rapporto Ocse 2010 sull’educazione boccia l’Italia e conferma che nel nostro paese si spende poco e male per l’istruzione. E' questo il giudizio del Dipartimento Formazione e Ricerca della Cgil sui dati forniti dall'istituto parigino. Dati che per il sindacato “sono ancora più preoccupanti perché riferiti al 2008, anno in cui i tagli Tremonti-Gelmini erano stati attuati solo in piccola parte”.
Lo stato del sistema formativo italiano delineato dal Rapporto evidenzia per la Cgil “la necessità di cambiamenti radicalmente alternativi rispetto ai provvedimenti adottati dal governo. A partire dagli investimenti nella conoscenza - nel 2008 l’Italia spendeva il 4,5% del Pil contro una media Ocse del 5,7% - che dovrebbero crescere per recuperare il gap che ci divide dai paesi sviluppati e invece subiscono un vero e proprio taglio epocale”.
“La riduzione di quasi dieci miliardi di euro della spesa pubblica per scuola e università in un paese già penultimo nella graduatoria dei paesi industrializzati, quanto a percentuale della spesa rapportata al Pil, e ultimo, se rapportata alla spesa pubblica totale, non può che sortire l’effetto di mandare alla deriva il sistema formativo pubblico. È quanto sperimentano sulla loro pelle gli studenti che si troveranno in classi sempre più sovraffollate (in controtendenza con quanto avviene negli altri paesi), con insegnanti malpagati e senza prospettive di carriera (anche su questo punto il rapporto colloca l’Italia agli ultimi posti) e con edifici scolastici e attrezzature didattiche spesso inadeguate”.
Anche la spesa media annua per studente, dove nei precedenti rapporti l’Italia risultava sopra le media Ocse a causa di specificità quali ad esempio l’inserimento nelle classi normali degli alunni diversamente abili, il tempo scuola più ampio, l’assetto geo-morfologico, ecc., già nel 2008 risulta inferiore alla media degli altri paesi sviluppati.
Gli effetti dei tagli lineari, secondo la Cgil, “peggioreranno ulteriormente la situazione di apprendimento degli alunni (già agli ultimi posti nei test Ocse-Pisa): sarà possibile solo l’insegnamento di tipo tradizionale, frontale e privo di possibilità di individualizzazione; inoltre la riduzione degli orari della secondaria superiore ha colpito anche attività fondamentali per il buon apprendimento come i laboratori”.
Particolarmente preoccupanti poi i dati riferiti all’università in rapporto al mondo del lavoro: “al termine degli studi universitari, nella fascia di età fino a 29 anni, trova lavoro solo il 47,3%, contro il 77,15 della Germania, il 69% della Finlandia e della Francia. Eppure il numero dei laureati italiani è molto basso: solo il 14% della popolazione italiana è laureata contro il 28% della media Ocse e anche nella fascia di età 25-34 anni i gli italiani con laurea sono il 20% contro il 27% della media Ocse”.
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